La desinenza in A: edizion ELTeC Dossi, Carlo (1849-1910) Editor Ciotti, Fabio 60903 COST Action "Distant Reading for European Literary History" (CA16204) Zenodo.org La desinenza in A Dossi, Carlo editor Barile, Laura Garzanti editori Milano 1981 1878

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Margine alla "Desinenza in A"

¿Da qual caminetto di letterato o banco di drogherìa, da qual latrina di gazzettiere o biblioteca in saccheggio bonghiano, hai tù, mio temerario editore, saputo salvarmi questa copia rarìssima della prima edizione della "Desinenza in A", che t'intestasti a ristampare?

¡Vedi quanto è làcera e unta! ¡quanto è macchiata e scorbiata!

Nelle sue pàgine, come in suola alpinìstica irta di chiodi, scorgi e fiuti la traccia del lunghìssimo giro che ha fatto per ritornare a mè. Serba essa il meretricio profumo del boudoir della dama e il tanfo carcerario della caserma; e cèneri dell'ozio elegante (la sigaretta) e il pelime del dotto. Io vi ritrovo il baffo de' polpastrelli della cuoca che se la leggeva a voce alta e tenèndola stretta, per non lasciarsi almeno sfuggire il suono d'idèe che non arrivava a comprèndere, e lo sgraffio furioso della padrona di lei che le avèa fin troppo comprese; io v'incontro la tabaccosa goccia, caduta insieme agli occhiali dal naso del mio vecchio maestro di belle lèttere che blandamente ci si appisolava compassionàndomi, e la gualcitura del criticuccio novello che la scagliava lontano da sè al primo dubbio che l'autore fosse men bestia di quanto ei sperava.

Nè solamente indovino ma leggo. Segni in matita di tutti i colori, pudiche cancellature effetto d'impudicizia, punti esclamativi, e, più ancora, d'interrogazione, postille e paraffi adulatorii e ingiuriosi, stèndono sulle pàgine della rèduce copia una ragnaja d'interpretazioni e di note che più grottesca e contraddicèntesi non èbbero Dante e il Burchiello.

¿Chi siete voi, mièi inèditi crìtici? In questo ripescato esemplare, nè il frontespizio nè i màrgini han mantenuto le vostre riveritìssime firme. Ogni suo ùltimo possessore - imitando quanto si tenta ora di fare nella genealogìa letteraria, a differenza della gentilizia in cui i nipoti gènerano i nonni - raschiò diligentemente il nome dell'antecessore. Senonchè tutti io ringrazio e miti e spietati, perocchè a mè giova tanto la lìrica di chi mi ama quanto la sàtira di chi m'odia. Per pensare, per scrìvere, per vìvere intellettualmente mi è indispensabile che le molècole, ora pigre, del mio cervello, riaquìstino la primitiva rapidità e combustibilità. Venga la spinta dall'applàuso, venga dall'oltraggio, a mè basta che non difetti. Ad un morso di cane, Gerolamo Cardano, bizzarramente grande, dovette (com'egli narra) il suo ingegno; a quello dei crìtici dèbbono il loro non pochi scrittori. Un vento infatti è la crìtica, che, se i mòccoli spegne, ingagliarda i falò.

Non se ne offèndano tuttavìa, i mièi postillatori benèvoli; tù Cletto Arrighi, tù Primo Levi, tù Perelli, tù Pàolo Mantegazza, tù Cameroni, tù Capuana, tù Màyor. Oltre la riconoscenza del letterato, vi ha quella pure dell'uomo e questa è tutta per voi. Se la frusta ed il pùngolo instìgano il sangue e più spedito lo rèndono a' suòi uffici, lo plutonizza ancor meglio il bacio, senapismo d'affetto. E ciò dico, mentre rammèmoro in special modo coloro che hanno e saputo lodarmi senza l'ingiuria dell'adulazione e fatto spiccare il mio disadorno pensiero nella cornice del proprio. Vorrèi anzi ammirare le loro felici pensate, colle mie fuse, nella presente edizione; mi ci provài; ma ¡mi perdònino! la soluzione era sàtura già, nè più c'entrava una sola mica di sale. Prometto loro però di saccheggiarli alla prima occasione. Di memoria non manco nè di audacia.

Mi ajùtino intanto a discùter coi loro e mièi avversari, i postillatori scontenti. Nè a questi risponderèi per le stampe se sapessi dove stan tutti di casa. Contrariamente al costituzionale principio della pubblicità ne' giudizi, io preferisco trattare le letterarie mie càuse a porte chiuse. Quì però, del nemico, non si scorge che l'arme. Sono quindi costretto, per farmi udire da alcuni, a suonare, quale campana, per tutti.

Chiamando dunque in soccorso la scienza di Rosellini e di Champollion per decifrare la scarabocchiatura, a penna, a matita, ad unghia, che copre i lembi di questa bandiera stracciata, e cercando di sgarbugliare, coll'arcolajo della riflessione, tanta matassa di segni, sèmbrami che, come lavoro preliminare, la si potrebbe partire in due grandi gomìtoli - quello cioè che s'avvolge sul generale pensiero del libro e quello sulla sua forma, che è quanto dire sulla idèa al minuto.

E, cominciando dall'ùltimo, e facendogli sopportare una seconda chirùrgica operazione, io mi arbitrerò anzitutto di collocare l'Opposizione della mia nessuna Maestà, come la conquistatrice acies romana, in trè file - una dei saggiatori della purezza delle parole, l'altra degli investigatori della castità della frase, la terza de' stimatori della qualità dello stile. Come vedete, per spartizioni e per tagli io non la cedo a un beccajo... nè ad un metafìsico.

I nemici non sono pochi. Ma, ¡su le màniche! e avanti. Non ho coraggio bastante per aver paura.

Si affaccia prima la pigmèa e sparuta (perchè cibata di pura crusca) fanterìa de' gramàtici, la penna in resta, la brachetta fuori. Prèndersela con costoro - ultimo avanzo di un'oste già debellata - gli è come azzuffarsi colle ombre del cardinal Bembo e di Benedetto Varchi. Non me ne òccupo quindi che come di partita pro-memoria in un bilancio. Questa schiera è composta, o, a dir meglio, era or fà qualche anno, di tutti coloro che possedèvano fede accademica di miserabilità intellettuale, di coloro che, non sapendo far libri, facèvano dizionari e s'inquietàvano per la corrotta italianità e pei dialettismi non trattenuti da alcuna forca e per le stesse nuove scoperte apportatrici di vocàboli nuovi. Pur di non dire "vagone" avrèbbero sempre viaggiato in vettura. Èrano, in gergo scientìfico, chiamati cultori della istruzione, forse perchè incaricàvansi di strappare le pianticine novelle per vedere se mettèan bene radice. Rondàvano in avvisaglia, con passo di sùghero, e quando accorgèvansi che qualche scrittore cercava introdurre nei gramaticali confini da essi riputati propri, merce non nominata nelle loro tariffe, lo attorniàvano, assaltàvanlo, arrestàvanlo schiamazzando quali oche.

E: "quella è di legge", "questa è di contrabbando", affannàvansi, que' gabellieri, a sfilare e palpare ogni parola di un libro, a stemperare, entro i lor stacci, i perìodi di un pòvero autore finchè ne colasse una broda completamente sciapa, incolora, inodora. Nè, per essi, serviva la scusa della analogìa, la raccomandazione del buon senso, l'invito della necessità. Permettendo, ad esempio, l'onomatopèico "cricch" perchè si leggèa a pàgina tale, linea tal'altra del lor ricettario, proibìvano irremissibilmente il suo stretto parente "cracch", non trovàndosi esso in nessuna parte del mastro del loro sapere. L'òttimo autore, secondo tali notài spacciàntisi per legislatori, non dovèa aver orecchio che pei rumori e pei suoni protocollati, udir quindi eternamente la zampogna e il liuto, non il pianoforte mai. Fuor di Toscana, anzi di Firenze, anzi di Palazzo Riccardi, non era letteraria salute. Poichè Arno non diede l'aqua con cui fu bollito il proto-risotto ed impastato il capo-stipite dei panettoni, Milano era tenuta di abolir senza più quelle sue antiche ghiottonerie non previste dalle edizioni "dal miglior fior ne coglie" per non mèttersi a rischio di nominarle, salvochè non si fosse adattata a sostituirvi i più legìttimi nomi di "riso giallo" e di "pan balestrone." Così, se c'era scrittore che ancora trovasse in isbaglio, qualche efficace metàfora la quale non fosse catalogata tra "gli impacci del Rosso" e "gli avanzi del grosso Cattani o del Cibacca",, tra "il regno di Cornovaglia" e i viaggi "a Lodi, a Piacenza, a Carpi, in Picardìa, a Calcinaja, a Volterra",, tra il "mangiar spinaci" e "l'arruffar matasse" e tutto il resto della ciurma galeotta del vocabolario toscano, ¡guài se l'avesse pur tollerata! dovèa immediatamente cacciarla; pena la Crusca negli occhi ed il Frullone sul capiro, irati di non potere, per lui, russare di sèguito la governativa prebenda.

Che io molto non fossi nelle grazie di sìmili egrege persone (uòmini meno di lèttere che di parole) è più chiaro della loro "chiarissimità" ora buja. Non vi ha scrittore, sempre s'intende, al saggio della loro pietra di paragone, che era poi una mola mugnaja, più di mè impuro. Nè io davvero, mi sono mai incomodato a cercare, per le parole che adopro, maggiori difese di quelle che danno le stesse parole accoppiate, cioè del pensiero che esprìmono. ¿Cosa infatti avrebbe valso ripètere a que' bacalari per la millèsima volta, che la lingua naque prima della scrittura e l'una e l'altra innanzi la règola? ¿che l'Italia stette benìssimo senza gramàtiche tre sècoli buoni e ci sarebbe potuta star sempre? ¿che quelle clàssiche eleganze da essi additate a modello, capestrerìe come chiamàvanle con vocàbolo affatto degno della loro parlata, non èrano, il più delle volte, che solecismi solenni (nè noi ce ne scandolezziamo) maggiori assài di quelli che possa creare un originale stilista? E, ancora: ¿che avrebbe giovato ricantar loro sul motivo di Orazio (ut sylva fòliis ecc.), che un idioma, come qualsìasi altro mortale frutto, è destinato, se non spègnesi in germe, a percòrrere l'intero suo ciclo fino alla maturanza completa, fino alla conchiusiva caduta dall'àlbero della vita, e che l'ùnico mezzo di evitargli una ràpida morte, è di trasfòndergli continuamente umore, imitando Dante, che colla falce del giudizio mieteva da ogni sottolingua italiana ed anche non italiana le spighe della nazionale favella? ¿che avrebbe, infine, servito provare loro statisticamente che non è tanto la qualità della materia impiegata quanto l'ingegno di chi la foggia e coòrdina che fà l'eccellenza di un'òpera d'arte, cosicchè alla domanda - qual sia la miglior lingua - si può sempre rispòndere: leggete Shakspeare, è l'inglese; leggete Rìchter, è il tedesco; è l'italiano con Foscolo; è il milanese con Porta?

Ripeto: non avrebbe giovato ricordar loro tanto, poichè era vano sperare che gente la quale non s'impensieriva che dei mattoni linguìstici, si accorgesse che, tutti insieme, tendèvano a rappresentar qualche idèa, a formare un letterario edificio. Interamente quindi perduto, per essi, sarebbe stato quanto ho già detto e quanto sto quì per soggiùngere a titolo di buona misura.

E il contentino è questo. Pochi tra i grandi autori, gloria dell'umanità, hanno schivato le ire dei crìtici loro contemporanei tentanti di impor la cavezza al genio, e quasi tutti si vendicàrono, dannando i lor zoiletti all'eterno ridìcolo. Ora, stà il curiosìssimo fatto, che quelli autori sìano appunto i più spesso mostrati ad esempio dai successori dei berteggiati, a volta loro da berteggiarsi. E, davvero, quel venosino col quale la falsa crìtica fà tanto chiasso, volteggiandolo minacciosa intorno alla testa dei novellini scrittori, la ha già bastonata senza misericordia; quel fiero ghibellino cui essa domanda, per ogni suo pasto da orco, e zanne e ventrìcolo, l'ha fatta più volte tremare colla maestosa sua voce, come quando disse "òpera naturale è che uom favella, - ma, così o così, natura lascia - poi fare a voi secondo che v'abbella." Volendo quindi scoprir la radice di tale stranezza nè potèndosi crèdere che il ricordo de' buffetti e de' calci sia amàbile a' crìtici, com'era a Rousseau quel del castigo di mademoiselle Lambercier, bisognerà ricercarla e la troveremo fra le astuzie stratègiche. A guisa infatti degli àrabi che coi cadàveri inquìnan le fonti dei loro nemici, mìrano i crìtici, cogli autori morti, a spègnere i vivi.

Pur non rièscono. La treggia non caccierà più il carro dal mondo nè il carro la diligenza nè la diligenza il ferroviario convoglio. Il progresso che essi combàttono col tardo archibugio a pietra, loro risponde coi cèleri Vètterli, come lor rispondeva mediante quel rudimentale fucile quand'essi ostinàvansi a maneggiar l'arco e la freccia, e coll'arco quando ancora loro arme era il selcio. La umanità procedette sempre a dispetto d'ogni accademia, d'ogni senato, d'ogni governo. ¡Guài se il passato avesse più forza dell'avvenire! Saremmo tuttora alla lingua dei lupi e degli orsi e ad uno stadio di civiltà affatto corrispondente.

Ma, seppelliti questi morti di hastati, ecco i prìncipes qui consùrgunt ad arma, pùntano il loro schioppetto e fan cecca. Sono essi gli incettatori della nazionale moralità, una compagnìa in lamentazione perpetua - di cui fanno parte i violacei predicatori che ventilàbran dal pùlpito i vituperi più concupiscenti contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti, le baldracche, che han messo insieme bastèvoli soldi per comprarsi il rossetto della castità; fanno parte i loschi compilatori di virtù per il pòpolo a dieci centèsimi la dispensa e i gazzettieri che colla sifìlide cristallina alle labbra sermònano di pudicizia e le mamme affannate a difèndere le orecchie premaritali delle loro figliuole da ogni sussurro impudico, salvo a lasciarvi precipitar dentro un mondezzajo di roba, non appena quelle figliuole sìen giunte al legìttimo stato di comporre adulteri; fanno insomma parte tutti coloro, i quali veri stradini della nettezza pùbblica, pel sudiciume - gìrano, sollevando, per così dire, la casta frasca di vite alle statue per poi urlare "¡allo scàndalo!"

Il realismo in arte è il bersaglio contro il quale scàgliano essi i lor giavellotti ed è insieme lo scudo con cui sen ripàrano i loro contrari. Perocchè, in questo balordo argomento, una guerra s'è accesa che più fiera non suscitàrono le due secchie rapite, la bolognese e la greca, una guerra a cui paragone sembrò quasi sensata quella di buffa memoria dei clàssici e dei romàntici. Vuolsi che essa scoppiasse al primo apparire in commercio delle fotografìe colorate di Zola. La gàrrula turba de' letterati si partì allora in due campi - diciàmoli meglio, stàbuli - e gli uni si buttàrono tosto a ginocchi ed accèsero i lumi dinanzi a quella forma di arte perchè imaginàronsi che fosse nuova, gli altri si pòsero a tirar sassate contro di essa e a fischiare, principalmente istizziti da quella riputazione di novità. Il realismo, intanto, stava a guardare dal libro di Omero.

Ma il bello è, che, a confòndere maggiormente le idèe, e fautori e avversari, stroppiando il senso di quel frasone empibocca, incapàronsi di fargli significare, là a tìtolo d'onore, quà di disdoro, quella parte soltanto di letteratura che studia e descrive le voluttà della carne e le turpitùdini umane. A chi si debba tale spilorcia interpretazione non sappiamo. Sappiamo solo, che, nella realtà, se c'è il male colle sue innumeri fronti, c'è pure il bene in tutti i sorrisi suòi. Al realismo o verismo pòssono quindi appartenere con pari diritto tanto le dipinture di una cloaca, di un ubbriaco che rece, di cani che s'accòppiano in piazza, quanto quelle di un fragrante roseto, di un eròe che per la patria s'immola, di un uomo che respinge l'amplesso della donna del suo benefattore. Nella realtà vi ha il bordello in tumulto e la pacìfica casa: Protàgora abderita che tutto vende e difende a seconda del prezzo e Giannone che muta continuamente paese per non mutare opinione, e, per seguire la verità, è da tutti perseguitato. Della realtà fanno parte integrante e l'illusione ed il sogno e la fede e lo stesso idealismo.

Sarebbe quindi eccellente partito, che, a stabilire i tèrmini della questione, s'incominciasse a cambiare il nome alla questione medèsima. E però si riserbi a luogo più acconcio quella parola di "realismo", fatta per imbrogliare, e se ne addotti una di significato più certo. Per conto nostro, nelle trè arti non sappiamo vedere che una questione sola, quella del brutto e del bello, senza riguardo nè a scuole nè a scopi. Se ci sono però buontemponi che vòglion scaldàrsela per quel letterario atteggiamento, che è, come affèrmano, diretto ad vìrgam erigèndam, ¡si sèrvano! Àbbiano in ogni modo la compietezza di scègliere la giusta parola e non ci pàrlino d'altro che di "carnalismo."

Senonchè, carnalismo non vuole ancor dire immoralità. Se le leggi divine impòngono, se le umane favorìscono, le une e le altre improvvidamente, la procreazione della spece, non vi dovrebbe èssere arte più leggìttima e più commendèvole di quella che risveglia ed instiga la foja generatrice, o, come dicèvano i nostri antichi, lùmbum ìntrat. Tuttavia, c'è un inconveniente. Le òpere letterarie, anche le più scollacciate, quando raggiùngono la perfezione non commuòvono che il cielo dell'ànimo. Si potrèbbero esse paragonare "ai fidi incendi per le innocue torri" delle rappresentazioni teatrali. La voluttà intellettuale sòffoca la carnale. Una volgarìssima serva irriterà e sazierà meglio la libìdine tua che non una Saffo, testimoni Faone e Nicolò Tommasèo. Misurati col quale termòmetro, gli epigrammi così-detti osceni di Marziale ed i sonetti di Porta, che si chiàmano inèditi anche dopo le cento edizioni, sègnano un alto grado di moralità senza confronto più alto degli sconcìssimi - perchè malfatti - libèrcoli approvati dagli alti e bassi Consigli scolàstici - Novelle esemplari, Fior di virtù (e di stolidità) ecc. ecc. - fonte di lucro ai maestri e di ebetismo ai discèpoli.

Pur non si pensi, con ciò, che chi scrive applàuda a due mani al rubensiano delirio di polpe e di sguardi procaci che ha invaso la scolaresca del giorno fatta ubbriaca da mezza bottiglia di stecchettina gazosa. La smania sessuale è in natura,, ha dunque diritto di avere anch'essa la sua sede nell'arte; l'invito del sesso però non forma tutta la vita,, manchèvole quindi sarebbe quella letteratura che si occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri ìnguini non istudiando che di rènderli appariscenti, nè più nè meno dell'altra che si cappona per procurarsi una voce di àngelo. Che, se in questa desinenza in A la nota lubrica ha il sopravvento, a mè preme avvertire gli egregi lettori: I° che l'autore non ha con essa seguito la traccia de' suòi giovinetti colleghi, ma hanno questi piuttosto seguita la sua. La desinenza in A venne infatti composta nel 1876, allorchè del rosario del carnalismo non èrano state ancor snocciolate, almeno in Italia, che poche avemarìe e non si era ancor giunti ad alcun paternostro. 2° che l'autore innanzi concèdere al pùbblico questa sua sgualdrinella figliuola, gliene aveva già presentato trè altre morigeratìssime. La cifra di un uomo, e màssime di uno scrittore, è formata, non da un ùnico nùmero, ma da parecchi. Così, com'e, La desinenza in A - libro non certo per monacanda - rappresenta la giovinezza dell'autore, gli errori della poca sua carne, il suo squillo di bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli è oggi completamente sfiorita. La penna che segnò quèi ritratti donneschi è rotta per sempre. Bene stà. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi d'infanzia e vi offersi L'Altrieri; adolescente, di adolescenza e vi diedi l'Alberto Pisani; giòvine, di gioventù, ed èccovi La desinenza in A. Se la vecchiaja non mi sarà, come sembra, contesa, scriverò cose da vecchio - metafisici soliloqui, archeològiche dissertazioni - ¡chissà mai! anche ascètica. Letterariamente almeno, il Dossi non si falsificherà mai.

I cavalieri intanto e le dame, la cui virtù è sì fragile da temerne lo scoppio, pur coll'esporla alla temperatura di qualche grosso proverbio da fin di tàvola (sìmili in ciò a coloro che per gli eccessivi riguardi contro le infreddature tròvansi perpetuamente nello stato più proprio di buscàrsene) e si spavèntano all'ombra solo di quelli onorèvoli... - più onorèvoli assài di parecchi votanti nei Parlamenti - ... membri che hanno, come scrive Aretino a messer Battista Zatti da Brescia, "fatto i maggiori uòmini del mondo, i Michelàngiolo, i Tiziano, i Raffaello, e appresso loro, i papi, gli imperatori e i rè" nonchè gli stessi che ne pìglian vergogna, - considerino, dico, questi esimii signori (del che caldamento li prego) come non sìavi còdice che li òbblighi a comprar nè il presente nè altro libro del gènere suo, e, quel ch'è più, a continuarne la compitazione quando si accòrgono di che si tratta. Chi ama le comedie prive di sesso ha i teatri suòi, ha i burattini, dove può assìstere, senza perìcolo alcuno, da quello all'infuori di addormentarsi, anche al ballo. Per i pòveri d'intelligenza provvede la caldaja dei frati; c'è una letteratura estesìssima, nientemeno che il novantanove per cento di ogni biblioteca. Ne profìttino dunque. L'aqua non costa nulla e rinfresca. E se, dopo ciò, si ostìnano a spizzicare le mie frolle pernici in salmì, per poi lamentarsi di qualche doloruccio di ventre, ¡colpa loro! Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i veleni sono ùtili, basta sapere dosàrseli, cosicchè l'arte della salute - intendi, per burla, la medicina - fonda in gran parte su di essi.

E, ora ¡avanti i signori triari! stavo per dire "trepiedi." Sono la schiuma... ¡pardon! la panna dei crìtici. Hanno, pressochè tutti, fatto studi profondi - di che non si sà - fuori d'Italia, là nei paesi in cui le vòcali cèdono alle consonanti e l'uva al lùppolo; le loro sentenze le spùtan dall'alto delle càttedre o di que' mucchi di residui cibari che hanno nome "riviste o rassegne" mensili o quindicinali,, non abbassandosi che raramente a ragionare spropòsiti ne' fogli quotidiani, diventati, loro mercè, piombo in foglia. Costoro non pèrdonsi nelle scaramucce delle parole nè si formalìzzano di qualche frase che mostri il rosato ginocchio più delle altre. Ùnica loro preoccupazione è lo stile, sono gli intenti dell'autore.

Ora, il primo capo di accusa contro mè di tali crìtici in mitria, è quello che io scriva troppo avvolto ed oscuro. "Diàmine" sèmbrano essi dire "la più parte degli altri scombìccheracarta, basta un'occhiata per accertarsi che non vàlgono nulla; costùi bisogna lèggerlo due, trè volte, prima di persuadèrsene."

Ebbene, voglio èssere, come nessuno più, arrendèvole; voglio per un istante dimenticare la pregiudiziale, se la incolpata oscurità dipenda dalle idèe dell'autore che non sanno farsi vedere o piuttosto dagli occhi de' leggitori che non arrìvano a percepirle: completamente mi càrico dell'asserito peccato di una bujezza sì favorèvole ai lumi, ma, insieme, domando: ¿quale ne è la càusa? Una letteraria virtù, mièi signori - la densità delle idèe.

Ho detto una virtù; pur tuttavìa, giacchè sono sul cèdere, accorderò anche che tràttisi semplicemente di un bel difetto. Posseggo due scuse, però - e uno scusino: l'influenza del tempo nel quale è tuffato il mio corpo, il corpo che assièpami la volontà e, se ciò non vi par sufficiente, questa medèsima volontà mia.

E, prendendo le mosse dal tempo, tutti vèggono - meno i crìtici dalle acute pupille nella collòttola - come sia oggi impossibile ad un autore, che al manubrio dell'organetto preferisca l'arco del violino, di scrìvere precisamente come quando il patrimonio delle idèe era di gran lunga più scarso dell'attuale e pisciàvasi chiaro perchè non si beveva che aqua, compreso il vino. Bastava allora di esprimere ciò che il cuore individual suggeriva e la lingua materna imboccava; ciascun paese viveva, per conto suo, dei frutti esclusivi del proprio suolo e del proprio pensiero, nè più nè meno di Ippia sofista - vero sìmbolo di quell'època - che, insomaràtosi nel principio che ciascun uomo costituisce una completa repùbblica a sè, anzi un intero universo, si facèa colle sue cìniche mani tutto, dalle ciabatte al mantello, dal letto al pranzo, dai mòbili alla moglie. Senonchè, oggi, si mutò stile: siamo figli di esploratori, e viaggiatori noi stessi, e, in quella maniera che da occidente ad oriente, dal polo antàrtico all'àrtico, s'incròciano e mèscolano tutti i prodotti del globo, tra cui màssimo l'uomo, gìran le idèe più ancora liberamente e si spòsano e ne crèano altre, prolìfiche come infusori. È una tendenza generale, questa, che nè le polìtiche tariffarie ed i cannoni dei governanti, nè gli ohimè dei grammàtici e gli esorcismi dei preti sanno o potranno frenare. I mercati del mondo (in gergo ufficiale "Stati") gràvitano a fòndersi in uno solo. Si và a tutto vapore, e già può dirsi a tutto elèttrico, verso il comunismo più equo e la più ordinata anarchia.

La universale e fatale tendenza tròvasi poi, nel mio infinitesimale pianeta del corpo, preparata la sdrucciolina da càuse particolari, anzi orgàniche. Difatti, le doppie porte per le quali le sensazioni pènetrano nella casa dell'ànima (rètine, timpani, ecc.) e che, nella maggioranza degli uòmini sono pressochè uguali, tantochè le due correnti della percezione èntrano in essi simultaneamente e tòccano con pari scocco nel campanello della coscienza, in mè sono affatto assimètriche, donde un risultato opposto. Nè le sensazioni rivali che vèngono a mè dai vari oggetti, giùngono a combaciarsi perfettamente e a dare un sol squillo nello spìrito mio, fermentando in esso un miscuglio di ali e zampe e teste d'idèe versàtovi da letture affrettate, copiose, disparatissime. Era forse, originariamente, il mio cuore un ùnico specchio, ma, dalla memoria onerato, si spezzò in centomila specchietti. Il troppo olio, dirèbbesi, affogò lo stoppino. Se nel bujo notturno, nei preludi del sonno, mi si rierge talvolta l'idèa - come la colonna di fuoco che guidava gli ebrèi - luminosa,, comparso il sole, io più non scorgo che fumo. Vero è che nel fumo perdura la fiamma e che, a forza di gòmito e pòmice, la idèa riaquista splendore, o, come di Virgilio e delle orse si scrisse, "fòrmam post ùterum lingua magistra pàrit", ma ciò non avviene che a prezzo di transazioni, di sottintesi, di ripieghi, cosicchè il mio stile potrèbbesi bensì assomigliare ad una donna sapientemente abbigliata, non mai ad una bellissima vèrgine nuda. In questo mio stesso discorso, in questo stesso periodo - da mè lasciati più greggi del sòlito - i lettori hanno prove a biseffe di ciò che affermo. Si aggiunga la preoccupazione affannosa di stipare quanto più senso si possa in ogni frase (perocchè sempre mi parve atto di letteraria disonestà quello di vèndere al pùbblico, per libri scritti, volumi di carta tinta d'insignificante inchiostro); si aggiunga lo studio, non meno morboso, di cacciar dapertutto malizia, affinchè, se la stoffa od il taglio del pensiero non vale, valga almeno la fòdera, e non farà meraviglia se il modo dello scrivere mio debba inevitabilmente mancare di quella tagliente sobrietà che forma la caratterìstica della espressione dei grandissimi ingegni e de' grandissimi stolti.

Ma della complicazione del mio attuale pensiero, c'è un'altra càusa, pur fìsica. Se colla continua ed ostinata meditazione, il cervello consegue la forza di ascèndere e la sicurezza di aggirarsi pei greppi più vertiginosi, smarrisce, spesso, quella di camminare in pianura. Guadagnando le ali, perde, per così dire, i piedi. Il proverbiale esempio del matemàtico, che, sciolti i càlcoli più sublimi, sbaglia la somma del domèstico conto che gli propone la cuoca, è in règola perfettamente colla verità ed è applicàbile a tutte le arti. È noto come uno de' màssimi agenti del pensiero sia il sangue, la virgiliana purpurea ànima. Ora, la irritazione che l'ostàcolo tra la volontà nostra e la cercata idèa pròvoca ai nervi dell'intelligenza, invita, attira al cervello il flusso sanguigno necessario ad abbàttere lo stesso ostàcolo, e la idèa si svela. Al ragazzo che fà i suòi primi italianucci è sufficente irritazione nervosa la ricerca delle parole di cui riveste la traccia temàtica dàtagli dal maestro; all'adolescente, la caccia alla rima ed all'armonìa del verso colle quali ripete le ripetizioni di moda; al giòvane, che aspira alla artìstica originalità, lo sforzo, prima di evitare le idèe e le forme troppo stancate,, poi di scoprirne di nuove, poi ancora di raddoppiare, di triplicare i sensi delle sue frasi, finchè, vievìa, moltiplicàndosi i dièsis e i bemolle e gli altri accidenti in chiave, arrivi a quella concentrazione, a quella ingegnosa oscurità di stile che fà la delizia degli intelligenti e la disperazione del pubblicaccio. Ora, il sottoscritto, che ha passato come ogni altro autore non condannato allo sgabello della mediocrità, tali stadi, tròvasi appunto a quello che si potrebbe chiamare "la distillerìa della quintessenza." Le difficoltà che, una ventina, una decina di anni prima, bastàvano a rieccitargli la Vènere intellettuale, oggi, perchè superate, gliela làsciano inerte. Indicàtegli un masso di pòrfido letterario, ei ne saprà far balzare una statua; consegnàtegli, per una burocràtica scarpa il necessario cuojo asinino già tagliato e il puntarolo e lo spago, darà punti svogliati e voi rimarrete a piè nudo.

Confesserò tuttavia (ed ecco la mia scusa aggiuntina) come, allorquando mi accorsi che non avrèi potuto per nessun verso fuggire il crescendo della complicazione stilìstica, lo affrettài e mi vi abbandonài tutto, mirando solo di convertir la cattiva in una buona ventura, come fà, della macchia che gli goccia impreveduta sul foglio, l'aquarellista. E veramente, l'originalità in arte ha più spesso radice in difetti che non in virtù. Stia certo il lettore che, se di un'oncia soltanto della lìmpida mente e dell'amàbile filosofìa di Alessandro Manzoni o del sicuro ànimo e dell'ampio umorismo di Giuseppe Rovani avessi potuto disporre, non mi sarèi contentato di fare il geroglìfico Dossi. Gli è, del resto, una fatalità cronològica alla quale nè io nè i mièi fratelli in letteratura sapremmo sottrarci. Trascorsa la primavera pariniana, la manzoniana state, il rovaniano autunno, più non ci avanza, del letterario anno che stà per finire, se non l'inverno. Spremuta l'uva di Alfieri, di Monti e degli altri, fatto il vin di Manzoni e di Giusti, fatto il torchiàtico di Aleardi, di Prati, di Rèvere e d'altrettali, più non rimane da fabbricarsi, dell'ùltima svinatura, che l'aquavite. Lambicchiàmone dunque in buon'ora. Ci servirà di sole invernale, e, riscaldate da essa, le generazioni novelle prepareranno con impulso gagliardo il terreno ed i tralci per le vendemmie future.

Tornando a noi, o piuttosto a mè, io non mi lagno niente del nùmero, quale si sia, che estrassi nell'ùltima leva della letteratura paesana, nè dell'èsito degli sforzi coi quali tentài di assecondare e completarmi la sorte. Uno stile che fosse una rotaja inoliata sarebbe la perdizione de' libri mièi. Uno invece a viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a procèder guardingo e a sostare di tempo in tempo - parlo sempre del non dozzinale lettore ossìa dello scaltrito in que' docks di pensiero che si chiàmano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul - segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idèe o sottintese o mezzo accennate (quel pleou emisy pantòs che Esìodo dà come règola d'arte) fanno sì ch'egli prenda interesse al libro, perocchè, interpretàndolo, gli sembra quasi di scriverlo. Nè per altra ragione le sciarade ed i "rèbus" mantèngono a molti giornali il favore del pùbblico. Aggiungi che una sìmile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle idèe dell'autore assài più addentro che se queste gli si fòssero di bella prima sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira il cervello - a modo di que' poppatòi artificiali che avvìano il latte alla mammella restìa - a meditarne di proprie. In altre parole, dall'addentellato di una fàbbrica letteraria, egli trae invito e possibilità di appoggiàrvene contro un'altra - la sua - e, da lettore mutàtosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'òpera altrùi diventata propria.

Ed è al medèsimo scopo di farmi lèggere con attenta lentezza che dèvesi ancora attribuire la mia ripugnanza di usare parecchi spedienti - meglio dirèi ruffianesmi - i quali, secondo l'opinione de' crìtici e il gusto della platèa, costituirèbbero i requisiti essenziali della forma romàntica, primo tra tutti l'intreccio che appassiona e rapisce. Quanto ho detto, toccando dello stile che più conviene a libri della pasta de' mièi, può appressapoco ridirsi parlàndosi dell'intreccio. Non nego che una fàvola concitata, densa di colpi di scena, irritante la curiosità, incalzante la lettura, sia la maggiore fortuna, anzi la dote sine qua non per un romanzo sprovvisto di ogni sapore di stile e d'ogni potenza d'idèa: là è necessario infatti che il leggitore percorra a rotta di collo il volume e precìpiti al fine prima di accòrgersi che l'autore è più di lui soro,, inghiotta per così dire il cibo senza aver tempo di rilevarne la insipidità. Nei libri, invece, in cui gli avvenimenti narrati sono un mero pretesto ad esprìmere idèe ed una occasione di suggerirne, deve l'intreccio sì esìstere ma non troppo apparire, dee contentarsi di fare, non da ricamo, ma da canovaccio, adducendo carezzosamente il lettore sino alle ùltime pàgine, quale còmodo cocchio da viaggio che permette di osservare il paese, non già traèndovelo turbinosamente quale rozza infuriata. E sìmile intreccio modesto non parmi che manchi in questa Desinenza in A, poichè le sue trè parti fòrmano gli atti di una sola tragicommedia La Donna, e poichè i medèsimi personaggi, che noi conoscemmo bambini nei primi capìtoli, li ritroviamo, salvo quelli che perdiamo provvidenzialmente per via, giòvani nelle scene di mezzo, vecchi nelle estreme. Oltracciò, vi ha un altro legame più ìntimo, che si tentò di celare nel nesso tra la natura ambiente cosìdetta "morta" da chi non ha fino l'orecchio, e la storia, il caràttere, il "momento" degli attori che ne son circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth, comprenderà le mie scritte pitture. Il mòbile, la tappezzerìa, la pianta, vi aquìstano un valore psìchico, vi complètano l'uomo, e, da sèmplici attrezzi teatrali, vèngono a far parte integrante del ruolo dei personaggi. Gli è il coro dell'antica tragedia ridotto a forma moderna. D'ogni intreccio, però, quello che credo di non aver trascurato e cui tengo massimamente è l'intreccio fra il mio e l'ànimo de' lettori;... alludo sempre ai non irosi e non disattenti lettori, cioè ai pochi.

Come vedete da questa ultimìssima frase, quì non si tira di prezzo colla signora Crìtica, allorchè nota che io perdo - per ostinata premeditazione - la gran maggioranza del pùbblico quella maggioranza che non sà lèggere se non i libri scritti a caràtteri di ditta. Osserverò tuttavìa, dal canto mio, che tale pèrdita non è poi così grave, come asserìscono, per chi aspiri ad arricchire meno le case editrici che la letteratura. Il pùbblico di un letterato non è già quello dell'uomo polìtico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro della gola) pei quali è indispensàbile e folla e contemporaneità di fautori; non ne occòrrono a lui nè migliaja, nè centinaja e neppure ventine in un tratto: gliene bàstano pochi, uno anche, purchè sìano degni, a loro volta, di lode e purchè si succèdano - sentinelle d'onore del nome suo - fino al più lontano avvenire. La votazione per la durèvole gloria di un artista non si chiude in quel medèsimo giorno in cui viene proposta, ma le urne rimàngono aperte nei sècoli. Se si contàssero gli intellettuali custodi e inaffiatori, insino a oggi, della fama di Dante, non si arriverebbe certo alla grossa cifra della sine nòmine plebs che si accalcava estasiata intorno a passate o grugnisce ora giojosa intorno a viventi volgarità. Senonchè, l'applàuso della moltitùdine scompare colle mani che l'hanno prodotto e anche prima, mentre il làuro, piantato dai pochi intelligenti sulla tomba del meritèvole e con sollècito amore educato, non cessa di crèscere e si rafforza cogli anni. Ciò che crea la moda, la moda pur spazza via, nè oggi alcuno più sosterrebbe la burattinesca trucità dei già celebrati romanzi della Radcliffe nè la patètica pappa delle novelle, furiosamente già lette, del Chiari, come domani non si soffrirà più da nessuno la grandìssima parte del bozzettismo del giorno. Se è dunque assiomàtico che un libro trovi tanta maggior grazia presso l'uomo d'ingegno quanta minore ne incontra presso il citrullo e viceversa, sarà necessario evidentemente, per conquistare una sùbita popolarità, di piacere ai goffi ossìa di scrìver goffàggini. Stìeno però tranquilli i pubblicisti che hanno missione, dirèbbesi, di alimentare il cretinismo italiano; nè io nè gli altri mièi migliori colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche loro lettore. Per conto mio, in arte sono aristocraticìssimo. Come Frine, io non ambisco all'omaggio che dei sovrani... dell'intelligenza. Nulla più mi spaventa di quell'unànime battimani che mi farebbe domandar con Focione: ¿sy dé pou tì kakon légon émauton léleoa?

¿Parlo molto di mè, non è vero, mièi adoràbili crìtici? ¿Che volete? M'insegnaste voi stessi, che per fare o per dire qualche cosa almeno mediocre, è d'uopo tenersi nell'orticello che si conosce men male: ora, io descrivo mè, cioè la persona che m'è più nota. ¿Perchè non vi descrivete anche voi, buoni crìtici? Si vedrebbe alla prova chi fà men ladra figura. Comunque; questa "subiettività" che vi dà tanto sui nervi e che stà infine di casa, non ne' mièi libri, ma nelle sole lor prefazioni, da considerarsi come lettere ìntime al pùbblico, non ha nulla d'ingiurioso, ch'io sappia, alla individualità altrùi. A parte che quì si tratta di un subiettivismo che riguarda, non le circostanze occasionali di un corpo, indifferentìssime per tutti gli altri, ma l'essenza di un'ànima, proprietà universale; a parte che la letteraria coscienza è sìntomo di virtù, non di vizio, giacchè l'occhio dell'artista che non scorge se non il suo esterno è occhio che poco vede, egli è sempre - parmi - più cortese ed amàbile, nello schiùdere la gallerìa delle fantasìe nostre, di non imitare que' padroni di quadri che si ritìrano sultanescamente, abbandonando ai servi i visitatori, bensì di accompagnar questi noi stessi, facendo loro da cicerone. Ciò, non fosse altro, testìfica che io non sono poi quel trappista, quel Simeone stilita, quell'antropòfago di sè medèsimo, quell'ùrsus spelaeus che piaque a certuni, collo stòmaco grave di anguilla, sognarmi. Voi vi fate, o crìtici, una sbagliatìssima idèa di quello che sia la società umana, ritenèndola tutta compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati dei giornalìstici uffici che smèrciano i vostri veleni, sacri asili al di fuori de' quali non sarebbe che "lido e solitùdine mera." Ben altro vasta è la umana società, i cui giorni si còntano a sècoli, i cui membri s'intìtolano pòpoli, il cui chiacchieratojo è il mondo. Per conseguire, tra essa, notorietà, lascio a voi di tentare i vostri "invescativi o coercitivi" come li dite, impiegàndovi tutta quella provvisione di màntici e ruote, di olii e di unti, di zùccheri e incensi, di cui disponete. Anch'io miro alla Fama ma a patto solo di giùngerla all'aria aperta e colla trionfale quadriga de' cavalli bianchi, non sul carretto dell'immondezza di Checco, non sul baroccio giallo-nero ed infangato di Cèsare, non sulle penne rubate e sempre vendìbili a chi più paga di Ruggero.

Per finirla, o mièi crìtici astiosi, io vorrèi lusingarmi che niuno di voi, abbia letto questa Desinenza in A nel suo giusto momento. Non succhia il midollo di un libro se non il lettore il quale si trovi in una disposizione di nervi consìmile a quella in cui era, scrivendo, l'autore. Il gran Mìlton è da lèggersi la domènica, quando si accùmula nell'atmosfera il religioso uragano, fatto di nubi d'incenso, di cerei lampi, di armònico tuono di òrgani; Leopardi in una giornata piovosa, colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stòmaco; Cattaneo in un'àula parlamentare, assente lo sfibratore Deprètis; Carducci sotto un arco romano non medicato dal dottore Baccelli; Correnti fra le stoffe preziose e le rarità antiquarie; Hugo, al mare. Così, è nell'època del malincònico e verginale erotismo dell'adolescenza che più si comprende la Vita nuova del giovinetto Allighieri ed è nell'ora del disinganno amoroso che il presente volume sembrerà fàcile e piano. Nè a quest'ùltima ora rado pervèngono gli uòmini; anzi tutti vi tòrnano quante volte ha loro sorriso da un fresco aspetto di donna l'inganno. Ma una illusione ancora maggiore è la mia che crìtici mestieranti rilèggano un libro che han giudicato una volta e indùcansi, per soprassello, a cambiar di parere. Quando uno tra essi lanciò la sua sentenzietta spietata, ¡non c'è più cristi! la ripete stucchevolmente per tutta quanta la vita del condannato e anche dopo. Imitazione quindi perfetta è, la crìtica, della misericordia divina, privilegiata inventrice, a quanto insègnano i preti, della pena che non ha fine.

Pienamente dunque d'accordo co' mièi avversari in ciò, che niuno di noi restò persuaso dei ragionamenti dell'altro, non io de' loro, non essi de' mièi; ritengo per sempre finita la nostra cartacea battaglia: sparsa è l'arena di penne e di matite spuntate, sparsa è di pozze d'inchiostro, e La desinenza in A entra, non troppo sconnessa, nelle sue seconde nozze col pùbblico. ¿Ma che? ¿che è mai questo sciame di donne che m'assal da ogni lato? Come i cimbri, sconfitti da Mario, che si traèvano seco il lor feminile bagaglio, bèllica impedimenta, come i bracati persiani sull'usta dei quali si affollava la bagascerìa di tutto l'impero, i mièi crìtici si rimorchiàrono appresso un nùvolo di gonnelle - dalla seta alla cotonina - ballerine ed avvocatesse (ambo oratrici coi piedi), trecche toscane e maestre di scuola (ambo appendici de' clàssici), sorelle di carità, mogli a nolo ed altre parenti posticce, sarte, balie, modelle, cantiniere, telegrafiste, filandiere... un cibrèo insomma di fèmmina, che dopo di avere assistito ozioso alla pugna, cerca ora di riappiccarla coi denti e colle unghie. Colùi che, cavalcando soprapensieri nella romana campagna, capitò qualche volta in mezzo a un'orda di porci e in quella grufolante e minacciosa marèa, stette minuti che gli pàrvero ore, potrebbe ùnico penetrarsi di tutta la gravità del mio caso. ¿Come salvarmi? ¿come superar tanta Eva? I lombi pure di Pròcolo e di Vittorio impallidirèbbero.

E una matrona, un quintale di ciccia che porta gli occhiali della filosofia e il busto della lògica e il guardinfante dell'oratoria, m'investe di una mitraglia aforìstica, sbuffando: "Tutto quanto si guarda da una sol parte si vede male. Chi ingiuria la donna, ingiuria pur l'uomo che ne è il frutto peggiore. Chi non sà perdonare, è di perdono non meritèvole... ¿Se ti credevi in piena ragione, perchè tanta ira?" - aggiunge iratìssima.

"L'evo dell'assolutismo maschile non è più" - sentenzia una bella sveltina in elegantìssima toeletta forense (comechè appena laureata dai professori e dagli studenti dell'Università di...) cercando ingrossare la voce con empirsi le profilate narici di tabacco rosa. - "Chiusa è l'età in cui facevate a vostro profitto le leggi, divorziàndoci ignominiosamente (consulta il Talmud) solo che avèssimo lasciato affreddare la zuppa ai cari sposini, presumèndoci adùltere (vedi in Seldeno) sol che si fosse rimaste appartate con uomo che non ci era marito, il tempo di cuòcere un ovo. Ma il nostro dito ha già tôcco la vostra tarlata legislazione. Noi riusciremo a tutto. La persuasiva, dea della Tribuna, è noi che l'abbiamo trovata. Tù lo puòi dire, tù stesso, a cui favore la femminil parlantina seppe più volte rinspirar la pazienza che il tuo laconismo avèa fatto smarrire a tuòi creditori e lettori..."

"¿E chi ti aperse i cieli d'amore?" domanda rimproverante una èsile e pellùcida vèrgine con un sospiro che tèrmina in tosse "¿di quell'amore che non muor mai, perchè non si ciba di vivanda mortale? ¿Chi t'insegnò la làgrima innamorata, seme di perla? ¿chi piovve sul tuo stèrile ingegno quella luce lunare della mestizia che feconda i pensieri? ¿a chi devi i primi vagiti poètici?..."

"¡Ingratissimo!" esclama con roca voce un composto di cipria, cold-cream e pinguèdine floscia che ancor tenta di spacciarsi per donna, "chi smorzò la tua smania amorosa? ¿chi saziò le tue labbra affamate? ¿Non più dunque ricordi le cento volte che abbracciasti queste mie giarettiere chiamàndomi Dea perchè mi slacciassi alla svelta? ¿nè la foga giojosa con cui pagavi il mio lusso? ¿nè l'intima soddisfazione che ti procuravo, scarrozzando con mè per la città invidiante, tù bruttìssimo al fianco di una bella mia pari? ¡Accidenti alla memoria tua!"

"¿E chi," subentra, ironicamente soave, un pàllido volto tra due càndide ali di tela, strizzàndomi maliziosamente l'occhio per poi tosto velarlo di pudica palpebra, "vegliò lunghe notti al tuo letto e al tuo gèmito, quando tornasti piagato dalla guerra d'amore e fasciò la tua doppia ferita e ministrò sul tuo fronte gèlida aqua e baci scottanti?"

"¿E chi," continua con uno strillo acutìssimo un'ombra cenciosa, verso mè roteando il suo rosario di bosso, "ha pregato per tè che non accendevi lumi a San Rocco... dopo di averti servito da fida...?"

"¿Mi riconosci tu?" interrompe una machinosa fantesca coi riflessi dei fornelli nel viso, indicàndomi con una mèscola e urtando in terra gli zòccoli. "¡Sù, padrone de' tuòi stivali, ridomàndami ancora, se hai faccia, que' broducci ristretti da sei capponi e dòdici ova con cui ti guarivo dalle medicine che t'ingozzàvano, ridomàndami que' pranzettini di molti volumi che ti mantenèvano, come dicevi, l'ingegno tuo e la stima de' tuòi amici...!"

"¿E il piacere che ti suscitài per gli orecchi? ¿e il gusto che ti diedi per gli occhi?" esclàmano insieme due bàmbole, giojellate e piumate, la prima con un trillo armonioso e un contemporaneo abbajamento cagnesco, l'altra con un ràpido lancio di gamba e uno strido di papagallo.

"¿E i bottoni che t'abbiamo cucito?" echeggia ochinescamente un coro di cameriere, il petto pieno di poppe e di spilli, "¿e le camice che ti stirammo? ¿e i caffè che ti abbiamo opportunamente recati sull'alba?"

"¿E i pedalini che t'ammagliammo?" ìtera un coro di vecchie punzecchiàndomi cogli aghi di calza, "dove li lasci?"

¿Che rispòndere? Dall'alto del Pègaso mio, inutilmente inquieto, cerco di pacificare la rumoreggiante folla, ma ottengo l'effetto opposto. Senza prò, infatti, mi sbraccio a fare a tutte comprèndere che ogni vita di artista è zeppa di contraddizioni tra lo scrittore e l'uomo e che però io non sono (mi pròvino) quell'odiatore di donne che mi si rèputa; che, in ogni modo, se nella Madonna a fresco del muro mio fu occasionalmente aperta una fogna, m'impegno di tosto murarla e di ridipingèrvene due, beninteso Madonne: invano prometto loro, purchè non mi ammàzzino prima, di cantare con entusiasmo le loro lodi,, chè se fu inneggiato alla peste, al cancro, alla piva e a tutti quanti i malanni, si potrà bene, credo, bruciare incenso rimato anche alla fèmmina, che non ne è poi il peggiore: invano tento di sferrare alle nubi il mio alato destriero - ¡pòvero Pegasuccio! - non può mòversi più, stretto dalla calca e spennato. E le iridiscenti sue penne già battibàgliano ne' cappellini delle mie inimiche.

"¡Rèndici tutto quanto ci hai tolto... fiori... baci... carezze!" è questo il grido ùnico, furibondo, che si eleva alle stelle.

Mi ergo in arcione. È un mare di teste in moto, di irati ombrellini e conocchie, di tesi pugni. Anche la voce, quest'ùltima delle sei ricchezze che le donne fanno pèrdere all'uomo (ingènium, mòres, pecunia, vis, lùmina, vox) ho smarrita. E, sulla chioma mi passa la fredda ombra di Orfèo.

"¡Restituisci i tuòi furti!" urla quel tempestoso ocèano di Mènadi, con un ondeggiamento in avanti.

Un'arma sola mi resta - càrica per fortuna. Con un sùbito moto, la sfòdero.

¡Meraviglia! ¡incanto! Un bràmito di voluttuoso terrore, di riverenza e di cupidigia, distèndesi di bocca in bocca. A mè, torreggiante sulla sella pegasea, quelle innùmeri donne, come da un colpo di vento abbattute, come Titania o la tèssala dama dinanzi al scespiriano Bòttom o al lucianesco Lucio inasiniti, càdono a ginocchi. Alla minaccia è sottentrata la sùpplica, e tutte tutte invòcano la mia benedizione.

Roma, 27 settembre 1883

CARLO DOSSI

SINFONÌA A TRANQUILLO CREMONA MIO GLORIOSO AMICO DAL CUI PENNELLO RIBOCCANTE DI SOLE E DI AMORE SÀTURO DI FINEZZE, DI SAPIENZA, DI ORIGINALITÀ IMPARÀI A SCRÌVERE
Sezione di una casa civile a due piani.

O Pùbblico, o solo mio Rè, si fà porta. Due lire e tu sei in teatro. ¡Ànimo! risparmia un pajo di guanti, un nastro, un fiore, un sacchettino di dolci, e ardisci di non scroccarmi il biglietto. ¿Chi è mai, che con un cinque-centèsimi in tasca, avrebbe tanta impudenza di domandare, per grazia, a un panattiere un panuccio? ¿non si paga, fors'anche, una sbornia che ti fà misurare la terra tra le fratellèvoli risa del pròssimo? ¿non si paga un amplesso che ti lascia un rimorso? ¿non si paga perfino un rimedio che ti assassina il palato, e, peggio ancora, lo stòmaco? Pùbblico-Rè, tràttami almeno, ti prego, come tratti il tuo cuoco, il tuo sarto, il tuo eròtico araldo. Nè ti rattenga la pietosa paura di rivedermi, tua mercè, a tiro di quattro e col battistrada. Lo spìrito costa molto olio. Siamo poi troppo signori per diventare mai ricchi.

¡Animo dunque! ti dazia e riempi il tuo posto. ¡Ve' che poltrone! ¡Che molle! oh che molle! Se la tua regnante Maestà - come desìdero e spero e per essa e per mè - ha pranzato da papa, troverà quì da disporre ampiamente la intimpanita ventraja, e potrà, cullata dal tepor della sala, succiarsi il pisolino del chilo, senz'altro timore da quello all'infuori di pèrdere la commedia, il che è forse un guadagno; se, invece, la è favorita da qualche polposo vellicatore contatto, la Libìdine tua ha di che stare a tutta sua voglia stipata in un disagio agiatìssimo. E di più, nei ritagli di tempo, badando un poco anche a mè e non isdegnando la tenue fatica di pensare il pensato, potrài mantenerti sull'esercizio di quella lingua italiana, in cui l'innesto lombardo distrugge la scròfola fiorentina, e ¡chissà mai! accattarti una dozzina di concetti ingegnosi, da improvvisare poi per tuòi propri, così facendo una figura men ladra nel mondo della parola, e così confermàndoti nella buona opinione, che tieni, senz'alcun forse, di tè.

Ma ecco, sul limitare, tra il vorrèi e il non posso, una rispettàbile dama. È una madre, incerta tra le ghiotte promesse di un cartellone e la verginale apparenza di una fanciulla, che le stà braccio a braccio. ¡O non tema, signora! Entri pure a cuor sciolto. Punto primo; la vera Morale, immutàbile, eterna, và come il corso dei cieli, pel quale è tutt'uno che i càlcoli delle più prèsbiopi spècole bàttano giusto od errato; và per suo conto e ben và. Non creda, che nè i libriccioli pel popolino del castratello A**, nè le commedie per le bimbe da latte della maestrùcola B**, sìano proprio i Messìa da mantenere questa vera Morale nel suo diritto cammino, cariàtidi, a parer mio, che si dilòmbano a sostenere una mole che si sostiene da sè. I dieci comandamenti, così detti di Dio, hanno potuto, dopo Mosè che li scrisse con la minaccia, èssere rispettati, appunto perchè per amore lo èrano già, in altro còdice inscritti ben più duraturo del granito e del bronzo, "la umana universale coscienza." E ciò la signora favorirà di accettare sulla parola, chè a voler la ragione di ciascuna ragione, si sciuperebbe a quintali la carta e a botti l'inchiostro, coll'attraente certezza, che, fatto il giro del globo, arriveremmo alle spalle di quella prima ragione da cui s'era mossi. Non mi òbblighi dunque a nojarmi, per annojare lei. Se la signora ama proprio la noja, non màncano biblioteche. Punto secondo; Drammàtica e Letteratura, nei loro rapporti colla Morale, nàrrano più quanto si fà o si è fatto, che non insègnino il da farsi. In particolare poi "teatro" vale divertimento; tanto è ciò vero, che se l'autore a questo suo scopo fallisce, pensa lo spettatore a rièmpierlo, traendo dallo stesso tràgico orrore una piacèvole sensazione. Ma le sensazioni che scèndon da un palco non divèntano mai sentimenti; tutto, in un teatro è fittizio, per chi dice e chi ascolta; tutto, dai scenari alle ore. Per quanto omicida, una tragedia non fu mai rea di digestioni men buone ne' suòi spettatori ed attori. Nè andiamo a fidarci della larva dei visi. Niun uomo s'affanna davvero o gioisce se non della propria fortuna. Calato il sipario, il sogno è finito; resta ciascuno qual'era - solitamente un briccone. E, punto terzo; concesso anche, o signora, tanto per contentarla, che la drammàtica o letteraria rappresentazione di un peccato qualunque, possa lasciare vestigia nella cera ancor molle di un giòvane cuore, ¿perchè allora, domando, non ne èvita Ella alla sua quasi-intatta palomba il domèstico esempio, reale e diuturno, ben altro efficace che non scolorite finzioni? ¿e quale casa - mi dica - non è viva accademia ai più torti costumi?

Veda quì. Ho un sacco di casettine quì (e lo scuoto) sul gusto di quelle, che, scolpite nel pino, vèngonci da Norimberga, la città cara ai fanciulli. Scèlgane una, madama. ¿Vuole che mèscoli ancora?... scelga pure a suo agio... ¿Questa?.. ¡Brava! Ella ha saputo pescarsi un grazioso edifizio a due piani e senza botteghe, abitazione certo di gente, che, per mangiare, non ha da far altra fatica che di recarsi il cibo alla bocca; di gente che non còmpera cenci per vesti, ma vende vesti per cenci; di gente, in una parola, per necessità buona, non perciò virtuosa. Ed ecco, Pùbblico mio, la casa; ecco il pìccolo mondo, dove ciascuno possiede il vero suo regno, un regno in cui si comanda a chi amiamo e ci ama: ecco il sacrario del fatale palladio della polìtica quiete, la pèntola; o, se meglio v'aggrada, quel camerino dove si studia la parte da recitare in istrada e il genio ci appare in mutande e... Dite "basta", vi prego. Chè io, di tutta 'sta roba, farò come di un pomo. Con il coltello della fantasìa la spacco. ¡Ve' che taglio nettìssimo!

Passeggiàmola ora col guardo. Il primo piano può dirsi un cannocchiale di stanze. Tutto è seta, velluto, tutto è oro, cristalli. Male potrèbbero i più tèneri piedi desiderare una maggiore morbidità di tappeti; male saprebbe una logorìssima schiena imaginarsi imbottiti più voluttuosamente cedèvoli. Eppure, fuorchè i servitori, non ci si trova nessun altro padrone, il che vuol dire che a meraviglia non ci si stà. Nel salottino della signora, una tenda è strappata, un pajo di sedie rovêscie, e, di più, stelleggia nel vastìssimo specchio un gran crepo, colpa forse quel braccialetto che innanzi gli giace ammaccato. Fatto è, che il padrone se l'ha scivolata di casa con una cera più muffa del consueto, gualcendo un mazzo di polizzini, e che la signora scarrozzò via con la vendetta nel volto; egli, probabilmente a pagare dei dèbiti, ella certissimamente a farne. ¿Ma a che ti scalmani, o marito? ¿a che spesseggi i picchii irritati del tuo nodoso bastone a corno di cervo? Tua moglie ha sotto di sè quattro ruote: arriverà sempre lei per la prima... E la portinaja, la quale ritorna dal chiùderle dietro il cancello, rianda la segreta consegna delle bugìe che le lasciò la padrona, e ne fa sùbito parte al signor mangiadormi, nascente in quel punto dalla cantina con due bottiglie tra mani e la terza in budello. Intanto, una botoletta sfoga di sala in sala la sua stizzosa verginità sui pizzi di una mantiglia, e intanto un bàmbolo latterino, con l'ira nelle gengive, fà traballare la ricchìssima culla, strillando a sgozzarsi pel noleggiato seno della nutrice. ¡Ma e sì! sparmia il fiato, ¡bimbo! Una giuliva fanfara ha invaso l'ambiente e la tua mucca a due gambe, che regge il seno a fatica, è andata ad esporlo a un poggiuolo, di dove, mirando il brioso passare dei bersaglieri, cerca, tra tante penne di gallo, la coda del suo. La cameriera le sopraggiunge. La cameriera abbandonò, di sua parte, una cuffietta a ricami sulla scottante cucchiara. Fuma la tela battista, ma la strinatura del cuore le intasa per l'altra l'olfato. E passa l'amoroso sergente e la occhieggia, mentre il marito di lei, quel bambagione di cuoco, fischia in cucina il motivo della fanfara, battèndone il ritmo su costolette di porco, nobilitate a cinghiale.

Nè l'altro piano si dissomiglia troppo dal primo. Se quì non si pranza in porcellana Ginori, non si sboccona neppure in terraglia di Biella. I padroni maschi, anche quì, sono fuori; giova peraltro supporre, che ciò sia a sgobbare, per mantenere nell'ozio le loro massaje. E davvero, di esse massaje, due, cioè la nuora e sua figlia ventenne, stan trascicando pel corso da trè o quattr'ore le loro fruscianti balzane, gratuite spazzaturaje. ¡Sfido voi a restare tra quattro pareti, in una giornata sì azzurra, con tanto lusso di vesti, e quel ch'è più, con della carne in negozio da esitare alla svelta! Ma già suònan le cinque, e in casa non c'è letto rifatto. "Ah se non ci foss'io!" sospira, scotendo il capo, la suòcera, fida alla stanza per non poterne più uscire, "¡addìo òrdine!" E insieme, fà quello che può, disordinando le idèe nella ricciuta testina della nipote minore, una bimba novenne, la quale stà a lei sillabando la storia di Eva che mena pel naso il protomàrtire Adamo. Senonchè il loro (parlo ancora di naso) non sembra molto sagace se non si raggrinza all'odore di bruciaticcio che esala dalla cucina. ¡Cuoca malconsigliata! bada all'arrosto che se ne và, e non al pudore già andato. Fai senso perfino allo spasimante magnano, che non arriva a capire per quale ragione paventi, la prima volta, le sue fuliginose carezze. Poichè il magnano non sà del ganzo rivale, chiotto nel dispensino, come tu, cuoca, non sai che l'ascoso, troppo è rapito in una libbra di cotta per ingelosir della cruda. Intanto l'arrosto và in fumo, và coi sogni leccardi dello sgobbante padrone.

E questa casa, o signori, è delle meno sconclusionate. ¿Non mi crede, madama? Crederà. Un po' d'unguento bocchino, e rincollata è la casa, e quale pareva, torna; e ridiventa, per lui che passa in istrada e mai non pagò di focàtico, l'arca d'ogni terrestre salute.

Ma la platèa s'è zeppa. ¡Giovinotti, in orchestra! Parlo a voi, smilzi agognanti alle meritali sferoidità,, a voi, nati all'amore dalle trè pubblicazioni e alla santa fatica del procreare in perfetta sintassi e alla felicità in carta bollata; parlo a voi, che, ancor titubanti tra una tovaglia troppo piccina per due e due lenzuola troppo ampie per uno, ergete al cielo (del letto) i lìberi polsi per impetrar le manette. Tu, in buca, ira suggeritrice. ¡Giovinotti, ai leggìi! ¡Fuori i fagotti e gli zùfoli! Dice il mio quinto Vangelo "allegramente sonate, chè sarete sonati."

ATTO PRIMO
SCENA PRIMA Le due poppàtole.

Era un giorno qualunque di un qualunque gennajo. Il palazzo dei Garza si stava abbigliando pel ballo di gala che la contessa Tullia (c'è anche un marito, ma conta per vetro rotto) usava di offrire ogni anno alle stelle della città, nel cristianìssimo scopo di spègnerle tutte con il fulgore delle sue gemme, l'inaspettato della toilette, la sua bellezza spavalda e il nùmero dei sospiranti. Tapezzieri e pittori, lampadài e fioristi, avèvano invaso il palazzo sloggiàndone quasi i padroni. D'ogni parte un traurtarsi, un sorvegliare a chi sorvegliava, un comandare contro-comandi, un affannarsi a conchiùdere nulla o peggio; là, il lamento di un mòbile grave che non voleva mutar domicilio compromettendo la sua emèrita età, o lo squillo di gràndine cristallina da un lampadario commosso; quà, gli accordi di un pianoforte o la scordatura improvvisa di un servizio di Sèvres; in complesso, nell'aria, tale un broncio, tale una luna da minacciare tutt'altro che un divertimento.

¡E sì, che, almeno pei servitori, la festa è già nel suo pieno! Sulle cantine, non più catenaccio; le pletòriche botti son salassate senza pietà; nella cucina par convenuto il mercato; tanto è il cibo, da spaventare la fame. Eppure, sarà una grazia, quest'oggi, se potranno i padroni sedersi a tovaglia e alzàrsene non malcontenti. Poichè la pompa ha ucciso la comodità. La sala da pranzo diventò un teatrino; la scala, una serra dal vertiginoso profumo: quanto ai saloni, sèmplice spazio; pura mobiglia, le càmere. Basti pensare, che il ballo s'è spinto fino allo studio dell'adiposo padrone, obbligàndolo a evacuare d'òrdine della signora, che intende sostituirvi un boudoir; sì che il pòvero conte Gonzalo, fàttosi usbergo di scientìfica flemma, ha dovuto raccôrre le sue ittèriche carte e colla penna all'orecchio, il calamajo in saccoccia e due messali sotto le ascelle (chè i servitori non hanno più tempo, nemmen di servire) emigrare in uno stanzone remoto, dove, vedèndosi il fiato e soffrendo di unghiella, lima ora una ottava di quel suo immenso poema tra il didascàlico e il rompiscàtole, che tratta "della domèstica pace."

Diamo adesso un'occhiata alla guardaroba. ¡Vatti a nascònder, Babele! Armadi e tiretti, scatoloni e ceste, tutto è aperto, scoperto; è un guazzabuglio, una arlecchinerìa di fogge e colori, di sottanini e di gonne, di sbuffi e volanti, di bindella e cervelli... dico cioè cappellini. Potrèi, fossi maligno, osservare che la padrona, a pezzi e a pezzetti, c'è tutta. E sul tavolone un monte di bava di bachi, spuma senza sostanza come la bonne société, che basterebbe a parare otto donne, ma non a salvare il pudore a una sola, un candidìssimo monte, che decresce man mano, passando tra le àgili dita di quattro sartine, le quali, sedute nel vano di una finestra, ci danno lo strano spettàcolo di affacendarsi a cucire - mentre bianchèggiano i tetti su di un ciel grigio - una veste di estate. E quelle ragazze agùcchiano svelto, chîne le fronti gentili, in silenzio, nè si soffèrmano che a provvedere l'ago di nuovo filo, aguzzando, verso la cruna, occhi che non hanno dormito. Sopra la sponda della finestra òziano intanto quattro grosse pagnotte e... un coltello. ¡O sojatora cucina! ¡o carestiosa ubertà! Tuo malgrado, anzi, è per tè, se anche la gabbia di Cicio, il pàssero solitario, pende muta in un canto. Èccoti lì, Cicio mio, irrigidito sulla incommèstìbil sabbiuccia, vuoto l'abbeccatojo, scîutto l'orciuolo, senza più cuore, senza lattuga, senza ancor làgrime, salvochè forse da quel gattone soriano, che strofinàndoti-sotto le volte più voluttuose, guarda in sù e sospira, per non potere pagarti l'ùltimo ufficio.

Tanto, dico, la guardaroba era zeppa di nulla, che Isa, la settenne bambina della contessa, avèa dovuto tirare i suòi due metri quadrati d'immunità, il suo San Marinetto, il suo tappetino, sin contro uno sposareccio cassone, di quelli che con le scolture e gli intarsii dissìmulano (come l'àbito bello il cuor brutto) la biancherìa sùdicia. Era, quel tappetino, l'asilo di tutti i colletti all'àmido renitenti, di tutti i nastri ribelli al cappio o scartati dalla instàbile moda, in una parola, di tutti i banditi dall'abbigliatojo materno; ed era l'assoluta provincia della bambina e della sua amica di cartapesta, la graziosa Fanny, una fantoccia, che le assomigliava come uovo a uovo e nell'oltremare della pupilla e nel vermiglio delle guancette, tènere e tuffolotte, e nell'incipienza del naso e nel biondo-ambra della capigliatura, avvantaggiando su lei in ciò solo (d'assài rilievo però) - nel silenzio.

Ma siccome, quaggiù, cosa compensa cosa stando la perfezione nel complesso di tutte, valeva il muscoletto linguale dell'Isa e per l'una e per l'altra, anzi ne sovrabbondava.

"¡Pòvera la mia Fanny!" dicèa essa accoccolata sul tappetino mentre aggiustava intorno alla bàmbola con la manina guantata una bianca sottana di raso, "quella brutta Honorine non ti ha ancora portato l'abituccio di gala. Hai, è vero il gros lilla, hai la faille rosa, hai la moire mauve, ma li hai messi già tutti. ¡Fi! c'est indécent comparire due volte nello stesso salon con la stessa toilette... ¿Che ne direbbe la baronessa Colorno, cette dégoutante? ¿che ne direbbe la Breda, cette parvenue?... Eppòi, tu devi ballare i lanciers con Sua Altezza, e far ‹ghigna ghigna› a quella smorfiosa di una marchesazza d'Alife. ¡Pòvera la mia Fanny! ¿È il nojoso pappà, vero? che non ti vuole dare le sou? ¡Avaraccio!... Ha ben ragione don Peppo. ¡Auf! ¡ces maris! ¡che caldo!... Ma non piàngere mica, Fanny. Noi lo diremo a don Peppo, e don Peppo ti comprerà lui la vestina."

Tra parèntesi; chi mai sia don Peppo e quale il suo ufficio in casa del conte Gonzalo, non giurerèi: stanno due indizi però; l'uno che ogni qualvolta è pronunciato tal nome, s'increspa maliziosamente il cantuccio dei labbri di questa o di quella sartina; l'altro, che Isa, per ajutarsi la imaginazione, ha investito della parte di lui uno zùfolo rosso da un soldo. E Isa, adducendo il delicato strumento a Fanny, seguitava:

"¡O caro il nostro don Peppo! ¡que vous êtes ponctuel!... Attacca pure, Francesco... Su, monti don Peppo," (e la bambina accomodava lo zufolotto a fianco della fantoccia, in una scàtola già di canditi) "la mi segga quì presso, monsieur; tout près...¡ Vite! dal mercante... E tip-top e tip-top e tip-top...

"Bonjour, mercante" "¿In che posso servirla, signora contessa?" (facèa da mercante un soffietto) "J'ai besoin di cinque e cinquanta milioni di miglia di velluto d'oro e d'argento con la coda." "Ecco, signora contessa." "¿Quanto costa, mercante?" "Nove franchi, signora contessa." "Lei, mercante, è un gran ladro." "Non posso fare di meno, signora contessa." "Basteranno allora dix francs. M'impresti il suo porte-monnaie, don Peppo." "Oh non s'incòmodi, signora contessa." "Adieu, mercante." "Servo suo, signora contessa..." E tip-top e tip-top e tip-top...

"Eppòi, ¿sai? o Fanny, ti metteremo all'ingiro un collier di brillanti, azzeruole e bottoni, con un bel dòndolo in mezzo, e dentro il portrait di don Peppo.

"En attendant, siedi alla pettiniera. ¡Ici, Lulla e Amorina!" (e Isa, da un mucchio di bambolucce, elèssene due e poi altre) "Allumez les bougies... Tu, Tesoretta, và a pigliare il peignoir. Tu, Carmelita, inclina la glace e dammi un miroir. Monsieur Violet, la mi faccia una coiffure à la chienne-adorable con su una bella corona di marrons glacés e di carta di dolci e una piumona di pollo del Paradiso... ¡Du koheuil et un bâtonnet, Tesoretta! ¡de la veloutine, Carmelita! ¡une houppe, Lulla!... ¡Bestia di un'Amorina! ¿non senti che mi tiri i capelli?

"Ah! c'est fini. ¡Les gants! Mes gants a sei bottoni. Inclina un po' ancora la glace, Carmelita. ¡Que je suis bien! que je suis ravissante!... Tu, stài distante, pappà; toujours si malpropre, toi."

Ma riecco don Peppo (e la bambina riprendeva lo zùfolo) "Come mi trova, don Peppo?" "Un bombonino, contessa." "Mi dia il braccio, don Peppo." "A' suòi comandi, contessa." "¡Allons donc, de la musique!..." "¿ Voulez-vous danser une valse avec moi, comtesse? " "Très-volentiers, chevalier." (e lì Isa accoppiava lo zufolotto a Fanny). "¿Aimez-vous la valse, comtesse?" "À la folie, chevalier; ¿et vous?" "Oh, j'aime les perdrix aux truffes, comtesse." "¡Les perdrix à don Peppo! ¡vite! ¡le champagne et le pâté à don Peppo!" "¡Que vous êtes spirituelle, comtesse!" "¡Que vous êtes bien frisê, chevalier!"

Ma, a questo punto, si udì lo sbadiglio di un uscio, e apparve un metro di donna, vestita di nero, dal naso che respirava sussiego, cioè apparve la signora Modesta, la guardarobiera, una di quelle donnette dall'affacendatìssimo ozio, indispensàbili a che una casa cammini come Dio vuole. E la signora Modesta, annunziava: "Donna Isa, la maestra ti aspetta."

"Io no..." fe' la bimba.

"¿Hai capito?"

"Io no..." ripetè Isa con sgarbo.

"¡Guarda che vado a chiamare pappà!"

"Vai pure. È festa. Pappà non permette che si studii alla festa."

"Oggi, non è festa punto, donna Papagallina," esclamò stizzita la guardarobiera "¡Badi che la contessa!..."

Isa sospirò con dispetto. "Vengo," disse "Ma lasciami prima coucher la Fanny. Maman vuole l'òrdine."

E lentamente si diede a raccògliere e a mèttere in pila le sue proprietà.

Quand'ecco, si riapre la porta a una rotonda e sgualdrina figura di bambinaja, che dice: "Contessina, la sarta."

Isa, in un balzo, fu in piedi. Attaccossi alla gonna di Lauretta, e via ambedùe. Il balocco di carne correva alla sua majùscola bimba.

Rimase con quelli di stoppa la signora Modesta, che, crollando la cuffia in aria di commiserazione, si sbassava a riunirli, ne faceva un fagotto; poi, alzato il coperchio-sedile della cassa istoriata, vi seppelliva entro ogni cosa. La qual cassapanca (anacronismo antiquario a tutto vantaggio della filosòfica lògica) rappresentava, nel secentista dossale, uno sculto pavone spiegante la pompa delle occhiute sue penne; nel telajo di sotto, l'intarsio maggiolinesco di una gran casa in rovina.

SCENA SECONDA In collegio.

¿Dal sopra in giù, a cinquanta metri di lontananza, quale più grato spettàcolo di un collegio di ragazze e di bimbe, in ora di ricreazione? ¡Quanto bello vedere quelli amorosi intrecci di forme verginalmente sobrie, che non attèndono migliorìe da Parigi o da Vienna, e quell'incompro ondeggiar di capelli e que' colori freschìssimi, cui fu pittrice la sola natura! E, oh quanto mai commovente, pensare che in corpi sì vaghi polsèggiano ànime gaje come i lor visi, buone spontaneamente, perchè spensierate che di là di quel muro, fine al soddisfatto lor sguardo, s'àgita, bolle una melma di birberìe, dove il fratello s'adopra di affogare il fratello e il meno ribaldo soccombe; e pensarle con un solo desìo e una sola paura, gli esami, con un solo rimorso, il premio fallito; accendenti ancora il lumino alla purità della Mamma di Dio, nè ancor distinguenti, tra due chiavi diverse, la maschia e la fèmmina... Oh, a tale veduta, a tali pensieri, fin il vecchio deluso, cui delle gioje del mondo non sono rimasti che i dèbiti e le cicatrici, si leva intenerito gli occhiali, per asciugarne gli annuvolati cristalli.

Tuttavìa, mi si susurra all'orecchio, che, da vicino, un collegio interessa ben più.

¿Vorreste farne sperienza? Per quel privilegio, che gli scrittori hanno comune coi doganieri, di frugar dapertutto, noi scenderemo nell'istituto della signora Isidora Cornalba, un istituto messo sù alla tedesca, nel quale s'impara quel tanto che basti per rimanere ignorante e si mangia quel poco che giovi a conservar l'appetito. Fatto stà, che frutti migliori non si saprèbbero dare. Tante le ivi educate, quante le ben maritate. E noi, sull'ali della bugìa, c'introdurremo in questo egregio istituto, dove ci ha divanzati il sole più allegro che mai illuminasse una domenica di primavera. A nembi cinguèttan glì uccelli sul fico del cortile-a-giardino, a nembi le ragazzine nel mezzo dei fiori. Ragazze, fiori ed uccelli, trè cose, l'una creata per l'altra.

Ecco, anzitutto, in un canto, due bambolotte di nove in dieci anni, abbigliate e velate di bianco, con le manine a mezza orazione, e tra le manine, un rosso libro di messa. Stan savie savie, lo sguardo raccolto, indifferenti agli inviti di quella frugaglia ancor senza mammelle, vera semenza di rose, che gioca chiassosamente sù e giù nel cortile, quà a mosca cieca o agli sposi (cioè, cantando, partita in due schiere, il "voglio una figlia" con la controdimanda del "¿che dote mi date?") là a predelline o a bìndolo, o, più quietamente, a dar ciascuna da bere, per ora, al suo vaso di parco. Le due bambolotte han fatto appena bucato; la loro interna casetta, pulita di tutti que' peccatoni imparati a memoria, càndida come le loro vestine, è in attesa del primo e pròssimo arrivo di bimbo-Gesù in commestìbile forma, e ne pregusta il sapore - un sapore assài somigliante al pane di Spagna e ai mostaccini che madama Cornalba serba e promette per tali solennità. Oh poverine! rapite in una gastro-ascètica èstasi non le si accòrgono intanto di quelle tre monellucce loro coetanee, le quali, dietro l'uscio del luogo per cui progredìscon le scienze, stan dividendo un cartoccione di roba, e rìdono, verso le due, con un visino più moscadello del sòlito.

Ma, mentre le nostre angiolette mèditano col palato il terzo dei sacramenti, ci ha altre che si prepàrano al sèttimo. Sono ragazze in sugli ùndici, che si dìsputano a gara il Millo del portinajo, un gognolino di un anno, e se lo sèrrano al seno, e gli fanno il linguino e il pizzicorino e lo mangiùcchian di baci e carezze, - baci che han denti, carezze che hanno unghie - palleggiàndolo, soppesàndolo, miràndolo e di sopra e di sotto e all'indrizzo e al rovescio, per imparare, forse, come i bimbi si fanno. Oh simpatìe provvidenziali! oh innata maternità! Ma di tanto entusiasmo il neonato non sà, pel momento, che fare, e dà in làgrime e strilli. Amore è dolore. Millo comincia ben presto a sentire che male sia mai il bene delle ragazze.

Altre, invece, non riàndano mica zoologìa; sibbene geografìa. Vèdile, le quattro studiose, sotto quel pèrgolo ingraticciato, che attende la appena-seminàtavi ombra; vèdile, fuse in un ùnico amplesso, vôlti gli sguardi a un atlante, che una di loro, gentil morettina di trèdici anni, si tien spalancato in grembo. La giovinetta poggia il flessìbile mìgnolo sul vecchio dei due emisferi, forse accennando le analogìe tra i promontori ed i golfi; nè pare si avvegga della bianca cuffiazza a bindelloni color-patriarca della signora Isidora, che sosta a osservarle con un bocchino di compiacenza a traverso la grata. Ma una gobbetta tira l'amoerre della rettrice e le spìa alcunchè: tosto scompare il sorriso della rettrice, tosto scompare lei stessa. Ecco riguizza sull'ampio aperto volume un libricciuolo slegato, zêppo d'orecchie, e quattro sguardi vi si fìsano sù, con l'appetito con cui mamma Eva adocchiava quel frutto, che, voi donne, sapete.

S'udiva in questa, da una finestra a terreno, il suono di un pianoforte. Era un tremoleggiato "notturno", un frèmito verginale, che si elevava quasi a implorare pietà, e toccava all'accento più gemebondo, poi, soprafatto dal duolo, ricadeva a morire sconsolatamente. E a quell'agonìa in minore, trè quindicenni, cui le corte gonnelle volèvano ancora bambine a dispetto degli occhi, e passeggiàvano sobbracciate lungo il cortile, si soffermàrono, scambiàndosi un risolino. Delle quali, una, cioè Elda Batori, alta e superba figura, dalla nerìssima chioma che all'opaco pallore, qual di magnolia, del suo dòrico viso, aggiungeva altro pallore, e dall'occhio ùmido e grigio e dalla voce che agiva voluttuosamente sul tatto, fe' sogghignando:

"Ci siamo."

A tali parole, gli sguardi delle trè belle educande si vòlsero al secondo piano di una casa, che si innalzava di là della via, nascosta nella parte inferiore dal muraglione della corte-giardino. Ecco, difatti, il pettegolìo di un oboè piagnucolare il motivo del clavicèmbalo; e allora il motivo, che impallidiva vieppiù, riaversi, e da un tempo di chiesa, grave come un canònico, entrato ben presto nel gajo trottino di una ballata, passare - sempre seguito dal zoppicante oboè - in un galoppato 3 e 4, finchè, vievìa, guadagnando la mano, i tasti alle dita e al ritmo le note, tutto non fu che un imperversar burrascoso, un turbinìo, un càos di suoni, quale un accordatore non avrebbe saputo desiderare migliore.

"¡Pòvero piano!" sospirò la seconda delle trè collegiali, la biondìssima Isa di Garza, dalla pupilla cerulea. E s'era fatta, Isa, una smilza fanciulla, flessuosa come una spiga, di elegantìssime forme, quelle forme nate a dar voga a una foggia e nome a una sarta, meglio assài delle belle, per le quali, anzi, la veste è il màssimo danno. Nè la fanciulla minacciava alla Moda una inimica. Ben si vedèa, dal pretenzioso suo disabbiglio, dalla studiata spettinatura, dai guanti eterni, che Isa, quand'anche non figlia del conte Gonzalo, di donna Tullia era certo.

"Miss Clelia è proprio in guazzetto col barbigino," disse allora la terza, il cui nome di Eugenia Ottonieri accompagnava la ciccia di una ragazza barocca, biancorossa e freschìssima, "come pomi a odorar, soave e buona" nello stile di quella, che, se credete alla Bibbia, tenèa lontana la muffa dalla saggezza del vecchio rè Dàvide "¡non si scherza, ve'! Io, che sò il linguaggio dei fiori, non passa dì che non legga qualche dichiarazione d'amore sulla finestra o di lei o di lui. Ieri l'altro, ad esempio, il barbigino ci avèa esposto un tulipano, che signìfica ‹ti amo› e sùbito la maestrina ha messo fuori, a rincontro, un cespo di erbasavia che vuole dire ‹sei freddo.› Ma il giorno dopo, al posto del tulipano, stava già un peperone, che se potesse parlare, direbbe ‹ardo›, cui miss Clelia rispose con un baràttolo di sanguisughe, che, come si sà, equivale a un ‹tua per sempre›. E davvero, gli è un bel pasticetto colùi," aggiunse vogliosamente. "¡Ci si può star senza smorfie!"

"Stài puve," fe' Isa, con un frèmere lieve di nari, e aristocraticamente fraudando il suo alfabeto dell'erre, nel che però si capiva, come ancora penasse a parlare men bene di quanto poteva. "Stài puve... con i tuòi apprentis commercianti. Avrài i vestiti au prix de fabrique. Da parte mia, non ti farò concorrenza. J'avoue di non èssere nata col tic degli amori all'ombra di una ditta e di un banco, tra le ciòtole e i mastri, e con le stoffe che mi contèmplan dall'alto dei loro scaffali. Je suis née poétique, moi. Io non comprendo che un amore alla Otello, salvo il colore. Io vorrèi, per lo meno, un pirata, nervosamente magro come un lione non del Musèo, souple come un fioretto, con due nerìssimi occhi, lùcidi, aguzzi come i pugnali che gli pèndono intorno, con i capelli, pur neri, bouclès, con due lunghi mostacchi che gli piòvono in bocca. Io vorrèi vedermi con lui sulla tolda di un brick, pas marchand, fra il tuonar degli schioppi e lo scoppiare del tuono" (e Isa, quì si allacciava un de' quattro bottoni del suo guanto sinistro) "fra monti di preda e fiumi di sangue, gettàndomi, il mio pirata, ai piedi, le teste de' suòi rivali, e gettando sè stèsso, e tremando, ¡egli! dinanzi cui trèmano tutti. ¡E poi gli arrembaggi, e le galoppades a traverso le lande s'uno stesso corsiero! e la prigione colle catene e la luna, e lo scivolare, fuggendo, dalle corde di seta...

"Di' piuttosto il salirvi," esclamò la tomboloccia Ottonieri con un sorriso senza risparmio, che, alleàndosi allo splendore dei denti suòi e lampeggiando nelle pozzette delle sodìssime guance e nel castagnino degli occhi, parve la circondasse di una giojosa aurèola. "¡Bella vita, Isa mia, con la Questura dietro e dinanzi la Fame! ¡vita da pèrdere i tacchi e l'onore! O tièntela, sai, la tua pidocchiosa poesìa, i tuòi rompicolli, il tuo puzzo di pescherìa e di pece, e i batticuori e la perpetua infreddatura. Io scelgo, invece, un amore con tutti i suòi còmodi, con lo sgabellino sotto, e sotto la stufa russa, coi quattro piatti ed il dolce, la carrozza e il teatro, e la sua villa sul lago, oltre una lunga convalescenza, ogni anno, a Nizza o a Vichy per le malattìe avvenire. S'intende poi, col suo bravo marito, anche molto mercante purchè non troppo al minuto, anche un po' panciutello, purchè, stando in piedi, si possa vedere, dei piedi, almeno la punta; marito che mangia e lascia mangiare, che dorme e lascia dormire..."

"Questo poi no, lasagnona," saltò su a dir la Batori, dandole un pizzicotto, "una fanciulla che si rispetta dee volere un marito..." Senonchè, avvertita dal gòmito di Isa, interrùppesi Elda, e scorta la direttrice, che a loro veniva come cercando di spigolare qualche parola della conversazione, con un sùbito vezzo di bambinesca ingenuità: "¿Non è vero," chiese "signora Isidora, che il giglio simboleggia il candore?" Chiese, e la mano di lei si drizzava ad una biancheggiante ajuola, nel mezzo di cui, sorgèa altìssimo e pungiglioso un càctus, sìmile al Dio di Làmpsaco allorchè sparge negli orti grottesco terrore.

Ma intanto, ad una delle finestre del dormitorio, le quali asolàvano, spalancate, le lesbie accensioni e le notturne oppressure, appariva l'èsile forma di una fanciulla, che si appoggiava languidamente al davanzale. Il viso di lei sofferente, peggio che pàllido, giallo, mostrava una trasparenza di opalo, o piuttosto quella pellùcida tinta del baco, quando, ricco di seta, stà per ascèndere ai cùlmini della trasfigurazione; gli occhi, due pozze di duolo, serbàvano quelle tracce che gli insoddisfatti desìi làsciano quanto le nauseate soddisfazioni, e gli occhi la giovinetta avèa vôlti, fisi estaticamente a sòffici anella di nùvole imaginose.

"Oh alfine! ecco l'azzùrro," fà quì una voce in falsetto. "Ecco l'amore ideale, l'insofferente di corpo, il primìssimo amore. Sii ben venuta, nota soave di poesìa fra cotanta prosaccia. Quella celeste..."

¡Piano, ginnasialino! Raccomanda il dottore di non lasciarla mai sola.

SCENA TERZA Quattro salti.

E tutta la sala pareva girare.

Stanco del dritto, mi appoggiài sul piede sinistro. Trè volte avevo adocchiato al mio orologio, trè al pendolo del caminetto, e già dubitavo di raggiùnger la fine del ballo di donna Alessandra Batori (la mamma di Elda) al quale, in penitenza de' mièi futuri peccati, mi ero lasciato sedurre. ¿Ho detto "ballo?" Scusate; volevo dire, uccellatojo da sposi.

E, innanzi a mè, che, non cacciatore nè cacciagione, inosservato osservavo, essi passàvano gli inesperti anitrocchi, ciascuno con la sua ànitra allettajola, gli uni neri e lugubri come mortori di prima classe, le altre, meno persone che vesti, vesti leggiere come i loro intelletti; tutti con quello scarso sorriso, che non è un sentimento, ma un'abitùdine di galatèo, tutti con quell'impalpàbile zanzarìo a fiore di labbro, di ben altra famiglia della loquela, e quell'irònica galanterìa che non fu mai gentilezza, tanto, che a chiùdere gli occhi, si poteva pensare di aversi sempre dinanzi la medèsima coppia. Ma lì, da due mani guantate, una asciutta battuta: ànitra e anitrocco dàvano un saltellino, e si mettèvano a girotondare. Oh che spettàcolo buffo! Èrano vecchi dal corto respiro, i quali, facendo gli esami della lezione di ballo a ragazzine dalle corte sottane, la rimparàvano; èrano o elle (l) appajate con i o minùscoli isse (x) sciabolanti piroette intorno a delle majùscole Be, che ricordàvano il gran castagno dell'Etna; era, quà, il professore Tale, che, sepolto in silenzio, assorto completamente ne' piedi suòi, calcolava sovra il tappeto, col compasso de' stinchi, lenta coreogràfica geometrìa, senza badare alla poveretta compagna che si moriva di vivacità rientrata; era là invece lo studentello Tal'altro, quasi colpito da giubilante pazzìa (una gazosa gli avèa dato al cervello) il quale traeva in tumulto la ballerina sù e giù per la sala, schiacciando calli, urtando spìgoli e lacerando balzane; tutto sul fondo di una mùsica cafra, macinata da uno di que' manubri di pianoforte, detti solitamente madamigelle, vera giòvane strega, che, loscheggiando attraverso gli occhiali, picchiava fuori di tempo, le sue unghie grifagne sulla gialla dentiera del piano, gialla come la sempre patente tastiera della boccaccia di lei - ambo intonate ad un allegro feroce.

Compiuto poi il lor giro, il loro, per così dire, trottino di somarello, i baldi garzoni cui già doleva il ginocchio, soccorsi provvidenzialmente dalla battuta di mani, uscìvano da un'altra porta con la lor chicca incartata, il loro mucchio di mussolina, e ricomponèndosi il cavaliere i manichini e la lattuga della camicia e la ballerina aggiustàndosi in capo le rose di cencio o castigando qualche velo sul seno che ardìa velleità di pudore, andàvano sottobraccio nella pròssima sala a rieccitare i bollenti spìriti alla credenza, dove un servo imponente, più bottoni che panno, mesceva in càlici cristallini della bellìssima aqua, aggiungèndovi anche, per chi ne faceva ricerca, un cucchiarino d'argento. E, dappertutto, sorrisi che non èrano altro se non dissimulati sbadigli. L'àmido della camicia si era diffuso nel sangue; il freddo morale che vince ogni stufa, permeava dovunque. A tratti, i vitrei gocciolotti delle lumiere mi parèvan ghiaccioli; irrigidite cascate, gli specchi. Se è divertirsi questo, ¡come dolce la noja! ¡se tale la società buona, viva allor la cattiva!

Ma anche il piede sinistro non mi voleva più règgere. Vidi un cantuccio con la sua sedia, vidi la sedia senza occupante; e, colto il bello, la completài.

Così, venivo a trovarmi fra il pesante drappeggio d'una finestra e l'ampia gonna color-verdedrago d'una signora attempata, baffuta, col petronciano pien di tabacco e le manacce sporche di guanti, ma tutta ori ed argenti come l'altare di una Madonna in fortuna. ¡Dio buono! ¡la signora Polonia! la cèlebre rompitorta, che avrebbe, a parole, seccata l'umidità - non la sua gola. E allora cercài di celare mè stesso, facèndomi parte, più che potevo, del cortinaggio, e concentrando ogni mia forza visiva e intellettiva sopra una tela della parete di contro, che figurava, nello stile taccagno del tempo, un Cristo in mezzo ai beati pàuperes col regna coelòrum in fondo.

¡Ma e sì! ecco un colpo di tosse; di quella secca tossetta che è un artificio oratorio. Il gelo di una domanda mi lampeggiò per le spalle. E difatti:

"¿Non balla il signore?" chièsemi la tabaccona.

Inghiottìi una spiritosa insolenza che mi solleticava il palato, sovvenùtomi a tempo che nella società sopraffina bisogna guardarsi bene di mostrar dello spìrito, pena il passarne per privi; e invece risposi con uno di que' monosìllabi che non fanno uncinetto nè maglia. Ma, per la vecchia, tanto era. Anzi, facendo bottino degli indifesi mièi campi:

"Il signore," procedè nasalmente "ha ragione di non volere ballare. Un vero cristiano non si dimèntica mai, in carnevale, della quarèsima. C'è da guastarsi il suo buon naturale e compromèttere l'ànima avvicinando tanta carne scoperta che pare una beccherìa. Veda, a mo' d'esempio, la figlia della padrona di casa," e quì la signora Polonia indicàvami con l'occhialetto quant'io mirava con assài compiacenza, cioè la magnìfica Elda, che turbinava, per così dire, nuda in una nebbia di seta, "¡è tutta uno scàndalo! ¿Non le sembra che dica: rèstino pure serviti?... Dio tolga, ch'io voglia far la preziosa, ma il soverchio rompe il coperchio. Tanto più, che quì stà la grande ragione, per cui le ragazze del giorno si avànzano, salvo poche, di coricarsi col gatto ¿Chi vuole mo' che le sposi? Amore vive di curiosità. Quando l'ha tutto frugato, il bimbo gitta vìa il balocco. Letto un romanzo in imprêsto, è ben rado che lo si compri. Invece a' mièi tempi non ne moriva nessuna col strato bianco. Chè certe cose, a mièi tempi, non si vedèvano mai che a quattr'occhi."

In questa, ci rasentava polcando una coppia, la cui ballerina, naneròttola orrenda, con i capelli senza rimesse e ingommati alla cute, tenèa, a differenza di tutte, suggellato il vestito fin sotto la bazza. Ed io già stava per regalarla di un malizioso commentariolo, quando fortunatamente mi prevenne la vecchia, dicendo: "Mia figlia."

"Ah! sua figlia.." fec'io interdetto. "¡Brava! me ne rallegro."

"¡La mia Reginuccia!" esclamò con orgoglio la signora Polonia, "quella sì, che è diversa dalle altre. Non è alla moda, quella. Non faccio già per vantarmi, chè non posso soffrire una madre che porta alle stelle la sua creatura, ma la verità viene sempre al disopra. Noi Polonia, del rimanente, siamo tutti così; ¡tutti fini!" e in dire questo la si poneva sul cuore un manone lavascodelle. "Mia figlia è il pudore incarnato. ¡Guài lasciarsi scappare in presenza di lei una mezza di quelle ambigue espressioni, troppo comuni fra la gente ordinaria! ¡Cara innocenza! pare si muti in un braciajo di carbonella. La si figuri, che, ancora bambina, allorchè le davamo a sfogliare qualche volume di stampe, in cui èrano imàgini di statue o di bestie, che non avèano speso troppo pel sarto, prima sua cura era di loro insegnar la modestia, provvedèndole tutte, con la matita o l'inchiostro, di zendadine e di frasche. Così, dedicò la sua prima agugliata a un pannolino pel suo Àngiol Custode che stà sull'armadio della sala da pranzo; ma, per quanto la mia Reginuccia diventasse ben presto una cima di agucchiatrice, non ci fu verso di farle attaccare i bottoni alle brache di babbo, finchè il confessore non glielo impose per penitenza. ¡Non parlo poi del suo orrore pel matrimonio! non s'è ancora, a tutt'oggi, potuta capacitare del come una moglie possa dormire in un letto solo con un marito: quanto a lei, innanzi spogliarsi (che è sempre all'Ave Marìa), non manca mai di voltar contro il muro ogni ritratto di maschio, compreso quello di S. Luigino Gonzaga, che è il santo particolare di casa. Vero è, che talvolta si arrischia in qualche festina di ballo, ma sono io a forzarla; e che vi danza con delle persone di sesso diverso, ma è per pura salute. Vedrà infatti il mio caro signore come stia sempre in contegno e discosta dal ballerino. Ah! noi Polonia," soggiunse, "siamo tutti così; ¡tutti fini!" e, riponendo la sua manaccia sul cuore, esalò un sospirone d'arrosticciana e cipolle.

Ma il pianoforte-organetto azzittisce di botto, e i ballerini rimàngono fuor d'equilibrio, un piede a mezz'aria, scambiàndosi con la civile tiepidità il sòlito "grazie". La modestiosa (di quella modestia, s'intende, che si copre la faccia colle sottane) è tornata alla mamma; ed io debbo cèderle il posto, ringraziàndola anzi con un inchino profondo.

SCENA QUARTA Amor di sorella.

Senonchè, in quella sala, tra tante facce che èran sol bocche, nasi, occhi, e non mai espressioni, ne scoprìi una, infine, spirante intelligenza e bontà. Ed era l'ovale e brunetta di una fanciulla, modestamente seduta a fianco di un veneràbile vecchîo; di quelle, in cui perdi tutto tè stesso e l'animo ti si aqueta; incontrando le quali, l'uomo gentile, che cerca, non tanto una fèmmina a sè quanto una mamma al suo bimbo, balza di gioja, ed esclama "¡eccola!" Nè possìbil l'inganno. Era, la faccia di lei, di quelli ampi registri scritti a majùscole e sempre aperti a chiunque, chè nulla hanno a celare; tu le scendevi per la castagnina pupilla, da una sola ombra velata, l'ombra delle lunghe sue ciglia, fin nel pensier del pensiero. La esterna armoniosìssima linea non poteva èsser che l'eco di una interna armonìa.

Dove gli occhi van volentieri, anche il cuore và, nè il piede tarda a seguirli. Ben presto, seppi il nome di lei - Colomba - di cui nessuno più degno; e dal cognome Giojelli mi sentìi con letizia in non sconosciuto paese; ben presto, ebbi inventata una scusa per presentarmi al vecchio pappà, generale in rîtiro, assordato dal rumor delle pugne e mezzo cieco dal fumo, e potèi assidermi presso la giovinetta, assài presso... ...ma, oh quanto ancora lontano!

E, già s'intende, il capo della conversazione si presentava da sè, quel capo, che, al pari del comincino della calzetta, serve a inviare il discorso; poi, come quello, inoltrata la maglia, si lascia.

"Salvo errore," dissi, "lei signorina ha una sorella, maritata in Azzurri..."

"Sì," ella fece di malagrazia, con una voce roca, sì inaspettatamente roca, che io dovetti sostare un istante, cercando di cancellare la cruda impressione del suono nella inalterata soavità del suo aspetto.

E risposi:

"L'ho conosciuta ai bagni di Lucca, st'altr'anno. ¡Una assài bella donnina!"

"¿Bella?" interruppe Colomba, facendo la bocca bieca "¿ se è bellezza quella, che mai sarà la bruttezza? Due occhi, che non si fidan l'uno dell'altro, un bocchino carino, che susurra un segreto alle orecchie, un peperone di naso che lo si scorge mezz'ora innanzi le guance. ¡Bellezza greca insomma! ¡bellezza romana!" e sogghignò amaramente.

"Forse," insinuài con dolcezza, "io l'ho veduta con gli occhi di un uomo... se pure non me l'ha tanto abbellita il suo spìrito..."

"¡O piglia!" sclamò la fanciulla, chiudendo con una mano il ventaglio e battèndone dispettosa le stecche sulla palma dell'altra. "¡Mia sorella, spìrito! ¡Anche questa mi toccava di udire! ¿Ma e dove avete il buon senso voi uòmini?... ¿Spìrito, dice lei? Non c'è da scaldarne un caffè. Stefania è un vero porta-chignon di cartone. Fu sempre il rossore della famiglia;... sempre zero alle scuole, sempre panco dell'àsino. Quand'apriva la bocca, ¡qual fuoco artificiale di stupidità! Ah, ah! a contare le sue citrullerìe s'arrischierebbe una indigestione di risa..."

Ma il rìdere di Colomba non passava la pelle; parèa piuttosto un lamento. Ed io, volgèndole lentamente un'occhiata per accertarmi se il medaglione che le posava sul seno, dicesse ancora e davvero, come con gusto ci avèa letto in principio, la non umana parola di Chàritas;

"¡Sarà!" sospirài. "Fàcile è l'ingannarsi; nè io mi pento di èssermi in bene ingannato," e stetti un istante in silenzio. "Ma la bontà," ripresi, "tutto compensa, e la signora Stefania è sì buona..."

"E trè," fe' Colomba, riaprendo con sgarbo il ventaglio, "riguardo alla bontà, le permetto anche di crèdere, che mia sorella è un àngelo per la bellezza, e per l'ingegno un diàvolo. Ella però non stìa troppo a fidarsi di cotesta bontà; le lasci, come si dice, la dritta. Se non fosse l'amore che ancora mi lega a colèi, se non fosse il decoro della famiglia, e quel precetto di carità che tanto o quanto s'ha a rispettare, potrèi spiattellarle certe cosette... certe cosette da far ispègnere i lumi da sè. La mamma, intanto, è crepata per lei, marcia; il pappà s'è mezzo intontito. ¡Oh non tema! non ode; è sordo come uno scoglio. E se non c'era là io, avrebbe viaggiato dov'è la pòvera mamma, anche lui. ¡Fortuna che quel veleno s'è ito!... dovrèi dire cacciato, ma... ¡bocca taci! Nè badi a chi và mormorando ch'io parlo per gelosìa... ¿Gelosa io? ¡Scempi! ¡Porta a mè, se, come si conta (tutte bugìe, del resto) la mi abbia fatta una cavalletta, sposando in mia vece quello smortone di un Dario! Io, già, il Dario Azzurri, il figlio di un lustrascarpe, non l'avrèi neanche voluto per tutto l'oro del mondo... no... no..." e Colomba facèvasi vento stizzosamente. "¡Moneta falsa di un Dario! ¡felice chi se ne può liberare!... Del rimanente," aggiunse, mentr'io sbassavo la testa, oppresso da tanta ira di Dio, "¡peggio loro che noi! ¡Sù! fàcciano pure una vita di sfoggio, i nostri cari sposini, birbonèggino pure alla grande, spèndano, spàndano! Tutta allegrìa di pane fresco, illuminello da merli. Sotto c'è il fallimento: verrà il dì del giudizio, e allora, una volta spiantati, via il fumo, torneranno da noi, gli orgogliosi, caveranno il cappello, piegheranno il ginocchio... Ma noi, ¡nichts! piuttosto la morte. Babbo ha giurato di non li ricèvere più. E anch'io Babbo, già lo sà bene - o loro o mè."

Dicendo le quali parole, la voce della fanciulla avea raggiunto una insopportàbile asprezza. Alzài il capo. ¿Dove mai quella faccia dalla soave malinconìa, che avrebbe potuto inspirare a Cremona la sua più innamorata fanciulla? ¿dove mai quel sorriso, al cui sfavillare sarèbber spuntate, fin nell'inverno di un cuore, ancor rose? L'odio l'avèa totalmente mutata. Tutto il didentro di lei s'era soffuso al difuori. Cadute le càndide piume della colomba, battèa le funeree sue ali una strige.

SCENA QUINTA Tra amiche.

"Mon amour," disse Isa, la nuova sposina (quell'Isa dal sempre piovoso e mortificato visuccio) entrando di pressa in un elegantìssimo àbito di mattina nel gabinetto della non maritata Eugenia, "due soli minuti pour t'embrasser..."

"¡Gioja mia!" esclamò la cicciosa Ottonieri, accorrendo all'amica (e quì baci e ribaci); ma tosto sbassossi a raccôrre una bianca gattona di Angora, che le era balzata di grembo e già minacciava con lo zampino lo scapigliato musetto di Zòe, la pincettina dell'Isa. "¡Guarda caso! - venivo giusto da tè."

"Avresti perduta la strada," fece la Millerose di Garza. "In questi giorni, non sono più mia. ¡Tanti affari, tanti fastidi, ti dico! Non mi si lascia un momento tranquilla. ‹Marchesina di quà... marchesina di là...› debbo vènder mouchoirs e cache-nez per i bimbi lattanti, debbo distribuire les prix alle operaje che lavòran di più, debbo raccòglier le offerte per un monumento a don Alessandro Manzoni, l'autore, sai, dei Fiancés; debbo... auf!... inaugurare con mio cognato il Prefetto la nuova sala da ballo... ¡Insomma, una persecuzione! Pare, che, senza di mè, non si possa conclùdere nulla, quasi ch'io fossi diventata un personaggio de conséquence, un altro Bismarck... On dit, che dove non sono, c'è bujo, che l'Olimpo è in isciòpero, perchè una festa comincia e finisce in mè sola; che io poi giovo all'umanità assài meglio di una soeur de charitè, perchè incoraggio il commercio... etcætera etcætera, tutte fadaises, tutti frasoni à sensation, di que' blagueurs di gazzettieri. E spèrano forse scroccarmi un pranzo o un sorriso. ¡Nenni! La loro M. di G., come mi chiàmano, non se ne accorge neppure. ¿Hai tu letto, Eugeniuccia, i giornali, dove si parla del ballo di Corte?"

"Davvero, no," rispose l'amica, con l'aria la più ingenua del mondo. "Sono inezie che sfùggono. Mi si disse però, che fu 'na festa assài fredda. Non c'erano, mi si disse, che dei rametti vestiti," e la Ottonieri non potè a meno di sogguardarsi con compiacenza il doviziosìssimo seno. "Ma tu perdona," aggiunse, "Isa mia, se non t'ho fatto ancora le scuse di questa mia toilette, un po' troppo, diremo, di confidenza..."

"¿Ma perchè, ma toute bonne? Sei irréprochable. Chi veste a seconda del proprio stato, veste sempre per bene. Oh potessi, al pari di te, me passer di questo incòmodo lusso! Darèi volentieri la mia doppia corona. Quel mestiere di stella, credi, a lungo andare, annoja; quel dover èsser di tutti, fuorchè di noi sole, stanca. Tanto più, che tu conosci i mièi gusti. Io naqui col quietismo nel sangue; non sono niente ambiziosa io; a patto di non mèttere piede in cucina, nè di fare rimendi, nè di notare la biancherìa sale o la spesa, non penserèi, stesse a mè, che al ménage. Eppure, che vuòi! ici-bas qualcuna dee sagrificarsi alla felicità pùbblica. Da mè lo implòrano tutti e il mio Ugo lo esige. Una volta che questo benedetto marito si ha, bisogna pure obedirlo in qualcosa, almeno nel compiacere agli altri. Ma intanto, oh che noje! Una che non appartiene alla gran società, non può imaginarsi quanta fatica costi a tener dietro alla moda, oggidì in cui il figurino di Francia, cangia, dirèi, di mezz'ora in mezz'ora. Par exemple, cara, tu sai che la decorazione di una toilette, i fiori cioè, les dentelles, les noeuds, les rubans, jeri soltanto stava principalmente alla dritta... Bene, oggi ricevo dalla mia buona amica, la Bruscambille di Parigi, che è una delle lionnes di colà, un dispaccio, col quale mi avverte qu'il faut sans délai placer tout à gauche, pena il passare per una cocotte. ¡Imàgina il mio spavento! C'est pourquoi, in fretta e in furia vo adesso dalla Honorine a fare découdre e recoudre il vestito per questa sera, e Dio sà quanto avrò da patire, prima di crèdermi in salvo. Ah, tè felice, Eugeniuccia, che sei affatto au dehors di sìmili seccature, che sei ancora senza marito, e sans la corvée," e Isa trasse un sospiro "del divertimento forzato."

"Oh! per mè," disse Eugenia col tòssico nella pupilla e nella voce il miele, "non ci tengo davvero. Non sono di quelle, io, obbligate a giulebbarsi al primo che passa per non andare a male. Ho aspettato, aspetterò, ma non tradisco il mio cuore. E, quanto alle feste, te le regalo. Anche la mamma desidererebbe che ne frequentassi. ‹Tante› dice lei ‹che non pòssono, fanno; tu invece, che puòi...› Ma io m'ho voluto sempre pigliare i mièi còmodi, lasciando dire gli sciocchi. Oh sì! vale proprio la pena di sopportare il martirio per uscirne più brutte di quello che siamo, mettèndoci a forza di àrgani in vista per farci rìdere dietro... senza contare le rabbie, i malanni, i dèbiti, i carrozzini..."

"¡Core!" interruppe pressosa la marchesina. "Duolmi di non poter stare quì molto a goderti, ma la modista..."

"A propòsito di modista," l'altra riprese aggiustando all'amica il cappio della sciarpetta, "¿tu hai parlato, mi pare, dell'Honorine? Guàrdatene, Isa: è una linguaccia colèi... Và dicendo di tè certe cose..."

"¿Di mè? ¿e che cose?"

"Dice... ¡Perdona! tacerèi se non fossi tanto tua amica."

"Anzi. ¿E che dice?"

"Dice... ¿Indovina?... che il tuo denaro sà d'aria."

"¡Insolente!"

"Scusa, sai."

"Pas de quoi. Non mi formalizzo a sìmili frascherìe. Ci sono abituata. La Honorine si sarà certo piccata perchè nel penùltimo conto le ho fatto una pìccola tassa del cinquanta per cento ¿À qui la faute se la Honorine è una ladra?"

"Dico anch'io."

"Ma, ces fournisseurs, vedi, agìscono tutti ad una maniera. Non hanno educazione. Vorrèbbero quasi èsser pagati prima di averci serviti, senza sapere che payer tout de suite non è della gente di qualità; c'est mauvais genre. Merci bien, Eugeniuccia, grand'merci. La confidenza, tra amiche, è una indispensàbil virtù," e intanto Isa con lo spunterba del borzacchino puniva la sua pincetta che brontolava fisa a Minì, la gattona in braccio dell'Ottonieri. "Anzi, cara, tu mi sovvieni di quanto Péronette, ma femme de chambre, m'ha contato, jer l'altro, del vostro boucher, il quale và ridicendo," e quì colla punta delle dita guantate, Isa accarezzava la gota d'Eugenia "¡pensa! che vi ha rifiutato la roba..."

"¿A noi? ¡bugiardaccio! Fosse in casa, la mamma, ti mostrerebbe i libretti."

La marchesina fe' una smorfiuccia di schifo.

"Di' invece," soggiunse Eugenia, "che chi la rifiuta la roba, siam noi, quando, come spesso succede, è di scarto..."

"¡Scusa, ve'!"

"¿Ma e di che, gioja? ¡Ti ringrazio anzi! ¡Tra amiche!... E io t'assicuro, che il manzo, ier l'altro, era proprio cattivo. Ne è testimonio Azzolino."

"¿Azzolino?" disse Isa con un lieve sussulto "¿Quale Azzolino?"

"¿Vuòi una chicca?" domandò blanda l'amica, disaccocciando una manata di dolci ed offrèndogliela.

"Merci," fece la Millerose, eleggèndone una, "¿E questo Azzolino?"

"Non c'è altro Azzolino, mi sembra, che l'amico Parisi. ¡Diàmine! te ne dovresti un po' ricordare. Quell'ufficiale, sai, di cavallerìa, spalluto e rossiccio, che quando s'era in pollajo da madama Cornalba, galanteggiava con tè, e ti spediva attraverso il graticcio le letterine, i bomboni, i libri proibiti... e tu allora giuravi che lo avresti sposato..."

"¿Sposato io? ¿sei matta? ¿un Parisi tout pur senza un quattrino?... ¿Ma e non s'è ucciso poi Azzolino?" aggiunse in un tuono di semi-rincrescimento. "Me l'avèa pur scritto e promesso!"

"Eh non pare, Isa mia. Si direbbe anzi ingrassato."

"Non lo vedevo più," labbreggiò la sposina con certo quale dispetto.

"¡Sfido! mia gioja. O è a cavallo o è da noi. A sentirlo, egli verrebbe da mamma per giocare alla dama, ma nessuno ci crede. Figùrati, se un officiale di cavallerìa potrebbe durarla, giocando con una vecchia, per intere serate, e con a posta un onore che non si può mèttere in pila. ¿Ma vuòi sapere il busìllis? ¡Zitto, ve'! Azzolino è innamorato pazzo di mè. ¿Vedi que' fiori? Son suòi. ¿Vedi quel cestellino d'argento? è suo. Anche la chicca che màstichi è delle sue..."

Isa compresse il fazzoletto alla bocca e nel fazzoletto passò il zuccherino.

"¿Non ti piace forse?" chièsele Eugenia, vellutando la voce.

"Non amo troppo... la menta," ribattè imbizzita la Millerose. "E... e... " riprese con uno sforzo "¿non ti ha mai parlato di mè l'Azzolino?"

"No," fece candidissimamente la pastosona Ottonieri, "proprio... ¡come se neanche esistessi!"

Isa si morse le labbra, pàllida, e diede uno strappo alla cordella di Zòe.

"Pardonne-moi," disse, "se non mi posso più trattenere. La modista mi attende. Volevo stare da tè due minuti. ¡Vèdi! ci sono rimasta mezz'ora... ¡effetti dell'amicizia!"

E lì "mon trésor! - ¡gioja mia!" le nostre due donne si baciottàrono con espansione, mentre Zòe ringhiava e soffiava Minì, molto di loro più oneste.

SCENA SESTA Amore di figlia.

¡Morto! ¡di quali idee, di quài sentimenti (sottintesi pensieri) è mai grave questo sèmplice annunzio, sì antico e pur sempre sì nuovo, di una coscienza che si smoccolò, di un io passato alla terza persona! Per quanto provvisti di filosòfiche sottigliezze - diciamo meglio, astuzie - per quanto persuasi della "circolazione eterna della materia", e della "immutabilità universa" e papagallanti, che "nulla saprebbe morire" e per converso, che "tutto è una morte" con l'assài zoppa consolazione, che "se tanto più l'uomo è felice quanto men pensa, felicìssimo sarà nel sepolcro", basta il toccheggio di una ignota agonìa che scenda la cappa del nostro vampeggiante camino, in quell'ora del dopopranzo in cui il digestivo calore èvoca l'umanitario, a inondarci di malinconìa mentre la vista di un funereo convoglio che lungo-nereggi per le vie lasciando dietro di sè una tal quale solennità, ci rallenta l'allegra andatura e ci attira la mano al cappello, inconsapèvole omaggio a quella comun parentela, troppo fra i vivi obliata.

E, tuttavia, non conosce la morte chi non la scorse in una faccia adorata. ¡O Amelia! ¡mia Amelia! èccoti là su quel letto che ti doveva èssere vita, indifferente in mezzo a un nembo di fiori, fiori che a uno a uno ti avrèbber destato altrettanti sorrisi; là, in quella bianchìssima veste, cucita per le tue nozze, ma tu più bianca di lei, i grandi occhi dischiusi, e pur non scorgenti l'amato, semiaperte le labbra, e pur non chiedenti altre labbra, le mani inerti, gelate agli scottanti mièi baci. Benchè presentita da una diuturna attesa, benchè la morte di un amatìssimo nostro sia perfino desiderata, per tôrre lui al dolore e abbandonàrvici noi, ella sempre ne è fùlmine. Finchè la paurosa parola cova in pensiero, inturgidìscono tacitamente nelle glàndule loro le làgrime, sol rattenute da una agugliata di speme. Ma la parola scoccò; rotto è il punto, e lo scoppiar delle làgrime ci confonde la vista. Dell'estinto par che ogni vizio si abbùi; non splèndono che le virtù. È allora, che gli insensìbili oggetti fra i quali ei viveva aquìstano una vita fittizia, quasichè parte di lui fosse tra loro indugiata, e presentàndoci in mille maniere quella medèsima idèa, e sì tenendo discosta la smussatrice abitùdine, protràggonci, ìrritano, ci rinnòvan la piaga. Ed ecco insieme iniziarsi un processo contro di noi, giùdici noi. ¿Come operammo con lui che cessò? Al rimorso che accusa, ogni spillo è pugnale, ogni errore colpa. ¡O tu, che fai piànger chi ti ama, oh rammenta che lo potresti poi piàngere!

¡Morto!... - tale l'annuncio, quel dì, a chi entrava in casa Giojelli. Del conto del generale l'ùltima somma era fatta; ed or si poteva, ora solo, giudicar della cifra. Ma la bontà stessa del risultato non ad altro serviva che a rènder più cupo il lutto alla derelitta figliuola. ¡Eccellente creatura! l'avèan dovuta a forza staccare dal babbo, cui ella, singultando, gridava di voler seppellire il suo duolo nella tomba di lui. E inutilmente la cameriera, asciugàndosi dalle ciglia, con un cantuccio del fazzoletto, la pòlvere, cercava incuorarla, dicendo, che "tanto tanto la malattìa del pòvero signor padrone era inguarìbile" mentre il cuoco, passàndosi un dito, anche lui, in sugli occhi lacrimosi pel vino, osservava, che "già troppe volte il signor generale era andato a cercare la Vecchia, senza trovarla mai in casa, perchè non avesse costèi a restituirgli la vìsita," e inutilmente il mèdico e il prete, que' due lugubri figuri, che, vivendo di morte, han di cordoglio il solo vestito, avèvano messo fuori la lor più riposta mercanzietta confortatoria, la loro "in reverendi panni stultizia", e l'uno, il turba coscienze (fiutando un dolore di prima classe) parlava con fegatoso sembiante della celeste felicità, e l'altro il guasta-corpi (che già computava nel cento anche la consolazione) svaligiava, a prò dell'erede, il sòlito Sèneca di tutti quelli ingegnosi bisticci che si gùstano tanto, quando non se ne ha di bisogno... Ahimè! pei conforti, la terra è troppo vicina e troppo lontano il cielo. Il Molto Reverendo e il Magnìfico avrèbbero meglio esitato le lor mufferìe sulla càttedra e il pùlpito. In siffatti dolori non c'è che un sollievo, il dolore. Ad ogni frasuccia elegante rispondeva uno strillo, ad ogni religiosa promessa uno scoppio di pianto, finchè la fanciulla - dallo spàsimo vinta - svenne, cadendo in una bene imbottita poltrona.

¡Oh quanto allora mai bella in quell'abbandono, che il caso faceva sì artìstico, sparse le nerìssime chiome, ceree le guance, le palpebre velate, ammaccate dalle lunghe vigilie! Della bellezza è come della virtù; nella fortuna, piace; nella sventura, innamora.

Ma, infine, mercè i sali del mèdico, e le palmatine (carità pelosetta) del prete, o piuttosto, essendo trascorso il tempo indicato a un deliquio, la fanciulla ritorna in sè stessa. Tòrnano insieme le addolorate pezzuole agli occhi dei servi; tòrnano e mèdico e prete a ravviare i loro consolatori motivi, fra cui la cameriera insinua il suo proprio, consigliando la padroncina a succiarsi una coscia di pollo e a bere un dito di vino; dalle dalle, tutti, ad una, ne dìcono tante che la fanciulla si persuade ad alzarsi e a ritirarsi nella sua càmera. Il che ella fà, sostando a ogni passo, sospirando sospiri che parèan vedersi, ponendo infine la mano sulla spagnoletta dell'uscio, tragicamente.

Ed ecco la nostra Colomba, nella càmera sua - sola. Ella stessa, incontrando lo specchio, dovette stupire all'affanno che trasparìvale in viso. Ma or puòi sfogarlo senza ritegno, o Colomba, senza incòmodi testimoni, che ad occhi asciutti ti misùrin le làgrime. Ella siede a scrittojo, elegge un fogliuzzo dalla nera orlatura, intinge nel calamajo la penna; quindi, in un bel caràttere inglese:

"Mio diletto biondone;

auf! finalmente..."

Trema la mano di lei - per la gioja.

Febo intanto, il bracco del generale, stava accucciato alla soglia dell'estinto padrone, molli le orecchie, melancònico il muso tra le zampacce. E, presso il muso, una scodella di zuppa, intatta.

SCENA SETTIMA Amore di madre.

(Dialoghetto tra la signora Bettina Ottonieri e sua figlia Eugenia)

Signora Bettina: Credi a chi la sà più lunga di tè. Fanciulla inzitellonita è come una rosa di jeri, è come un romanzo della stagione passata. ¡Guài cominciare a far crusca! non c'è più verso di riuscire a farina. Le ragazze che fìngono la inappetitosa ad ogni marito di carne dèvono poi consolarsi con quello di terra cotta. ¡Guarda un po' le tue amiche! Isa di Garza è moglie ad un Millerose, nòbile, ricco, benfatto, e per soprapiù, àsino. Bella Adriani, la figlia dell'usurajo, quantunque noce con il guscio già rotto, scarrozza per la città il coronato tarocco del marchese Bamberga. Jole Canàris, è vero, ha invece sposato un puro mercante, l'Araldi, ma è un mercante che è già fallito felicemente una volta, e lascia ch'egli fallisca un paio d'altre, che Jole sarà milionaria. Elda, infine, la quale, con nostra sorpresa, avèa commesso la inescusàbile leggerezza di un matrimonio senza le cifre, come le se ne offerse un secondo a dovere, accorgèndosi tosto che al primo era mancata qualcosa, forse la sabbia, stancò leggi e avvocati, squattrinò una sùpplica al Papa, che con un giro di chiave le riaperse la muda, ed ora Elda è Sua Eccellenza la duchessa di Stabia. Noi, intanto, passeggiamo ancora sù e giù pel Corso e i giardini a coltivarci un partito e ci frustiamo inutilmente le occhiate, i sorrisi e le suola. Non già ch'io intenda cuccarti al primo venuto, che tanto o quanto assomigli a uno sposo. Pozzi non màncano mai. Quando, peraltro, ne càpita uno quale il barone Caprara, il che viene a dire, trecentomila di rèddito, ¡altro che contentarsi! c'è da attaccare un cuor d'oro e ventiquattro candele alla beata Vèrgine del Cavicchio...

Eugenia: ma Azzolino...

Signora Bettina: ¡Azzolino!... ¡Azzolino! Comincia a pigliare marito. Verrà poi, l'Azzolino.

Eugenia: ¡eppure, tu gli davi speranze!

Signora Bettina: roba di tutti gli davo, roba che nulla costa e val molto. Il tenente Parisi andava benone, almeno come un richiamo, fintanto che non ci pioveva chi andasse assài meglio. ¡Benedette ragazze, che avete la malinconìa di fare all'amore prima del matrimonio! so anch'io che la poesìa è un'assài bella invenzione, màssime se prepuntata di polpe, e di poesìa io ne leggo dalla mattina alla sera, ma, figliola, la vita, che è poi la cucina, è tutt'altra facenda. Non fà brodo poesìa. Azzolino, ti accordo, piacciotta anche a mè. Finchè non si parla di vesti, è un magnìfico giòvane; pure, le vesti, ¿che vuòi? in società fanno l'uomo, e noi, grazie a Dio, abbiamo or tale trovato, che, quanto a vesti, insacca centomila Azzolini; tale che può mandarci in un equipaggio da rè, e ci può far baronesse, e ci può mèttere intorno toelette da chiazzar d'itterizia tutte le nostre carìssime, compreso quell'aloè-in-carta-da-chicche di un'Isa. Non sarà un bel matrimonio - ti accordo anche questo - ma è un gran bel patrimonio. Rifletti a ciò e abbandona le stiticherìe e i ripicchi. Vero è, che gli sgarbi sono l'ùnico modo d'innamorarsi certuni, i quali, come le palle di gomma, tanto più vèngono a noi quanto più li ributti; ma quì il caso è diverso. Il cuore del nostro barone è già entrato in quiescenza, è già pensionato: esso teme gli squassi, esso cerca l'amore per agio, non per passione, lo cerca, non come una sella, ma come una sedia. In una parola, è un ventre, il barone, che per l'amore non cambierebbe l'ora del pranzo.

Eugenia: e che dovrèi fare, mamma?

Signora Bettina: règola generale per guadagnarsi le altrùi simpatìe è di non contradire mai, è di sempre adulare, principalmente, quando s'ha a darla da bere a gente dell'età del barone, in cui il giudizio è fatto di pregiudizio. Ora tu sai che il barone, a dispetto della sua aurea salute, è in busca d'una donna di casa, o, come lui dice, di una moglie da cucina e da sala. Dunque, tutt'altra tàttica che con l'Azzolino. Tieni il cèmbalo chiuso e il cucitojo aperto; cessa di smerlettare buchi ne' fazzoletti e invece mèndane; nascondi "les mignons de l'Eglise", "les confidences d'un sofa", "l'endroit des dames" e sìmili scàndali in rima ed in prosa, ed abbi invece tra mani "l'amico della buona massaja" e "la cucina per gli stòmaci dèboli." Di fare bene il caffè non si discorre neanche. Magari scopa, fa-giù i ragnateli e apparecchia le làmpade. Con un po' di sentore di smoccolatura, odorerài più soave al tuo sposo, che non con tutta Santa Marìa Novella indosso. E poi, fagli vedere i tuòi conticini, confìdagli le tue economiette (chè le confidenze sono tanti piuoli nella scala di amore) lamentàndoti insieme della carezza del manzo, chiedendo se il mercato del riso e del burro è in rialzo o in ribasso, se la legna...

Eugenia (col broncio): ma io non ci durerèi...

Signora Bettina: ¡auf! ¡che innocenza! Non si tratta della eternità, non si tratta, ma di un pajo di mesi. ¿Qual'è quel diàvolo che per due o trè mesi non la può fare da santo? Presenta prima la zampa guantata; metterài poi fuori le unghie. Senonchè, figliola, non basta parer donna di casa; è pur necessario mostrarsi donna di stanza. Mi spiego. Bisogna, mia cara, pèrdere l'àmido, e anticipare qualche moina al tuo uomo. Non dico di buttàrglisi al collo e di tempestarlo di baci. Oibò. Questo ci scoprirebbe troppo. È di quelle amorevolezze indirette che parlo, di quelle tàcite dichiarazioni, le quali, tôcche dal lievito della fantasìa, lusìngano meglio delle altre la vanitosa coscienza di un innamorato e lo compromèttono irremissibilmente, senza compromèttere noi di un sol pelo. Per esempio, dico, quando odi la scampanellata del nostro gogò, corri tu stessa ad aprirgli, e diventa, se puòi, rossa. ¿Entra? infòrmati minutamente della sua preziosa salute, mentre la tua manina indugia tremando nel manone di lui, e se fà per sedere presso di tè sul divano, tu, con premura, sprimàcciagli sotto un cuscino. ¿Mò perchè ridi, bimba? È un incòmodo al pari d'ogni altro; ¡tutta salute, in fondo! E s'egli si ferma a desinare da noi, oh allora! partisci seco il tuo pane (mi raccomando di preparàrtelo molle) e bevi nel bicchier suo, amàbile errore, o dividi con lui un'ala di quaglia, o sulla punta del coltellino gli offri la metà d'una pera, fisàndolo intanto con quel languidìssimo occhio che sai, e sprigionando un di quei tali sospirucci marioli...

Eugenia (con ingenuità): oh mamma! non posso fìngere, io.

Signora Bettina: allora vàttene da questo mondo. Tra gli uòmini inciviliti il più pericoloso dei vizi è la sincerità. Ma, in ogni modo, per le bugìe, t'ajuterà la tua mamma. Io susurrerò al barone del tuo stranissimo mutamento, da ch'ei ci viene per casa, e come ti si sorprenda, sola, con le làgrime agli occhi e il greppo alle labbra - tu già sì burbona, tu sì compagnona - o peggio, con la bottiglia del rumme, e come perciò tu dimagri di giorno in giorno, a libbra a libbra, a non guardare l'illusione del viso, perocchè è tutto soppanni, esponèndogli poscia il mio dubbio, che un segreto d'amore ti strugga lentissimamente. E lui, il furbone, scorgendo che a tàvola o non mangi che aria o pura insalata...

Eugenia: ¿e se ho fame, mamma?

Signora Bettina: mangia prima, che non ne avrài più. ¡Fìdati! feci io pure altrettanto col mio pòvero Cecco ¡buon'ànima! ed io, pensa, inghiottiva perfino cènere e sabbia, per procurarmi i colori pàllidi e sembrare in amore. ¡Bada ancora! il discorso può cadere sui giòvani. Tu, pàrlane sempre con un certo qual sprezzo, chiamàndoli scolarucci, fanciulli, mezze bottiglie...; ¡so io!... osservando che le frutta acerbe allègano i denti, che la legna ancor verde fà magro fuoco, che, conosciuto il vin stagionato, non gùstasi più il torbidino, e s'egli sospira "ah! ¡noi siamo vecchi!" (sòlita frase di chi desìdera di udire l'opposta) tu, con uno sguardo di meraviglia "¿vecchio lei? oh quante sarèbber felici di..." e lì ti azzitta arrossendo. Vedrài, allora, come sorriderà soddisfatto il minchione. Sono astuzie coteste, che non ingoffìscono mai. ... Così, giacchè hai la fortuna di possedere un bel micio, tòglitelo spesso in braccio, bàcialo smaniosamente, sempre con la pupilla al barone, il quale non potrà non riflèttere "se tant'è con un gatto, ¿che sarà con un...?" - oppure, venuto il dessert, prendi un biscotto e vola a sfregucciarlo al tuo merlo, dico il merlo piccino... E il grosso allora tra sè "se tale con quella bestiola... ¡chissà!..." e per le gengive gli correrà l'aquolina. E quand'anche, imbaldanzito dal vino, lui ti pregasse di un bacio... Non già che tu gliene dia la prima, ¡Dio tolga! ciò non fà mai una bimba bene ammaestrata... se, dico, ti pregasse di un bacio, ch'egli battezzerà per paterno - ¡niente paura, figliuola! - non resta segno dei baci - làsciatelo dare.

Eugenia (aggricciando): ¡ma è vecchio, ma è brutto, ma puzza!

Signora Bettina (con impazienza): non tanto, non tanto. ¿Cosa c'è a dire? ¿che ne sai tu? Io, gli uòmini, li conosco un pochin meglio di tè. Il barone Caprara, come marito, và a meraviglia. Porta che l'è un piacere i suòi sessant'anni. Vèdilo attorno, raffazzonato, col suo sopràbito lungo e le mani in saccoccia, col suo cilindro calcato, e sotto, un bel parrucchino, col suo alto fauxcol e gli occhialoni pel sole e duemila lire di denti. Oh così ce ne fosse! Ripeto, quì non si tratta di cuore, ma di sèmplice mano; resta, il cuore, tuo sempre, e così l'altra mano. ¿Che più? ¿brami un sicuro rimedio per scongiurare la nàusea? Sùbito fatto. Quando ti pàjono molti i suòi anni, pensa a quante più pèrtiche tiene, e s'ei ti dura ancor vecchio, ¡consòlati! chè anderài presto in seconda. ¿Puzza? un sol fiato della sua unta cucina, e ¡sentirài che fragranza!... ¿Brutto? ¿un po' bue? fèrmati alla doratura: addossa alle bestie che pasce le sue bestialità; nùmera, mentre sproloquia, i suòi buòi, i suòi sacchi di grano, le sue botti di vino, e li cambia in tanti vestiti, in tanti giojelli, da dar scaccomatto alle tue inimicìssime amiche. Insomma, o figliuola, se vuòi che tua mamma porti per tè il lutto rosa, dà ascolto a queste quattr'ossa, e làsciati persuadere... di quanto desìderi. Tua mamma t'insegna la strada maestra; se tu trovi, peraltro, la scorciatoja - ¡lodato sia Gesù! - pìgliala.

La cameriera (di fretta): il barone ascende le scale...

Signora Bettina: presto, Eugenia; ¡via quella lagrimetta! Fà scintillare lo sguardo. ¡Andiamo! apparecchia un sorriso. E tieni - (mettèndole in mano uno straccio) - Che il barone ti colga a spolverar la mobiglia. Io mi ritiro prudentemente.

SCENA OTTAVA Gioje del matrimonio. (Prima portata)

Siamo in una ricca stanza da letto. La freccia dell'orologio segna... ¡Attendete un istante! attendete, che il barone Caprara, il quale, fin quì, ha girellato facendo i suòi pìccoli preparativi per la notte, come sarebbe piantare il portaparrucche, rimboccar le lenzuola, disporre sul comodino con simetrìa le caramelle di pomo, i senapismi, i fiammìferi, e, sopra i guanciali, gli scalferotti di lana e la calottina di seta, abbia montato l'orologione del caminetto dall'avoltojo di bronzo che becca ad un Prometeo d'avorio il fègato e lo pareggi al suo infallìbil di tasca... Poi, dà un buffetto al pèndolo. Il cuor della stanza riprende il consueto tic-tac; ràntola la sonerìa, tira in su il moccio, e l'avoltojo, applaudendo con l'ali, cùcola ùndici ore.

Fatto questo, il barone, e acceso un Virginia, si affonda in una poltrona dinanzi al camino, ravvolgèndosi nella sua veste da càmera a fiori di tulipano, e adagiando gl'impantofolati piedi in una pelle leonina. ¡Guarda che faccia oscura! Non ci vuol scala a capirlo; è un marito che riassapora l'amaro della sposalizia treggèa. Infatti, compie l'anno oggisera da che egli ha commesso la indissolùbile corbellerìa, e pesa, fastidi a parte, venti libbre di meno. Ùniche gioje del matrimonio, ch'egli conosca, son quelle che gli vendette, salate, l'orèfice. Ah Caprara, Caprara! ¿che hai fatto? Tu il corteggiato dalle mammine e dalle ragazze, da cui toglievi talvolta a credenza, tu il cucco di un àngiolo di bambinaja che mantenèvati grasso come i pollastri da lei capponati per tè, nè ti lasciava mai starnutire senza augurarti salute dal profondo del cuore e ti rincalzava le coltri e ti ammirava ogni mattina la lingua, èccoti or solo, male obedito dai servi, dagli amici scansato, che sono invisi a tua moglie, cèlibe in un letto matrimoniale. ¿A che ammucchiare così lunga esperienza, per sciupàrtela poi in sì triste maniera? ¿a che pensarci su tanto per conclùdere poi con una bùggera tale? Oh ingenuità sopraffina! ¡Crèdersi fuori dalla legge comune, perchè s'è scelta una sposa non ricca (quasichè pòvera di desideri) e pattuire una real controdote alle ideali sue trè, del pudore, dell'economia, dell'òrdine! ¿Òrdine? ¡sì davvero! Casa Caprara non era più casa; era un caffè, un bivacco, in cui si dava la posta una baraonda di gente, amica della signora, ma che egli, il padrone, non conosceva nemmeno di nome, nè conoscèvalo essa, anzi lo urtava e gli camminava sui calli, senza pur chièdergli scusa. Chiunque comandava in sua casa, salvoché lui. Tra tanta gente, ei non poteva accozzarsi neanche la sua partita a tarocchi. Ma, già, la sposa avea detto "¡aria! ¡aria! ¡io voglio vìver nel nuovo, io!" e senza attènder risposta, gli avèa tutto cangiato, mòbili e amici. ¡Imaginàtevi dunque che economìa! Questa sola, la cosa di cui si facesse risparmio. Sempre giù la tovaglia, sempre il gòmito alzato. I balli tenèvano dietro ai concerti, ai balli le scampagnate. E, col lusso, naturalmente, sua sorella lussuria. Perchè, di pudore - terza dote promessa - sembrava che Eugenia non ne serbasse che per il marito. Questi, di parte sua, poteva ben dire di non possedere la moglie se non sull'atto nuziale. Ei non avèa fatt'altro che aprire l'uscio agli amanti, se pure. Travedùtala a pena, tra il chiaro e il bujo la prima notte, conjugal nausea, emicranie, quattro lune ogni mese, gliel'avèano tosto rapita, còmplice la medicina, tanto che s'egli volèa stare al corrente delle di lei abbondanze, gli toccava pagar la sua porta al teatro e godèrsela in un cannocchiale. E, ¡almeno avesse potuto dimenticarla del tutto, ma no! il registro dei conti non permettèvagli manco cotesta disperatìssima consolazione. Bene gli amici vecchi, imbattèndosi seco in istrada ed ascoltati i suòi guài "Nando," dicèvano, "¡abbi pazienza! è effetto di gioventù. Tua moglie ha bisogno uno sfogo. Verrà la stanchezza, vedrài, e tornerà a tè, quando meno tel pensi." Allora, sperando, egli allungava la briglia, ma e più concedèa e più Eugenia gli si faceva discosta. Così, è vero, in salone ancor primeggiava il suo grande ritratto a olio con molta cornice dorata e stemmata, ma era un ben magro compenso a quell'aquarello di giovinotto rossiccio, in tenuta di ùssero, che divideva col Cristo e col vaso l'inginocchiatojo di lei, il qual ritrattino, dicèa essa, dovèa aggiustarle la vista ed inspirarle bei bimbi. E i mèdici tutti, che pàjon sapere le arcane vie della matrice, le dàvano mille ragioni, soggiungendo al marito, tanto per consolarlo, che un bimbo non sarebbe tardato. Oh non temere, Caprara; t'hanno sposato per ciò!

Ai quali pensieri, il barone, facèndosi ancora più tòrbido, incominciò a masticare stizzosamente lo sìgaro. ¿Ma che avèa mai, quel Parisi, un fatuaccio di uno, buono soltanto di montare a cavallo e d'ingommarsi i mostacchi, per far cadere in amore tutte le mogli degli altri? ¿e che cosa mai, lui Caprara, per tanto inimicarsi la sua?... ¡Sìgaro maledetto! ¡anche tu! (più non tirava lo sìgaro) e spezzàndolo in due, lo gettò nel camino.

"Oh le donne di un tempo! oh gli antichi ingenui costumi!" sospirò desioso. Ma quì lo sguardo gli cadde sopra un ritratto allato lo specchio. Era il ritratto di sua nonna paterna, una dama del regime spagnuolo, vero caval di parata. Parèa che intorno le crescesse la roba; tanta grazia di Dio da rivoltare lo stòmaco. E donna Teresa volgèa superbamente al marito, che in àbito di ciambellano le facèa riscontro, le sue spalle pompose, nè più nè meno che in vita. Ma lì almanco l'ingiuria, venendo da regi lombi, onorava la casa, ma almanco donna Teresa avèa coperta la cornea escrescenza del signor Pietro Taddèo con un cerchio imperlato. E, dai ritratti dei nonni, scese il suo occhio allo smalto di una baldracca mascherata a vestale. Il barone allibì. Ei ricordava quanto il padre di lui - fu becco Napoleone - dicèa della consorte, biliosamente faceto: "il glorioso mio omònimo ha bel chiamarlo un affare da canapè. Io pago, intanto, le molle."

E il nostro Caprara sbassò vergognando la fronte. Nella disgrazia ei non si sentiva, è vero, più solo, ma non è detto che la compagnìa eccellente renda gradito l'inferno. Il freddo lo guadagnava. ¡Gelare con una moglie per casa ai 35 Réaumur, è pur duro! Si die' a inanimire a palettate il fuoco. Era la legna affetta da idropisìa; nicchiava, piangèa. ¡Neanche il fuoco gli volèa attaccare!

Quand'ecco, lo scattar di una toppa. Rialzò le pupille, e guardando nella inclinata specchiera, vide spostarsi un drappeggio del magnìfico arazzo che con la visìbile istoria di Marìa piena e del contento Giuseppe tappezzava la stanza, e apparire una bianca figura, mezzo slacciata, di donna - sciolti i capelli, porporine le guance, lucidìssimi gli occhi. Il cuore di Nando palpitò fortemente: una vampa di caldo, che non irradiava dal caminetto, lo invase; Nando risuscitava. Pur non osa ancor muòversi, quasi oppresso da un sogno, e segue nella specchiera, con sempre crescente emozione, il blando appressarsi d'Eugenia, finchè, piegàndosi ella su lui tra il sì e il no della vaporosa camicia, e in una voce che ha dita mormoràndogli il nome, e già l'assorbendo nell'anèlito ardente e nel candor delle braccia e nell'onda del fragrantìssimo seno...

Il pèndolo, in questa, cucolò mezzanotte.

SCENA NONA Gioje del matrimonio. (Seconda portata)

¡Mortaretti, sparate! ¡dindonate, campane! ¡sù, in coro, oche, merli, gabbiani, inneggiate! Il barone Caprara, nella acerba età di sessanta, è babbo, il che talora succede, ma e' se ne tiene, il che non succede sì spesso. È babbo di una bamberòttola, rossa come uno scojàttolo, sana come un acciarino bresciano, che è settimestre eppur si direbbe di dieci, e a lui s'assomiglia come un còlibri a un rospo, quantunque i servi e gli amici, facendo ressa al neonato, o piuttosto alla balia, tròvingli tutti gli stessi occhi del putativo, il medèsimo naso, la eguale espressione (oh! questo sì, chè l'espressione era zero) e soggiunge un maligno - perchè pelati ambidùe - "la idèntica capigliatura." Sul che il barone, estasiato, un po' mira la bimba, un po' sè nello specchio, ed a ciascun complimento, quasichè gli toccasse, s'inchina tra il riconoscente e il borioso. L'idèa di aversi aquistato un erede, cioè un èssere che possa alternarsi a sua moglie nelle funzioni di quotidiano bojetto e gli debba augurare tègoli in capo a ogni passo, gli fà sembrar tanta piuma ogni passata durezza e gli fà insieme squadrare il futuro con sembiante di sfida. "Venite pure, aquazzoni," par dica, "ho l'ombrella."

Non và taciuto peraltro, che Eugenia non è più quella di prima, o almeno sembra, con lui. Gli strapazzi iniquamente cercati durante la gravidanza, e da essi il laboriosìssimo parto, sono pagati, soldi e denari, con una di quelle malattìe violente, che dìconsi di caràttere. Prostrata dal male, la baronessa diventa zùcchero e miele. S'accòrgono allora gli amici nuovi che il vento s'è vôlto, e sfùmano bellamente innanzi agli antichi, che ricàcciano in fuori i cornetti. Eugenia non soffre al suo letto se non il marito,, anche un marito, tra i purganti e i clisteri, lo si può sopportare; essa non vuole che lui a rispianarle i lenzuoli, a ministrarle le medicine, ad appressarle e la coppa da bere e quella che beve. Ed egli, il buon uomo, che non osa staccarsi da lei, se non per sguardare alla succhiante puttina, veglia dì e notte al suo fianco e si sente inumidire le ciglia ad ogni mìnima frase d'Eugenia che arieggi la tenerezza.

"¡Vedi!" gli fanno gli amici in trionfo "¿vedi se non avevamo ragione? La pecorella è tornata..." "Tornata sì... per morire," singhiozza il barone, e lì sommove tutta la mèdica Facoltà, incomodando la Scienza fin da Parigi e da Londra, poi, quando scorge la Scienza, nell'intascarsi que' rotoletti che non pèsano mai abbastanza, scuòtere il capo, mette il sequestro su tutte le preci della città, solleticando, con àurei cuori e gemmati diademi, la femminile ambizione d'ogni più miracolosa Madonna, e adulando, a furia di tabacco celeste, ogni canonizzato naso.

Ma, per disgrazia, Dio gli fà la grazia. Un giorno, dalle pàllide labbra d'Eugenia, scoppia all'indirizzo di lui una ingiuria. Fu il primo sìntomo della di lei guarigione. Quel dì, Eugenia mangiò d'appetito una quaglia.

E quì le ricette cedendo ai ménus, con il fastidio pei fàrmachi Eugenia risente anche quello per il marito. Ella vuol già le sue facce. E già, sotto il fiuto dell'infermiere barone, pàssano i sòliti vigliettini, troppo fragranti per sapergli di buono e ricomìnciano le adùltere sciàbole ad ammaccargli gli intavolati. Ecco la Moda fà il suo trionfale reingresso sulla rivinta Natura. Più il male si và allontanando, e più riavvicìnansi i ticchi, i capricci, le stramberìe, finchè Eugenia si trova perfettamente restituita nella salute e nella condotta di prima.

Senonchè, stavolta, il barone vede i propri malanni col cannocchiale invertito, chè, a temperargli il dolore, è lì il frutto dell'amor della moglie. Oh minuti di ore, trascorsi a pavoneggiarsi nella sua bimba appiccicata alle gonfie saldìssime poppe della nutrice che le prèmono in sù il nasettino o a dondolarla nella sèrica culla, canterellando in una voce stonata la ninna-nanna! oh strilli sì soavemente sgarbati! oh paradisìaci effluvi! oh insudiciatine gentili, tutta roba d'àngiolo!

E la bambina cresce prosperosìssima, come ogni cosa che provien dal peccato, dando di sè le più liete promesse, nella smania, ad esempio, di mostrar le gambucce, mentre il barone ha l'ineffàbile gioja di udire da quèi labbruzzi, sui quali un bacio ancor pena a star tutto, la loro prima bugìa: pappà. Anche la baronessa sembra volerle un ben matto. È la piccina un pretesto per mèttere in luce la grande; è il piattello, dirèi, che domanda e raccoglie l'elogio per la mammina. Lola è disputata fra i due innamorati parenti, i quali, come se i vizi che Dio le prodigò, non fòsser bastanti ad infiorarle la vita, spineggiàndola altrùi, garèggiano nell'assuefàrgliene nuovi. Nè la rossigna par di capocchio intelletto: ella ha ben presto intuito il valore e l'impiego delle sue gattesche strofinatine, delle sue smorfie e stizzucce, de' suòi piantuccetti; poi, diventata la confidente del borbottare paterno in odio di donna Eugenia, e della pasquinesca imaginazione di mamma a spese di don Ferdinando, si fà, tra l'uno e l'altra, la spia delle continue vicendèvoli offese (aggiunti, si intende, i propri interessi in calunnia) e lucra sul dùplice tradimento una doppia mercede.

Ma, a un tratto, altra scena. Alle espansioni d'amore, agli entusiasmi materni, subèntrano iròniche sostenutezze, mute disapprovazioni, pèrdi sottintesi. ¿Che è ciò? È che dov'era una bimba stà una fanciulla, è che donna Eugenia non può vedere più in lei una popa da vestire e svestire (chè, quanto a figlia, non ne avèa mai visto) sibbene una donna, e quel ch'è più, una donna rivale. Infatti, gli smaliziati occhi di Lola càcciano già nel suo parco. Lola è stanca di lègger l'amore, e di sentimento ne ha appreso a memoria abbastanza; è stanca di aspettar l'amoroso dal buco della serratura o dalla cappa del caminetto; tanto più che s'è accorta, come i canarini di mamma, ragliando, guàrdino meno a occidente che non ad oriente. E invano, la baronessa si tien dalla sua, privilegiata alleanza, quell'arte che rende stàbile il desiderio con il continuo variar d'apparenza all'oggetto desiderando, la Moda. Con gioventù, la toeletta migliore è freschezza; solo ornamento, il nessuno. ¿Or voi credereste, voi sùdici colori, messi insieme in bottega, di vìncere quelli che improvvisa Natura? ¿or voi osereste, voi cristallini cocciuzzi dall'imprestato fulgore, compèter con gemme la cui luce è sguardo? E allora, la baronessa, impotente a superar la rivale, cerca di allontanàrsela, e come le sfugge di maritarla alla podagra di un vecchio, chè il terror del chirurgo ne azzitta nella fanciulla per qualche minuto il bisogno, colta da sùbiti scrùpoli, le riaccorcia le gonne (illudèndosi quasi di accorciarle anche gli anni) e le nega i teatri e le nega i passeggi, arrivando perfino a mutarle il chiassoso appartamentino dai petulanti balconi, più che casa strada, in una tàcita fila di stanze verso un cortile dalla inviolàbil gramigna. ¡Ma e sì! le manette non fanno che rattizzare la smania per la libertà. Nè Lola è di quelle aquose ragazze, nate al martirio, che si consùman tacendo e sèggono in questa vita, secondo il divino inglese,

"come Pazienza sopra un monumento

sorridendo al Dolor..."

Lola non è rossa per nulla. Dunque, liti su liti tra le due donne da svergognare la più smarronata treccaja; dunque, tempeste, che vanno poi sempre a sfogarsi, annodate, sull'ùnico capo di don Ferdinando, tanto di fìsica ignaro da sostenerci le parti del parafùlmine. E i dispetti chiàman le offese, le offese le rappresaglie; vievìa, il diàpason dell'odio si eleva nella proporzione del cubo, finchè, un dì, la mammina, in un ìmpeto di gelosìa, appoggia una solenne guanciata alla figlia, e la figlia, con meditata vendetta, ruba, fuggendo, il viceconsorte alla madre.

Così è, amici. E giacchè la fanciulla ha ora pigliato sì bene la sdrucciolina, non sciuperemo, a seguirla, altro inchiostro. Ben s'indovina, senza troppa magìa, in su qual libro anderà Lola a finire.

DÈCIMA ED ULTIMA SCENA

E in quello scuro, in quel tanfo tra l'ospedale e la profumerìa, entrò, sulla punta de' piedi, una siloetta di donna, che, aperte spilorciamente le imposte, die' un filo di sole a una stanza di quelle, le quali, come certe serve di prete, sèrvono a tutto. Poichè se il lettuccio, rimasto nella penombra, ce la presentava, in sul primo, come una càmera, mentre due dorate poltrone ed un tàvolo dal vanitoso tappeto ma a strappi (strappi malenascosti dagli sparsi romanzi e dai figurini di moda) ce la volèvan piuttosto infinocchiare per sala, un fornelletto sotto il camino e trè o quattro pajoli tentàvano di tirarne in cucina e ci sarèbber riusciti, senza due ferri a stirare sullo stesso fornello e un'impiccata di sottanini, e un mucchio, in un canto, di biancherìa sùdicia, che ci sviàvano invece in guardaroba. Da una pianta poi di Parigi incollata su 'n uscio, già si poteva sospettare di èsservi, ma il dubbio diventava certezza, scorgendo, lì presso, una imagine del Sacré-Coeur, con dinanzi il suo lume, acceso in un ex-orciuoletto d'Injection-Brou.

"Chantal, quelle heure est-il?" chiese dal letto una debolìssima voce.

"Deux heures, madame," rispose, dalla finestra, madamigella Chantal, cioè una càndida cuffia e un bianco grembiale a petto, con entro una vecchia senza sguardo e gialliccia, che aggiunse untuosamente: "monsieur le curé va venir..."

"Ouvrez tout à fait... je vous prie."

Madamigella spalancò affatto le imposte, e la luce, invadendo ogni àngolo, pinse in una pòvera cuccia, sulla quale era steso, inùtile pompa, un dominò azzurro, una donna ai confini della gioventù e della vita, cavernosa la guancia, la pupilla appannata, di una faccia peraltro che nuova non ci giungeva ma che avremmo penato assài a raffigurare se alla memoria non ci fosse soccorso un conto di sarta, che fra biglietti di pegno e lèttere spiegazzate posava sul comodino, e per indirizzo recava "à madame la marquise Iza Millerose di Garza."

"Mon miroir..." labbreggiò la malata.

Madamigella Chantal, sempre con quel suo far dignitoso, che parèa dire "a Parigi si serve per passatempo," andò a tôrre alla pettiniera lo specchio e lo presentò alla marchesa.

La quale, miràndovisi:

"¡Bon Dieu, que je suis chiffonnèe!... ¿n'est-ce pas? Prenez garde, que monsieur le curé n'entre soudainement. Oh, mon pauvre chignon! Chantal, arrangez le moi, je vous prie," e, intanto che l'infermiera gliel rassettava, "¿ne vous semble-t-il pas, qu'une petite boucle à l'espiègle me siérait bien sur le front?... Placez-la moi à gauche, ici," e accennava alle tempia con la trasparente manina cui èran già gravi i pochi anelli rimasti, "C'est ca; en m'entourant ensuite les cheveux avec un ruban rouge... Mais non, tenez... J'ai trop mauvaise mine pour le rouge. Un ruban jaune ira mieux... Et..." E quì, all'inferma, dopo due o tre inùtili prove, riuscì di levarsi un po' sulla vita, aiutata dalla Chantal, che poi le copriva di un ricco accappatojo le spalle, o piuttosto gli involontari pizzi e ricami della camicia. Ma, troppo lo sforzo; e la inferma velò la pupilla in un mezzo deliquio.

"¡Le curé de Sainte Croix!" annunziò una servetta, apparendo alla soglia.

Isa rinvenne.

"Attendez..." sclamò, riunendo in un ùltimo lampo quell'io che le si andava spegnendo. "¡Mes gants, Chantal!... ¿où sont mes gants?"

"Les voici," rispose la vecchia, porgèndogliene dalla canteriera un pajo (che Isa lasciò tosto cadere) e fece con un sogghigno: "¿Notre Seigneur, peut-il entrer à présent?"

"¿Où est mon miroir?... ¿Comment me trouvez-vous? Trop pâle, n'est-ce pas? Pour l'amour de Dieu, Chantal, passez-moi sur les joues du rose-Pompadour... et un peu d'émailline aux lèvres... Merci, Dieu vous le rendra... Laissez-moi voir," e si guardò nel pìccolo specchio che avèa potuto raccôrre ella stessa, ma per fortuna non vide lo spettàcolo orrendo di un dipinto cadàvere. "¿Comment me trouvez-vous?" ripetè mormorando quasi tra il sonno e la veglia. "Suis-je en ordre pour le bal? où êtes-vous mes amis?... ¡Dio! non rapìtemi il sole. Il bujo sòffoca," e lo specchietto le sfuggì dalla mano. "¡Perdo il chignon!... Mamma... il chignon..." e con un profondo sospiro, Isa piegò sulla spalla il capo, torta la bocca.

Calmissimamente, madamigella Chantal le tolse di dito gli anelli.

INTERMEZZO PRIMO Via pùblica.

Orchestrina, a noi. È ora di riattaccare. La leggera emozione par data giù. S'intende, che non parliamo dei palchi - quell'Olimpo a mezz'aria in cui la urbanità sostituisce la cordialità, abitato da èsseri, i quali vanno a teatro per fare non da spettante ma da spettàcolo, nè si sènton commossi che quando la privilegiata lor crìtica dice loro che sono - parliamo della borghese platèa e del plebèo loggione, giudizioso complesso di scriteriate individualità - donde il fischio e l'applàuso - che fanno, e nel mondo di carne e nel mondo di cartapesta, il solo Pùbblico vero. La emozione pare dunque ceduta, e con essa, ogni ombra d'insegnamento. I femminili tomài comìnciano a ritentare le maschili suole, i cannocchiali son ritornati ai loro eròtici furti. E già le gobbette scòprono dapertutto nuove storture, le sciamannate, in ogni dove, delitti di lesa-toilette. E quì una moglie, dando del gòmito in un vicin suo assài brutto (è il suo bello) gli mostra con un ghignuzzo il marito, un fior di uomo, il quale, fiduciosamente, pesa i pomi del sonno sull'altra spalla di lei, lì un giovinotto in prima erba bisbiglia grate insolenze ad una donna già in fieno, che arrossa, non di pudore; mentre, più in là, due altre sorelle in Gesù, due ìntime amiche s'incènsano vicendevolmente, a turìbolo pieno, con il fumo di penne. Di occhi rossi, non se ne trova che quattro... ¡O ragazzone, che avete voluto contare i becchi del lampadario! E se bianchèggian pezzuole, non una oltrepassa il naso; e se una grave matrona si asciuga col mìgnolo un lagrimino, è ciò piuttosto l'effetto di quella verdìssima limonèa da lei posata, a metà, sul vassojo del caffettiere. Perchè, veramente, il teatro è uno specchio in cui ciascuno non scorge che il volto altrùi.

Ma, adesso, che si dovrebbe avere veduto come vìvesi in casa, ¿dite, non c'è da scusare chi ne stà affatto alla larga o ne esce il più possìbile spesso?... Anzi, usciàmone insieme.

Già i gassajoli dièdero il colpo della luminosa lor lancia a tutti i lampioni: splèndono le botteghe. Non havvi porta che non partorisca il suo uomo, non soglia su cui non dòndoli il suo. Sbotta la gente dai ristoranti, pùllula dalle chiese, come formiche da una cariosa ceppaja. È il quarto d'ora del dopopranzo, allorchè il cibo, cui si pensò tutto il giorno, comincia a pensare per noi, e diffondendo per la rete venosa un sangue più pingue, più caldo e aoppiato dal caffè e dal vino, ci adagia l'intelligenza in quel lieve ebetismo che è il morale benèssere. Tutti allora s'è ricchi, tutti s'ha in prospettiva una eredità, o per lo meno, un terno. Il liceista, venendo dal pacchio domenicale del canònico-zio, cammina fiero, la sua sbrindolina a braccetto, e di un'aria conquistatora, dimanda, con quasi una lira in borsello, il prezzo dell'orologio aspettato dalla sua àurea catena odorante l'ottone o della camicia che gli manca al colletto; mentre il portabigoncia, pinzo di merluzzo e polenta, il mostaccio lavato da un midollo d'anguria, più non ricorda l'indolenzito dell'òmero e fabbrica già per suo conto. E a tutti, in questi sessanta minuti, pòsson piacere due cose, che, se si cìtano a stòmaco vuoto, è solo per berteggiarle; parlo di due strette parenti, Poesìa e Bontà. Chè è l'ora, in cui una birba, pur non compiendo una buona azione, saprebbe almeno pensarla; e potrebbe un astuto rimanere aggirato, se il suo possibile ingannatore non si trovasse nel suo idèntico caso; l'ora, quando un mercante è capace perfino di non fare un affare, e Arpagone, nel prodigarsi una ciliegia allo spìrito, non se ne salva il noccioletto in taschino. Noi per le strade si giràndola allora, scopo la strada, scambiàndoci scappellate, strette di mano, sorrisi, con una prodigalità, una espansione, un affetto, che, poco prima, ricorderebbe di Giuda; e ci si scorda di tenere su il broncio col tale o tal'altro, e sopraccòlgonci, a volte, stranìssime simpatie per sconosciute persone, càusa forse la fetta che il macellajo ha diviso, quel dì, dal medèsimo bue, fra esse e noi.

Ma, oh quanto roseo di facce! Sbòcciano le ragazze, come i pensieri, ad un tratto, per pol, come quelli, sparire, soppiantate da nuove. Sono stormi di gonne, è un passerìo di voci. Cucitore, guantaje, crestaine, sartine, tòrnano dai lavoratòi, tutto punte le dita, e affollàndosi con gli occhi vogliosi alle sfolgoreggianti mostre del lusso (le mille porte al bordello) dove la intatta nevata del camiciajo e la cascata dai caldi riflessi del tappezziere si altèrnano con le gabbiate-di-cappellini della modista o con le ajuole di nastri e merletti (i cenci dei ricchi) o con i monti di guanti (la lor pelle fina) - dove, ai variopinti sapori del confettiere, che vanno al palato men per la bocca che per la pupilla e sciòlgonsi in una fragranza, succede la gioventù imboccettata e la beltà inscatolata del profumiere, irradiante una ebbrezza di odori, ed alla grande oziosità del quadrajo la pìccola del chincagliere, inutilerìa sott'ogni più indispensàbile forma... - ¡pòvere tose! - estasiate alla fàcile letteratura, a ùnica popolare, delle pùbbliche carte, dal bello stile del 500 e dal migliore del 1000, o rapite nella boreale aurora del giojelliere, dimènticano l'oro fumante della polenta, che a casa le aspetta con la sbadigliosa mammina, e ascòltano con sempre crescente clemenza il ronzìo dei calabroni che loro aleggiano intorno, finchè, staccàtesi a forza, quasi rompèssero un laccio, dalla dùplice insidia, si riconfòndon col bujo. Ma nel bujo le insegue, idèa fissa, il tentatore baluccichìo e lor la polenta fà groppo e il pagliariccio dà spine.

Altre invece, vanno ora a bottega. Sono le nottoline, le belle affamate, le maritate col pùbblico - ami vestiti da donna - che ci rasèntano leste, frusciando sericamente le loro tele incartate e lucicàndoci in viso i loro specchietti da lòdole e spargendo dalle zafferanee capigliature un sentore di cipria, quasi fuggenti per non èsser fuggite; sono le càndide giovinette dal cappellino alla calabrese e dalla scusa di uno spartito sobbraccio, che ci vèngono incontro come in cerca d'aìta, giovinette fioccate in città per istudiarci anche la mùsica; sono le miserìssime bimbe, cui fu negata l'infanzia, e le orrìbili vecchie dalla lingua infame, che ci tèngono dietro insistenti, chiedendo la carità, offrendo di avvelenarci.

E intanto, la teatral bergamina si riunisce ai suòi chiusi. Illùminansi i camerini, gusci di altrettante celebrità. La istriona allo specchio si rimposticcia il cuore serale e si "fà il volto", la virtuosa (perocchè in medio stat vìrtus) scioglie, in attesa "di superare sè stessa" a tutto entusiasmo della sorda mammana, il canarino della celeste trachèa; mentre la trinciasalti, come una mosca che si soffreghi i pie' inzaccherati, riavvìa, a tutto profitto della lievemente arrabbiata cagnetta, la polposa loquela delle sue gambe, oppure, mezzo vestita da Dea e sdrajata su 'n canapè dalle molle rotte, si spassa a grattarsi un prurito che possiede zampini. Poichè, di là del telone, quella belva feroce, che è "il rispettàbile e colto" ancor non da segno col trepicchio e col fischio della sua graziosa presenza. Quantunque la piccionaja sia già tutto teste, e sbrìscino nella platèa, ad ogni momento, di quelle brave persone, che a bene godere il proprio denaro non vòglion pèrder neppure la noja del divertimento, l'ombra intimidisce i rumori, ombra assài grata ai servottài del loggione, che stanno insegnando come si alzi il sipario e balli la marionetta, a voi, Colombine, maliziosamente crèdule.

Il che, tutto insieme, è un brulichìo, una nebbia, dove l'incenso sembra fumar da una pipa, da una caffettiera il tabacco, da un incensiere il caffè; dove, nel solenne bordone dell'òrgano galoppa sguajatamente lo strillo dell'organetto, e sul rombo della campana, punteggiato dal tonfo del tamburone, si eleva il ricamato affanno del piano, interrotto quà e là dallo stappo delle gazose, dal fischio de' razzi e dal ruotolìo dei brummi, tintinnanti nei vetri - tutto un grigio, diciamo, di rumori e di odori, nel quale inutilmente si perde il vagito che esala dalle latrine e l'afror di carbone della tradita mansarda, e di cui gli ùltimi echi, sfiorando la prigioniera, aggrappata alle sbarre e smaniosa pur del ceffo aguzzino, vanno a morire, evocatori di non pentiti desìi, in quella lunga corsìa, divo Rocho dicata, dove - in tanti lettini, tutti, fuorchè nel nùmero, eguali; dai tanti consìmili visi, o a meglio dire, ricordi di viso - chiùdonsi tante storie di gioja che ne fanno una sola di pianto.

Ma, ¡ecchè! delle storie con il singhiozzo, ne abbiamo già pieni i cassetti, ed anche le scàtole. ¡Bando ai gufi! ¡Altra mùsica e orchestra! ¡A mè i giovanotti che vìvono all'avventata, facendo l'amore sui pianeròttoli! ¡a mè i prudentìssimi vecchi, che han sempre fatto lo zio e i verginoni senza rammàrico, e i "non indegni di aver perduto la prima!..."

Or, ¿chi mi dona una rossa matita? ¿Tu, Cletto mio?... oh grazie.

E la rompo.

Mezza è per tè, criti-cuccio, cui ogni spropòsito nostro è seme di mille tuòi - tu, giùdice inquisitore, che non annasti che il male, per poi, se nol trovi, invèntarlo. O letterario fuco, ¡gioisci! Hai quì casi di maggiore scomùnica, eresìe da tanaglia e da rogo. Troverài idèe nuove, chè tali almeno parranno alla tua squisita ignoranza, troverài gagliardi sapori, che a tè, assuefatto alle più scempie pappine, abbaglieranno il palato. Ma, ¿che vuòi? A gusti scaltriti (e io sol cucino per essi) non può l'ingenuo manzo piacere se non a forza di salsa. Anzi; anche il sale è talvolta lor dolce, e però ci vuol pepe. ¡Viva il pepe che salva i panni dal tarlo - ed i libri!

E così, l'altra mezza è per tè, autorità filològica, la quale, a nome di quella Crusca che in Lombardìa si stima assài ne' clisteri, spaventi col tuo "non si può" le idèe de' scolarucci che fanno il comporre. Ma non le nostre, bada. Noi, la lingua che Natura ci ha dato, noi la vogliamo vibrare come meglio ci sembra. Stolti voi che credete, coi dizionari e le scuole, d'immobilizzarla, quando il pensiero, suo sangue, nè le manette nè il boja non arrestàrono mai, nè Cristo nè il Diàvolo.

ATTO SECONDO
SCENA PRIMA Eropatìa

Se ad uno di que' rarìssimi giovanottini, sulle cui guance la foglia di rosa ancor non cedette a quella di nicoziana, miracolosamente passati intatti fra le bambinaje, le maestrine ed i preti, si domandasse, additando una processione di gente che pare nudrita a lucerte e pende più al verde che al giallo, màssime nelle tasche, e trae fin dalle calcagna i sospiri e ti risponde una cosa per l'altra, o cose che nessuno capisce, compresa lei, si domandasse, dico "¿or che vedi?" certo risponderebbe "ammalati." E noi, battèndogli amichevolmente la spalla, "bravo tè" gli diremmo "hai trucciato, perocchè sono innamorati." Ma allora il giovanottino, il quale, proprietario di una completa poètica profumerìa, ha letto che amore è "il sole dell'ànima" (vero, perchè dal sole vien l'ombra), che senza mùsica e amore la vita non sarebbe che una lenta agonìa, e sìmili quiproquò, ci mostrerebbe impersuaso la sorridente fila de' suòi bianchìssimi denti, amàndole senza la buccia, e tirerebbe innanzi, platonicamente incicciando, a confidare alla luna i suòi fastidi col burro. Nè, noi, tolga Dio, ci ostineremmo a guastargli l'innocentìssimo divertimento. L'uomo è nato all'inganno. Chi non imbroglia neppure il suo ìntimo amico, bisogna bene che azzitti la naturale necessità, imbrogliando almanco sè stesso.

Tuttavìa - fra noi, che mastichiamo da un pezzo coi denti del giudizio (¡pòveri denti! già la carie vi mina) - quella folla dalla tinta pantrito e dalle fiacche morelle alle occhiaje, è proprio d'innamorati. ¡O amore, tossicoso miele! ¡o amore, inevitàbil castigo! ¿chi mai non reca qualche sfregio di tè, fosse pure il nessuno, che è di tutti il più ingrato? ¿chi può vantarsi fuor da' tuòi colpi, finchè di nulla più possa, finchè non lo vesta l'abete?... ¡O amore, fonte di maggiore rovina che non la fame e la peste, tu che le sei, non di rado, ambedùe!

Ed ecco, nella interminàbil sequela delle vìttime tue, un giòvane. A lui, bello, ricco, d'ingegno, tutto sorrideva all'intorno. Non un cuor gli era viêto, non una strada chiusa, ed egli poteva, per la preferita, procèdere velocemente, chè possedeva carrozza, toccando la meta, tanto per il demèrito, quanto, il che è più difficile assài, per il mèrito. Eppure, il suo volto è giallo come una foglia a novembre, è vizzo come un borsello a Natale; eppure, a paragone dell'ànimo suo, il nero è un allegro colore. ¿Che ha mai? Il mèdico, che lo tastò e sperò e bussò, ci assicura ch'ei suona campaninamente bene. Ma il scientìfico occhio non gli è giunto al cervello, dove l'imàgine di una donna gli asciuga, insaziàbile spugna, ogni men vile pensiero, di una donna di cui il giòvane spàsima la limòsina solo di un guardo, senza osar di cercarla. Chè, amore, il quale dà spesso impudenza, quì ha tolto il coraggio. Lo specchio rende al giòvane brutta la bellezza di lui, nè intorpidito l'ingegno è lì a confortarlo con rammentargli che egli sempre conserva quella seconda beltà, che per le donne è la prima, la numeràbil beltà; dell'ingegno anzi di un tempo egli più non si sente se non quel barlume, che fàccialo avvisto come l'ingegno sia ito. E, sfiduciato completamente, fugge gli amici il cui sorriso lo offende, fugge l'umano consorzio di cui sospetta ogni occhiata; fugge, alla fine, con un'oncia di piombo, l'insopportàbile sè - ¡a ventitrè anni, pensate!

Poi, ecco un uomo di mezza età. Era la gioja delle brigate, il piatto migliore di un pranzo. Tanto tondo di corpo, quanto acuto d'ingegno, tenèa (caso non troppo frequente) il satìrico umore in perfetta bilancia colla bontà. Scarso a fortuna - ed anche quel poco gli costava moltìssimo - gliene avanzava pur sempre per farsi un piacere, facendone altrui. La sua cassa a risparmi, dicèa egli, èrano le saccocce de' suòi amici, donde traeva per interesse, di poter guardare, senza rimorso il passato, e senza paura il futuro. Tanto che, allegramente, egli metteva già il piede fuor dell'ùltima soglia di gioventù, quando, nel vòlgersi indietro a serrare la porta, cadde in due occhi, tùrgidi di desiderio, che parèvano dirgli "aspetta". ¡Pòvero Meo, sei fritto! ¡Addìo, balda scapigliatura, addìo lùcide bicchierate e dormite profonde! L'appetito scomparso, sostituito al sognetto il sonetto, le vesti gli fanno sacca, la zecca dello spìrito suo più non conia epigrammi, sibbene epitafi. Il buon uomo è diventato irascìbile, è diventato intrattàbile, veramente "moroso." È allora che il suo capo d'uffizio comincia a lagnarsi della peggiorata calligrafìa di lui e de' protocolli macchiati, e gli domanda con meraviglia, perchè per Agosto copii Agostina, e per quanto a, guantaja. Perchè il capo d'uffizio ancor non l'ha visto in una certa bottega di mode, ad un banco e dinanzi una sninfia di tosa, rosso come un papàvero, tutto sudato pel batticuore dello sforzarsi un pajo di guanti del sette su de' manoni del nove; nè sà che il nostro uccel di San Luca si vìrgola il pasto per inviare alla sua insìpida bella cartocci di parlanti confetti, mandorlati di millefiori, rosoli di lungo amore, cioccolata con la cannella, e altrettali commestìbili dichiarazioni. Nel che, a onore del vero, il galantuomo pigliava la rettìssima via, entrando le idèe meglio assài per la bocca che non per gli occhi e le orecchie. Ma, se più retta la via, non era quella del buon mercato. A poco a poco, le camerette di lui si sgòmbrano di mobiglia. ¿Che mai più orrendo d'amore senza quattrini? Bentosto, il tabarro gli si consuma in ventaglio. Infatti, con il caldo d'amore, era l'uno di troppo, e l'altro di manco. Bentosto il suo fido orologio gli s'è fermato per sempre. ¿Dove il tempo è perduto, a che un orologio?

E, per ùltimo, un vecchio. Quì usurpo alla patologia. Costùi, al polo antàrtico delle passioni, trovàvasi appunto in quella temperatura indispensàbile alla conservazione di un morto. Egli spirava la ragnosa maestà di una centenaria bottiglia, parèa il granajo dell'esperienza, e venìvano tutti a picchiare al suo uscio per domandargli pareri buoni, ch'egli accordava liberalmente, non potendo più dare cattivi esempi. Ma, a un tratto, la sua onesta canizie si abbuja nel più furfante dei neri; gli occhiali cèdono all'occhialino, la tabacchiera alla spagnoletta, il suo mangiagroppi-portiere al tailleur de Paris. Gettati via i volumi dell'equànime scienza, noi lo vediamo, il majùscolo bimbo, ricompitar febbrilmente l'ars amandi d'Ovidio, e l'art d'aimer di Bernard, o meditare il Meibonio de usu flagròrum e la ricetta itifàllica di Arnaldo di Villanova; poi, tutto azzimato e olezzante sì da sembrare un imbalsamato cadàvere, sedersi sull'orlo de' tamboretti, lui malsicuro in una poltrona, girando caprinei sguardi, spargendo, come egli crede, amorosi disastri. Ma il disastro è uno solo, lui stesso. Già lo stramonio e la cànape hanno iniziato il loro tremendo lavoro. Infuria l'estromanìa, il tètano eròtico. Agonizzante ei s'aggira, gli occhi ebetiti, le labbra schiumose, barcollando sull'usta di un'inarrivàbile donna, ch'ei bramerebbe inghiottire ne' suòi epilèttici amplessi...; O dottore! cessa il bromuro e la cànfora. È tardi. Non giova più che lo schioppo.

Or, per chi vuole un contorno a questi trè assortiti salami, ecco monti di suole inutilmente perdute e libri zeppi di pòlvere e calamài assetati e lenzuola lògore dall'insonnia con schiene ancor più logorate, e patrimoni in isfascio e laghi di làgrime con così fieri sospiri da cacciarli in burrasca. Chè se tu ti disperi di non èssere amato, il vicin tuo fà ciò o per èsserne troppo o non abbastanza, e se tale, tradito da una diavolessa, strilla come un porcellino di latte, altri, cui tocca, piange di possedere un àngelo. Oh che burletta l'amore! Per lui, un formaggiajo si accorge, dopo trent'anni, che c'è la luna, e cercando una somma, trova la rima che un poeta ha smarrito nelle idèntiche ortiche. Tizio và dalla magnetizzata con i capelli della sua baja; torna Sempronio dal professore Mercuri senza i suòi propri. Quì un cuoco, abbagliato dal "caro oggetto" che sarà, penso, una trecca intingente la pettinina nell'aqua de' fagioletti, còmpera luccio per trota; là Automedonte, alla vista delle adorate spadine, ribalta con i padroni. In questa, un pittore, eternamente copiando l'ùnico muso di quella che "sola a lui pare donna", esaurisce sè in compagnìa della pazienza del pùbblico; e intanto che un organista, pensando alla maestrina normale, bacia piangendo il consapèvol barbone, la maestrina sovvenendo di lui pizzicotta stizzosa la sua dozzina di scolarucci. E vi ha, chi, d'ingegno, inasinisce estasiato alle trullerìe che vèngono da una seràfica bocca, oppure si ostina a lègger Petrarca e sonare Chopin a chi non capisce se non Marchesini e Vernazzi; come vi ha, chi, nojato alle pàgine le più rovaniane ossìa le più generose, brilla di gusto ai solecismi di cuore, peggio che di sintassi, di uno di que' letterini, che, incominciati offrendo un bacio, finìscono domandando un marengo. ¡Ma e poi! ¡che tragedia, l'amore! Trema, la prima volta, il gelato cassiere contando i rotoletti dell'oro,, egli non scorge più cifre, sibbene gale e sorrisi; nega l'amico il dovuto soccorso all'amico per soddisfare ai capricci di una inimica; il padre stesso strappa i pendenti alla figlia per appènderli a orecchie che danno ascolto a chiunque. ¿Che più? Donizzetti muor scemo; smidollato Raffaello, e, giacchè siam fra gli Dei, Èrcole torce le lane di Omfale (la sua peggiore fatica) ed il medèsimo Giove, dall'olìmpica calma, và in oca, và in bue...

Mira, o lettore, la scarna cùpida faccia di chi, da quelli scacchi di ferro, vede passare lìbera e fiera la ganza nella pompa di un lusso che il suo delitto le paga; odi, da quell'altra prigione cui fà da aguzzino la Carità, i ruggiti di loro, che hanno per un chignon perduta la testa; sogna, a sfondo, la negra purèa del milanese Tombone, dove tra fràcidi mazzi di fiori e scocciate bottiglie, tra mànichi di pitale e pisciatura con li occhi, vanno convolte le lìvide salme del tradimento, pasto alle cheppie e ai gazzettieri cronisti.

SCENA SECONDA Quo mèntula mens.

Ma quì, da tutti questi infelici, cui tocca, per giùngere al dolce gheriglio, mòrdere il mallo, o avanza, goduta la pesca, il nòcciolo amaro - ànime in pena, che pùrgansi pel Paradiso o lo pùrgano - mi si spicca d'incontro un giovinetto con la cravatta slacciata, e all'abbandona il cappello, gridando "¡io la sposo, io la sposo!"

Confesso; il mio primo pensiero fu di chiùdergli in mano uno scudo, e di dirgli "spendi questo piuttosto"; ma mi tenni. Quel giovinetto era fuor del comune. Niuna fanciulla più vereconda di Nino Fiore. A lui, oltre le simpatìe pel sereno suo volto dalla pelle di dìttamo e dalli occhioni cerulei, mi legàvano quelle pel suo rarìssimo ingegno, un ingegno cui non mancava, perchè tale paresse, se non la mano di studio, quasi greggio diamante che attende la faccettatura. Senonchè, sul più vivo delle speranze, era caduto il mio Nino nel letargo amoroso. Pazienza, per chi, già citrullo, incitrullisce del tutto, ma per chi, nato a superare l'ocèano, affoga nel secchiolino, ogni pazienza và in furia. Principalmente, chè è della gente d'ingegno, come di certi bibliòfili, i quali, quanto più un libro è sprezzato, tanto più lo cèrcano e àmano, o come di certi mosconi, che, gira e rigira in un giardino di fiori, finìscono a posar sullo sterco. Nino difatti s'era pigliato di una cosa non uomo, e alto lì. Non un rapporto tra loro da quello all'infuori, che mancava a colèi quanto ad esso cresceva. ¿Ma come, dimando io, persuadere ad un ebbro la sobrietà? ¿come provare a un illuso che le bellezze ch'ei mira, novello Narciso, nella sorgente de' suoi desideri, non sono se non le proprie? ¿come infine distor l'assetato dalla tòrbida aqua presente con la promessa di un'altra, benchè cristallina, lontana? ¡Ahimè! l'altrùi esperienza non serve; ciascuno deve procurarsi la sua, che poi non si trova di avere raccolta se non giusto nell'ora di doverla lasciare, non laureàndosi l'uomo nella scienza del vìvere, che quando già occorre (il che è forse tutt'uno) di sapere morire. E se è vero, che Nino veniva spesso da mè ad implorare consigli, egli in ciò seguitava il sòlito vezzo degli ammalati d'amore, i quali scòppiano tutti di confidarsi a chiunque, annojando il pròssimo loro come sè stessi. Desiderare, del resto, il parere degli altri, vuol sempre dire, desiderare di sentirsi riaffermati nel proprio, màssime errando. Non havvi impresa più temeraria del rèndere accetta la Verità che se quà e là si sopporta è perchè piglia in imprêsto gli àbiti della Bugìa.

Per cui, andato a cavare dal mio armadio di facce, quella di congratulazione:

"Bravo Nino," dissi, serràndogli con espansione le mani, "¡ me ne rallegro tanto! ¡Vedi tu, che non ti sapevi dar pace, perchè l'amore tardava! ¡mò ci hai fatto quintina, e insieme tòmbola! Un giòvane, come tè, non può non avere incontrato un complemento condegno. Sarèi per giurare che in pìccolo è una perfezione, incominciando da quella mìnima delle doti, la dote..."

"No, no," interrupp'egli con gàudio, "Gilda non tiene un quattrino. Io la scelsi col cuore, non colle dita. Volli lei per lei sola."

"Sentimenti," ripresi, "che ti farèbbero meritèvole della medaglia al valore civile, principalmente in giornata, in cui "la Guida d'amore" è il catasto. Inoltre, non stai lontano dalla prudenza. Spesso ai mariti costa più la ricchezza che non la povertà delle mogli, mentre bàstano sempre pane e amore. E, se si vuole anche un po' di pietanza, è ben presto supplito con un po' più di lavoro. Tua madre stessa..."

"Mamma," notò il giovinetto, mentre il rossore gli lampeggiava nel volto, quale oro su argento, "non ne sà nulla per ora. E il cuor mi fugge a parlàrgliene. La famiglia di Gilda è sì... sì..."

"¿Bassa, vorresti dire? ¿ecchè importa? Nel sociale universo, come nel fìsico, non c'è nè l'alto nè il basso."

"No, non è il basso che mi scoraggi. È il sùdicio, il sudiciume morale..."

"E io ti ripeto, ¿che importa? Ciascheduno, rotto il filo ombelicaie, fà a sè. Non v'ha terreno di vizio in cui non possa germogliare e dar fiore la pianta della virtù, che, come tutte le piante, succhia non rado ubertà dalla stessa immondezza. Ci sono corpi che pàssano illesi per qualunque contagio; ci sono ànime sì musicalmente foggiate..."

"Gilda non tiene orecchio," sospirò Nino.

"Terrà occhio," sorrisi.

"Gilda è stonata anche in ciò."

"Allora, o mi sbaglio o una più fina armonìa la rende ottusa per l'altre; la letteraria armonìa."

"¡Nemmeno!" fe' il giovinetto sconsolatamente "Gilda non sà lèggere manco. Ella non è che natura, è un pòvero cinquefoglie."

"¿Come?" gli ribattèi, "¿te ne duoli?... O amico, meglio così. Minore dottrina, minor vanità. A fare una buona nutrice e una buona massaja non occorre troppo alfabeto, chè, anzi, con i libri del giorno, l'alfabeto è un perìcolo. ¡Comunque! l'ingegno innato compensa sempre lo studio, che è l'ingegno d'aquisto. ¿Non ti par pena sciupata, lèggere in altri quanto in noi stà già scritto? E, appunto in ragione di questo suo stato di letteraria innocenza, cose la ti dirà la tua Gilda ingenuamente sublimi, e tu, con essa, fuor dal timore delle sonate a organetto, potrài sgropparti l'ànimo liberamente..."

"¡Mio Dio! no," fece Nino, movendo con malinconìa la testa, "quanto al suo ingegno, ne ha, ma se tace: il mio, bisogna che glielo nasconda con ogni malizia, perchè la mi tòlleri. E inutilmente cercài di prestàrgliene. L'asciuttezza di Gilda è quella, non della spugna, del sùghero..."

"Basta peraltro," insinuài, "per quel che deve servire, che la ragazza sia sana..."

Ma il giovinetto, traendo un lungo sospiro:

"¡Pòvera Gilda!"

"¿Che ha?"

"Ha le gonghe," gemette con un filo di voce.

Quì il volto mi si dipinse di un buon umore, di cui la metà non era proprio forzata:

"¡Evviva!" sclamài "tu se' nato vestito. Le ragazze infermicce sono pur le più buone, chè invece il diàvolo, per quanto si sà, non fu mai indisposto ¿Che è mai la perla? una malattia preziosa. Così, la più aerea soavità, la melancolìa più chiaro-di-luna, vèngono spesso da un crònico male, da una digestione cattiva. La tua fanciulla, son certo, è di que' bòzzoli da cui sfarfàllano gli àngioli..."

Nino non potè trattenere un ghignuzzo, e:

"Mira i segni dell'àngiolo," disse mostràndomi le sue mani graffiate, "e questo ¿sai, per che cosa? perchè la pregài dolcemente di èsser più amica alla casa."

"¿E che?" ritors'io "¿ne vorresti una mònaca? ¡Tutti così, voi amanti, tutti tiranni! Lascia, lascia, mio Nino. Una bella ragazza non ha da covare la cènere; ha il sacrosanto dovere di andar dappertutto per mantenere la estètica. ¿Sarà bella, m'imàgino?"

Fiore mi guardò con sorpresa.

"Oh bellìssima!" fece.

"¿Un nasino, vero, tutto finezze?"

"Il naso è piuttosto ordinario; è schiacciato. Somiglia a quello di un pinch..."

"Indizio di onesta baldanza. ¿E una bocca, diremo, da baci?"

"Baci, ve ne stan sù forse un po' troppi."

"¿E gli occhi... ampli... brillanti...?"

"No, piccini e nebbiati."

"¿E i denti, càndidi, accolti?"

"A denti, non è molto felice. ¡Poverina! ¡sempre la benda alle guance...!"

"Guance, s'intende, dal tizianesco colore, mòrbide come la cipria... ¿Parlo giusto, o m'inganno?"

"¡Scusa! sono alquanto gialline. E per pelle... ¡Capirài! quando s'è avuto il vajolo..."

"¡Male col becco il vajolo!... ¿Del rimanente, una sveltezza di forme...?"

"Non dico di no... se è seduta."

"¿Con una voluttà di manine...?"

"¡Ah! le ha goffe, ¿sai? ¡Patisce tanto i geloni!"

"¿E due mazzetti di piedi...?"

"No, non li dire mazzetti. Gilda possiede, è vero, il mio cuore, ma gli occhi, no. Io stesso, se non la amassi tanto, dovrèi chiamarli... chiamarli... (e con titubanza ) "cassette..."

"E, giacchè l'ami, di' cassette di fiori. ¿Perchè mi adocchi sì intento? ¿Dùbiti forse ch'io celii? No, amico. Tutto sommato, la tua futura metà può èssere ancora, come dicevi sul primo, bellìssima. Molte bellezze nàscono appunto da un complesso di errori; anzi, ti proverò qualche giorno, come la vera bruttezza stia solo nella perfetta beltà. In ogni modo, una donna, innamorando, abbellisce, più o meno, s'intende, a seconda della sua interna passione, come, in ragione del vino, si fà bello il bicchiere. ¡E Dio sà quanto ti amerà la tua Gilda, invidiatìssimo amico!"

Ma, ¿ecchè? Nino, nelle pupille del quale già tremolavano i luciconi, a questo punto non tènnesi più e nelle braccia mi cadde, in una troscia di làgrime "¡Ecco, ecco," singhiozzò egli, "la spina che stracciò tutto il mio cuore, ecco il martello che mi ha frantumato l'ingegno! ‹Gilda non mi ama›. Io bacio sempre i suoi labbri, mai i suòi baci; e se ella pur me ne dona - oh baci senza scoppio nè lingua! - è come li desse a suo padre, anzi a suo nonno. ¡E sò di non èsserle in mente che quando le sono negli occhi, sò di non farle se non da gratùito suggeritore per il suo pròssimo amore! ¡Gilda non mi ama, non mi ama!"

Taque, incontrando il mio sguardo, che dalla soja era balzato nell'ira. ¡In verità, non si poteva più fìngere!... e sotto il mio sguardo, Nino chinò vergognando il suo.

E già subentrava un imbarazzato silenzio, in cui rimordeva a mè dell'inganno, del disinganno a lui; quando:

"¿Concedi che si ragioni?" gli domandài.

Fiore acconsentì con il capo.

"Non è bella," seguìi, "non è ricca, ¡e ciò passi! ¡Non è neanche istruita; e passi! Non è sana, non buona... ¿Che è dunque?" (egli arrossò) "¿Vèrgine?... Non giurarlo. Ogni donna può attraversare la sua mezza dozzina di verginità. Pur, ¡foss'anche alla prima! ¿stìmami un poco, perduta la spirituale, quella del corpo? Ed ecco, contuttociò, tu ti ostini a fantasticare, che l'ànima tua, alla quale le carni rèndono, si direbbe, l'ufficio della lampa alla fiamma, sia proprio fatta per una, tutt'al più concessa alle carni, qual sale, perchè non marcìscano; che, a tè la metà di una pera sia destinata ab aeterno, per completarsi, la metà di una rapa; e così vuòi da una cosa, buona, non dirò per un anno, non dirò per un mese, ma per una sol notte, farti la indivisìbil compagna per tutta la vita, ed accordando a' suòi vizi la firma dell'onesto tuo nome, ¡vuòi che la stessa tua madre acconsenta, anzi goda alla completa comune rovina!..."

Il giovinetto ebbe un singulto, e fe' per rispòndere:

"¡Attendi! Forse, che pensi, indovino. Pensi, che non si gioca impunemente all'amore e che una fanciulla non la s'inganna. Nulla di più galantuomo, e in ciò ti stringo la mano. Resta, peraltro, a vedere se quì si dà tradimento. ‹Gilda non mi ama› tu lo hai detto trè volte; dunque, se tu tradisci qualcuno, è... tè stesso. Ella non ti ama, eppure vuòi farla tua,, vuòi di una, la quale forse con altri sarebbe felice, farne, costretta teco, una infelicìssima. ¡Àurei sensi davvero! Mèditi, in conclusione, uno stupro!"

Nino mi occhieggiò con corruccio. Io soggiunsi:

"Perdona, se mai ti dico, in isbaglio, la verità, quindi ti offendo. Ma, quel vero che irrita, giova. L'ànima tua è forte. Essa non chiede, per sostenere il salutare martirio, nè tregue nè cloroformio.

"Chè se con altri avrèi già chiuso il registro, o non lo avrèi manco aperto, debbo con tè aggiustar le partite fino all'ùltimo spìcciolo. ¡Ànimo dunque e t'annoja! Metà dell'arte per camparla men male, stà nel sapersi annojare con leggiadrìa.

"Ho parlato all'amico; parlo ora al poeta. E a lui ricordo anzitutto, che tal dei romanzi, cui dà fine o la morte dei così detti eròi, o, quanto viene lo stesso, il lor matrimonio, tal'è di una artìstica vita. ¿Mò perchè soffocar la certezza nella speranza? ¿distrùggere il frutto nel fiore? ¿Rèputi gloria il suicidio? Oggidì, bada, alla Tragedia si ride.

"Pazienza se si trattasse di una passione, diremmo, in carta sèmplice; meglio, di contrabbando; ancor meglio, con la cavata del tradimento. Passioni tali càcciano il sangue in subbuglio, fermèntano in genio l'ingegno; e, dal mosto tornato a posare, si spilla un vino coi baffi. Al contrario, non havvi acciajo d'artista, che non allenti in fer-dolce nella lunga lunghiera di un amor maritato, dove bisogna rimasticare la felicità che s'è appena smaltita, e Cupido, già insinuàtosi dalle fessure,, per non restar carcerato in un sepolcro di ciccia, bàttesela-vìa, intanto che può, dal portone. Poichè, a ordinare le idèe, che accòrrono tumultuarie alla chiamata dell'entusiasmo, può sì giovare la calma della stanchezza, non però della noja.

"Imaginiàmoci poi, quando, con lo sbadiglio di essa noja, si concerta anche quello dell'appetito, e la miseria si asside nel vacuo focolare. ¡Purtroppo! non è che una la testa. Fà che stia sempre in cucina, non sarà mai in istudio. Ed ecco colùi, il quale rifiuterebbe per sè la più lucrosa indelicatezza, implorare per altri - i suòi figli - le men promettenti viltà; ecco il poeta, cui la medèsima fame conduceva alla Fama, pèrder pei nùmeri, il nùmero. ¡Buona notte al poeta! Se mai l'alloro entra ancora in sua casa, sarà, tutt'al più, per coronargli il tacchino.

"E davvero che l'Arte è come il Dio che và passando di moda. Essa è gelosa dei cuori che le son dedicati, nè concèdesi tutta se non a chi a lei si dà tutto. Tra i quali devi èssere tu, perchè puòi. Sei di que' pochi - làsciami dire - che giùngono al midol del pensiero; ti è un orologio il cervello, che segna i minuti secondi. Solo difetto, la tua stessa abbondanza, il tuo, dirèi, dorar l'oro. E la fiducia mi tiene che ti si serba alla gloria una sedia a braccioli, di cui già intaschi il biglietto (e se non l'usi, ¡tua colpa!) fiducia che in tè pure verrà, allorchè in mezzo alla general sconoscenza, quasi rè travestito fra ignari vassalli, inorgoglierài nel segreto della tua propria grandezza, e che, invadendo poi tutti - come appena, invecchiando l'artista, abbia il tempo raggiovanìtene le òpere - muterà il vile spregio in una più vil piaggerìa.

"Ti sia dunque famiglia, o mio Nino, quella che sola si addice al tuo nòbile ingegno, le cui imàgini scritte, quali i pinti ritratti degli avi, ti sorrìdon dai palchi di ogni gentil librerìa - tè, loro carìssimo erede - e ti sìano figli i tuòi libri, che, come figli veraci, se ti daranno sul primo fastidi, compenserànnoti poi con centùplici gioje, ti nutriranno in vecchiaja, e non potendo più altro, protrarranno il tuo nome. Gente vi ha condannata a generare uòmini,, gente, idèe; ed una idèa può dire, come di sè Garibaldi ‹equivalgo a un esèrcito.› O tu amorino piccino, che hai d'uopo di scaldaletto, sempre con l'occhio alla sola tua pèntola, ¿che mai mi diventi a confronto di quella carità universale per cui le geogràfiche carte non hanno colori, nè fogge la umanità; di quell'amore, che non si consuma nel seno infecondo o di Làura o di Crezia, ma, attraversando, inesaurìbile, sècoli e generazioni, conforta, consiglia cuori infiniti, rialza gli stanchi intelletti che nella terra precedèttero il corpo, o cambia in lacci di fiori le ferree catene che ne rattèngono il volo, sfoga nella dolcezza delle poètiche làgrime l'astioso pianto inturgidito nella nuda realtà, dà affetti, dà ingegno, a cui Natura non diede o tolse Fortuna, dà a Scienza i novìssimi semi e i frutti di lei a Ignoranza,, dà alla Miseria le feste della Ricchezza, e a costèi il goderle di quella; riunisce infine in un artìstico bacio tutte quelle ànime scompagnate, anelàntisi invano, dalla Sorte divise, dagli spazi, dai tempi!..."

Cessài. Camminammo in silenzio. Era Nino fieramente commosso. Nel volto di lui, come nella lìmpida aqua, leggèasi un battibecco tra i suòi nervi e i suòi mùscoli, entre son âme et son âne. Finalmente e' ristette, e baciàndomi in bocca, esclamò "tu m'hai sâlvo."

Ma, ecco, una frotta di modistine, zampettando-via svelte coi lor scatoloni gravi di leggerezza. E una bionda, un po' scarsa di gambe, e tutto farina la testa (pani defraudati alla pancia) volge al mio amico un musetto, che parèa dovesse gnaulare, fisàndolo cisposamente. Nino dà un balzo. "¡Lei!" dice a mè; scioglie dal mio il suo braccio e còrrele appresso, come pesce che abbocchi.

SCENA TERZA Idillio.

Fortunatamente, quell'incessàbile forza (chi dice Caso, chi Provvidenza, chi Dio degli ubbriachi) la quale - come un paziente maestro, che corregge man mano gli errori de' suòi scolarucci - òbbliga il corso delle sociali vicende pìccole e grandi, turbato dalla ragione dell'uomo, a ricomporsi sempre pel meglio, fece anche quì, nel mìnimo caso di Nino, quanto nè la lògica mia, nè la poesìa di lui avèan potuto. Nino cioè fu tradito! fu (sòlita storia da Minosse ai dì nostri) posposto alle spalle facchine e alle occulte virtù di un briccone; sul che osservo, non tanto ad esempio di chi potrebbe tradire (chè gli esempi son fatti pel camino e i marroni) quanto a conforto di chi rimase tradito, come l'amante nuovo sia spesso la miglior vendetta del vecchio. Del rimanente, uso quì il verbo "tradire" che non dovrèi; e davvero, il mio amico èrasi sbarazzato, senza rimètterci, di una falsa moneta, èrasi onoratamente liberato da un dèbito vergognoso; par dunque che avrebbe dovuto sentire quel refrigerio che un àsino prova quando gli si leva il basto o un suonatore d'orchestra quando rinchiude il messale di un'òpera della giornata. Eppure no - ¡guardate riconoscenza al destino che spesso ci salva a nostro marcio dispetto! - Nino si disperò, non da burla; per poco non s'ammalò, e lo si vide lumacar per le strade, giallo di malinconìa, curvo di schiena e di sguardo, dialogando tra le labbra e le dita, a mo' di un fittàbile in piazza. Seppi poi, che egli stava, in que' dì, maturando un suicidio. Oh quante volte, dopo di avere con cinque lugubri sigilli solennizzate le sue ùltime volontà (e non avèa a lasciare se non una cosa, la mamma) appoggiossi alla fronte una pistola... vuota; oh quante impugnò con precauzione quel rasojo, che non era mai stato capace, non dirò di disfargli la barba, ma nemmeno di fàrgliela. E Nino si andò a specchiare in tutti i pozzi del vicinato, pur ebbe tanto coraggio di non accòrrere all'imàgine sua, accontentàndosi invece di tiràrsela a sè nella secchia, e Nino sfogliò il dizionario chìmico-farmacèutico dove si parla di veneficio (che è quanto dir tutto) dando peraltro un'occhiata anche al poscritto dei contravveleni; Nino giunse perfino a notare ogni possìbile morte in altrettante buschette, sortèndone una. Nulladimeno, siccome l'estratta gli sembrò la men bella, gittò a monte le schede e si die' a meditare "quel benèvolo modo e voluttuoso di pena - come dicèa l'umanitario suo professore di diritto penale - in cui trionfa la corda." Ed ecco Nino tentare la solidità degli arpioni di casa ed allacciarvi già il cappio, quando, cricchiàtagli sotto la sedia, scèsene prudentemente e decise (sopravenèndogli in quella il carbonaro col sacco di negra morte commesso il dì prima) di morire - avèa appena pranzato - di fame.

Ned io gli contraddissi, ¡chèh! ben in contrario applaudìi di gran cuore alla sua econòmica risoluzione, che già durava, quand'egli me la narrò, da ventiquattr'ore; me lo pigliài sottobraccio e tràttolo in un'osterìa (imbruniva) gli presentài un buon bicchiere di rosso, dicendo, che ciò gli avrebbe ravvivato le forze pel suo romano propòsito, poichè, del resto, egli si era impegnato a finir dalla fame, non dalla sete. Nino fe' una boccuccia di svogliatura, ma bebbe; anzi, ribevve, chè non s'accorse - tant'era assorto nella cupa sua idèa e in una cesta di allegri panetti - del mio ricolmargli la tazza. E allora io mi divertìi ad aggiùngere, che, trattàndosi di un suicidio in cui almeno occorreva un lungo digiuno, egli avrebbe ben fatto a preparàrvisi con una scorpacciata, per poterlo, il digiuno, durare sino alla fine. Ma nulla rispose l'amico. La sensibilità del suo orecchio era tutta assorbita da quella dell'occhio. Nino più non seguiva il mio dire, bensì la forchetta con cui ragguazzavo e avviluppavo una montagna di maccheroni. E d'altronde - ripresi, ingollàndone una forchettata, che Nino accompagnò d'un sospiro - un bocconcino gli avrebbe non tanto attutita quanto aguzzata la fame, che appunto era quello che si desiderava. Ma il suicida bevette in silenzio un terzo bicchiere... ¡Davvero che il vino incominciava a pensare per lui e assài meglio! La sua mano che avèa intanto appallottolato la mòllica di un mezzo pane, allungàvasi all'orlo della mia vuota fondella, strofinàndovi-via un baffo d'intìngolo, che poi recava sbadatamente alla bocca. E lì, il cameriere gli depose dinanzi, forse in isbaglio, la tentazione di uno stufato, e il mio amico, in isbaglio pur esso... ¡Alle corte! colùi che avèa fîsso di morirsi di fame, poco mancò non crepasse d'indigestione.

Ma, quando l'indigestione, tiràndosi seco l'amore, passò dalle budella di lui in quelle della città, l'organetto di Nino, benchè in tono diverso, riappiccò la sonata. Volata vìa la vespa, rimaneva lo sfrizzo. Avèa la botta amorosa evocato alla pelle l'ammaccatura dell'odio. Nino si diede a chiamare la mellonàggine sua, birbanterìa degli altri, come chi, tombolando, incolpasse, non le sue proprie, ma le gambe del pròssimo, mettendo la ignorantìssima infedeltà di una brindàccola sul conto di un sesso intero, anzi, di tutto il gènere umano. Ottimo segno però, che, più l'odio si allarga, e men nuoce, quando pur non approdi; com'è del solfòrico àcido, di cui il cucchiajo, che da solo ti uccide, può in una secchia di aqua offrire ai pòveri infermi (stando almeno ai rapporti delle amministrazioni pie) un'aggradèvole limonata. E a questo gènere umano avrebbe fatto, il mio Nino, cose da rimandar Calìgola a scuola, avesse solo potuto. Non potendo altro, lo privò della vista del suo tòrbido volto, riparando a quel covo d'ogni ambizioso fallito, che è la campagna. Poichè anche amore è ambizione.

Ed è dalla villa, che, dopo un buon mese, io ricevetti la prima sua lèttera. Evidentemente il misàntropo volèa che gli uòmini si occupàssero del suo non occuparsi di loro.

"Amico;" dicèa la lèttera "¡Vinta la malattìa! Ci lasciài mezzo il cuore, ma l'altra metà è affatto guarita. Sol con uscire dall'infetta atmosfera ritrovài la salute. Mano mano che mi allontanavo da quella volontaria prigione che si disse città, da quella mora di pietre con cui lapidossi Natura per erìgerle-sopra un monumentale ricordo, mano mano che un àere meno denso di vizi entràvami nel polmone, mi si ossigenàvan le idèe, mi si alleggerìvano; più l'orizzonte ingrandiva e più s'ingrandìvano. E la notte scese; una notte tutto stelle e silenzi qual non avevo mai vista. ¿Infatti, chi può col volto nel fango, comprèndere il cielo? Malinconicamente il misterioso desìo dell'indefinito mi strinse. Dimenticài il terrestre sepolcro del corpo, mi sollevài come fiamma, e per gli stellati ocèani, pei soli e le terre, per la universa immensità navigando con Bruno, travidi la fonte dell'intellettuale Amore e l'ànimo m'inorgoglì. ¡O amico! solo dove Natura riaquista il passo sull'ingrata sua figlia, l'Arte; sol dove è dato scordarci, almeno per pochi istanti, di quel tessuto di convenzioni, in cui ci siamo abbozzolati noi stessi, che è reggia e càrcere insieme; solo fra i campi, dico, l'ànima può ricongiùngersi, aquietàndosi, in Dio; mentre non è che in città, dove fanno da stelle i becchi del gas e viene il cantar degli augelli dalle gabbie e le stie, essendo ùnici prati i verdi tappeti del gioco e ùnici monti que' del pegno e del fimo, dove regna pei cani la museruola e pei loro padroni la polizìa, dove chiàmasi industria la truffa, urbani costumi i vizi e verità la menzogna più in crèdito,, è solo - o amico - in città, che un èssere ragionèvole possa scèndere al punto, di trovare la fine de' suòi desideri, il suo complemento, il ben sommo... tra due coscie di donna."

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

"Ed ora ti stò scrivendo dalla ‹biblioteca› di mio zio curato. Certo, ricorderài don Vittore, quel sgrossa-messe-e-ragazze, col suo cappellone a pane di zùcchero, la cacciatora eterna e le ghette, sì da sembrare, non un ministro di Dio, ma solamente un brigante. Bene, mio zio, senza saperlo, possiede una librerìa capace d'imprestare l'ingegno a una tribù di scrittori. Quando gli chiesi, se avesse qualche volume, fosse pur scompagnato, egli mi porse una arrugginita chiavaccia, dicendo ‹guarda›. Mio zio non ha di lucente se non la chiave della cantina. Quanto ai libri, non si son salvi, che per amore della legatura. Don Vittore li ammontonò in un camerone, dove metteva una volta la frutta a marcire, e là li tiene, come terrebbe un castrato un gineceo. Ma a lui, per crèdersi dotto ed èssere tale stimato, basta di avere, in casa la scienza, e fuori il più persuasivo dei pugni.

"La qual librerìa fu messa insieme dal pàrroco predecessore che la legò al presbitero. La sua particolarità e il suo pregio stanno nel riunìrvisi quanti scrittori dìssero chiodi in femminile materia, dall'òpera la più massiccia al più bizzarro pamphlet, e siccome la maggior parte ne disse, così ne segue che la raccolta sia anche voluminosa. Perocchè il vecchio curato, che era di quelle letterarie tignuole quae lìttera vìvunt (cioè l'opposto del nuovo) quantunque incapace di non èssere buono con tutti, preferiva, in teorìa, di professare contro il sesso peggiore - forse amàndolo troppo - un odio da vìncere quello di un Francescano ad un Domenicano, odio che la continua società con idèe adulatrici alle proprie gli confortava, inspiràndogli inoltre quella eloquenza dal strappa-pelle sarcasmo e dall'ingiuria libidinosa, la quale chiamava la gente alle prèdiche sue da venti miglia lontano e le affollava... di donne.

"E però cominciài, alzando le veneràbili legature, vere pietre di tomba, con gran disturbo delle tarme e dei ragni, e rimovèndone di tanto in tanto qualche topo crepato (altro effetto di scienza) a lèggere i mièi misògini autori, a ridonarli, almeno per pochi giorni, alla vita. Ma contagioso è l'ingegno. Tutte quelle ideone e ideuccie, succhiate da Giovenale e Lucrezio, da Pope e Luciano, da Tertulliano e Grisòstomo e vievìa, si accoppiàvano fra di loro, moltiplicàvansi nel mio cervello e lo affogàvan nel nùmero. ¿Come mai liberàrmene? Fermài di sfogarle in un libro che, usufruendo il mio stato, riuscisse per quel periglio domèstico che è l'altra nostra metà, altrettanta pasta badese. E in verità, l'ira mia congiunta all'ira già in campo, non può non formare un terrìbile esèrcito. Scoprirò scelleràggini che le medèsime ree non sospèttano manco, troverò frasi e parole da incenerirle issofatto. Scandolezzando, ¡meglio! avrò giustamente colpito.

"Attènditi a grandi cose."

Ma io scossi con diffidenza la testa. Non facèvano le brice di lui a' mièi polli. Quel suo non trovare nella provvidenziale malvagità di una Gilda argomenti bastèvoli a rimèttersi in bìlico, quel suo accattare difese dagli altri, e difese che per èssere troppe s'impedìvan tra loro, mostràvano chiaramente che, o il vecchio amore gli si ostinava nel cuore o che egli avèa già esposto l'"affìttasi" per uno nuovo. Ed io mi consolài, riflettendo:

Primo; che, per un verso o per l'altro, avremmo un libro di Nino. Anche gli errori, principalmente del genio, son degni di rispettosìssimo studio, nè la menzogna potè mai contenersi se non in un vaso di verità. Secondo; che i fatti nàscono continuamente a confusione delle teorìe. Il nuovo inquilino nell'amor del mio amico non avrebbe molto tardato, e chi ha esperienza in propòsito, sà che da questo al centesimo corre assài meno distanza che non dal primo al secondo.

Difatti, a complemento di questa mia ùltima consolazione, benchè, ¡ahimè! a totale sterminio dell'altra, nel tèrmine di una settimana, lessi di lui ciò che segue:

"¡O amico!

"¡Nunc scìo quod sit àmor! Colèi che sempre mancàvami, ho finalmente trovato. Il mio cuore è gonfio, ha bisogno di espàndersi, di cantare il Tedèum.

"¿A che narrarti la noja della via percorsa? La presente immensa felicità cancella ogni orma faticata a raggiùngerla. Basta tu sappia che non son più da mio zio, in quella bassura di prosa, spessàndomi l'intelligenza in una pingue cucina o imputridèndomela in un cimitero di libri, ma sono sul cùlmine di una montagna - lìbero come un poeta - presso un cuore che batte in consonanza del mio.

"È una pastora, è un fiore gagliardo dell'Alpi. Io, che provai l'amore morboso, comprendo ora il salubre. ¡O voi, ai quali più aggrada il sasso malsagomato del greggio, venite a veder Cherubina! Quì, nulla di quei sentimenti nati gualciti, di quell'istinto di frode, di quella fecondità di bugìe, donde sono impastate le vostre cittadinuzze; tutto è fresco e sincero,, sguardo, labbro e coscienza non disaccòrdansi mai. Quì nulla di quell'ipòcrita castimonia che rende odiosa l'onestà, ma il fidente abbandono delle purìssime. Questi sì che son baci, baci porpurei, che schiòccano, che làsciano il succio. Cherubina è affatto ignorante di tutta la chincaglierìa delle graziette, delle smorfiuzze, dei complimenti, o in altre parole, del galatèo cittadinesco della lussuria; pur sà qualcosa di meglio ‹tacere›. Eloquenza di lei, l'innocenza. A duemila metri sul mare, difficilmente và il vizio; esso non và che dove arrìvan carrozze. E parebbe che Dio le avesse dato la voce, come agli augelli, solamente pel canto. Io ne odo, mentre ti scrivo, le note campanine e squillanti, che fanno concerto tra rupe e rupe, chiare come i zampilli della sua alpe, allegre come l'ànimo suo. ¡O amico! ecco l'amore dagli ampi polmoni, e dall'orizzonte senza confini, cui le montagne son stanza, e il sole lucerna. Ecco l'idillio..."

E lì Nino, diffùsosi alquanto su esso "idillio" nel gènere Fontenelle ossìa da parafuoco, benchè avesse del resto, per contrafforte, una soda maschiotta

"assài bruna, grassoccia e morbidina

come una quaglia con attorno il latte"

conchiudeva:

"Ho risoluto di nobilitare al giardino questo fiore di campo." (¡addìo idìllica semplicità!) "Voglio educar Cherubina, per poterla poi dire ‹mia tutta.› Oggi stesso comincio. Allorchè, guancia a guancia, sederemo al tramonto, le svelerò, in presenza dei cieli, il mistero dell'alfabeto."

Sin quì, Nino. Ed io rimasi colla curiosità di sapere come andrebbe quella prima lezione "in presenza de' cieli" e propriamente fino a qual lettera. Nè molto aspettài. Me lo disse, il dì dopo, il seguente biglietto:

"Carìssimo;

"spedìscimi, ti scongiuro, un bàrattolo di stafisagria."

SCENA QUARTA Fiori.

È sera e siamo in istrada. Due belle ragazze, in quella età in cui tutt'intorno par lor ripetuto quel "sì" che le sèntono dentro, sostàvano sobbracciate davanti le luminose vetriere di un caffè, raccogliendo, di tra 'l scucchiarìo e il vocìo, i gratùiti suoni di una orchestrina, uno di quèi rimasugli dei godimenti degli altri, come i falliti carnovaleschi gettoni, gli effluvi de' rosticciài, i mozziconi di zìgaro, i razzi e gli areòstati al volo, che fanno la parte men triste delle proprietà di chi non ne ha, nelle quali primèggian la ruota e la strada maestra, l'ospedale e la càrcere, la forca e la fossa comune. Belle, chiamài le due tose, ma fu un complimento. Proprio, di bella, nessuna; la nera peraltro scusava. E le lor vesti di umilìssima stoffa ma di irriprovèvole taglio, ce le dicèvano, a un tempo, oneste e sartine.

"To', la Milia," esclamò Bortolina, pìccola bionda, che avèa un visoccio paffutamente scipito come la dama nelle carte da gioco. E, stringendo il braccio all'amica, accennava ad una magnìfica giòvane, che nel caffè, tutta trine e velluti e sopra sè andando al pari di una regina, porgeva da una cestella, a dritta e a sinistra, fiori, e promettèvane altri più riservati, a trè o quattro di que' scozzona-cavalli in pelle da gentiluomo, detti ancora lions da chi non li ha uditi a ragliare. ¡Pòveri fiori colti per tutti! andavate ben presto sul vostro fatal mondezzajo.

"¿Ti ricordi, eh? Pippetta," continuò Bortolina, "quando la Milia veniva a scuola dall'Honorine e non aveva pur sottanine ed era tutta pàter ed ave e metteva il suo pan di tritello accanto al nostro formaggio per dargli un poco d'odore? Ecco, in men che non cuoca un aspàrago, buttati via gli zòccoli e tolto un nome di scarto, Cora, la ci passa dinanzi senza più ravvisarci, perchè ha orecchini di diamante e gonnella di moire. ¡Guarda! toletta nuova anche oggi. Milia stà al primo piano; tien cameriera e una corte di servitori paganti, và ai bagni di mare e alle aque, viaggia; mentre i giornali le fanno il trombetta e la sua faccia bronzina è venduta fin sulle scàtole dei zolfanelli, insieme ai ritratti di Cavour e Manzoni..."

Ma la seconda fanciulla, la nera, di cui la selvaggia magrezza o piuttosto asciuttezza delle forme e del volto, tradiva gli intensi insoddisfatti desìi:

"¿Sai che cosa t'ho a dire?" interruppe, "che le sciocche siam noi ad èssere quello che siamo; noi, che al disopra di un quinto piano, ci ostiniamo a gettare la notte, che è del piacere, nella fatica; cucendo, con gli occhi rossi dal pianto, le gaje vesti della baldoria; allargando, con lo stòmaco stracco dalla vuotezza, il corsetto della fanullona che impingua; impellicciando, con le dita agghiadate, gli altrùi ripari del freddo; e tutto questo, per guadagnarci... ¿Cosa?... tanto da prolungare la fame. Ah! ¡gli scrùpoli al papa! Un dì o l'altro dò un calcio allo scatolone ed imbraccio il mio panierino di fiori..."

"¿E l'onestà, o Pippetta?"

"Gonfia parola come la panna montata, che ti riempie la bocca un momento, e alto lì; parola inventata dai ricchi per salvarsi dai pòveri. ¡Tàgliami fuori una giubba da questa tua onestà, se sei buona; sòffiaci sopra, se puòi, perchè la ti scaldi la zuppa; pòrtala al monte senza Pietà e là chiedi che ci affìdino sopra! Prèdichi pure il prevosto - lui che suda butiro e sospira di... replezione - che le oneste figliuole hanno il vantaggio d'andare attorno con la fronte scoperta. Intanto, il rossore delle altre è coperto da una veletta di pizzo; intanto noi seguitiamo, le oneste, in abituccio di tela, a imbastire il velluto delle inoneste. No, no, Bortolina, non mi s'imbroglia più altro con una tale parola sì opposta al nostro benèssere. Ho risolto. Domani colgo i mièi fiori, e mi offro..."

"Tua madre lo impedirà..."

"Mamma, toccando questi," (e fe' l'atto) "diventerà cieca e sorda. Certo, se mi frullasse di peccare con uno che non potesse divìdere meco se non il puro peccato, ella ne inorridirebbe, mi coprirebbe d'ingiurie, e sapendo ch'io non troverèi altro tetto, mi caccerebbe, senza rimorso, dal suo. Ma fà che colùi sia un manzetto indorato quale il contino Pavìa o il cavaliere Formaggia od il Nàum (che, in confidenza, mi fanno già le occhiatine, pedinàndomi in strada) e mamma si glorierà di servirmi, ella stessa, da portinaja. ¡Scema! a tiro di due, il vizio non è nemmeno più vizio; a tiro di quattro è già una virtù."

"¿Per cui, addìo Carlo?" dimandò Bortolina.

"¡Pòvero Carlo!" disse Pippetta con una tal quale amarezza, e taque un istante. "Ma," aggiunse con smania, "alla mia età una fanciulla è fuoco. Io più non posso camparla a sola speranza, con le ragnaje che m'invàdono il seno, odorando piaceri che mai non giungo a gustare; io più non voglio sentirmi a spedale con un cuore da rè. Carlo pazienterà. A lui darò il mazzolino per nulla, gli aprirò un negozietto, gliel empirò d'avventori,, poi, quando n'avrò in costa abbastanza da potergli èsser fedele, lo sposerò, se ancora non mi odia..."

"Carlo è sì buono," insistette Bortolina.

"Di là di buono," rincarì la compagna, aggiungendo peraltro (il che ci dispiace), "tanto buono che la sarebbe inverso la Provvidenza una ingratitùdine a non accoccàrgliene qualcheduna. E, in fondo, ¿che gli farèi? Gli farèi un po' prima nulla più di quanto molte gran dame (piglia ad esempio, la duchessa di Stabia e la baronessa Caprara) hanno fatto ai loro signori sposini un po' dopo..."

"Ma una volta che la pèntola è rotta..." saltò su a dir la quietina, e insieme arrossì.

"Eh ci ha magnano per tutto," ribattè l'altra. "Un filo di verginità avanza sempre..."

"¿E se ci resti?"

"In nove mesi c'è tempo di non partorire."

"¿Ma e la coscienza?"

"Altra parola da mandare a braccetto colla onestà. Coscienza è sì dolce di complessione, che ogni qualunque panzana la quieta."

"¿Dunque, nessuna paura di andare in bocca al...?" e Bortolina non osò proseguire.

"¿Paura io?" fece Pippetta, sbottando in un'aspra risata. "Chèh! ¡se è il diàvolo anzi che dovrà farmi il corredo! ¡O credarella, ben altro ci vuole a pèrdere un'ànima, fosse pur d'un bottone! Per mè, odo sempre il prevosto, quando dal pùlpito grida ‹imitate la Maddalena.› Ora, per rettamente imitarla, bisogna incominciar dal peccato. Il pentimento vien poi. Chè qualche cosa da fare, un po' nuovo, và riserbato per la vecchiaja, quantunque di penitenza, a dire la verità, ne abbiamo, tanto io che tè, anticipata fin troppo. ¡O Bortolina! non ti confòndere. Vedrài che Pippetta ti raggiungerà in Paradiso, e ¡chissà mai! per la scala del taccuino. ¡Santa Pippetta! ¡che spicco! Già, lo disse il prevosto, ‹tutti i gran santi fùrono gran peccatori.›"

"Basta; fà tu una cosa per bene," profferì la biondina a metà persuasa.

E la nera: "Tutto stà a infilar giusto la strada."

Ma, in quella, un vecchiastro - che, soffermato lì presso, orecchiava - avanzando nel mezzo delle loro fragranti testine una faccia tra il cimitero e la parruccherìa, dalla pupilla e dal labbro oscenamente obliqui; e accomodàndosi insieme, con la paralìtica mano, sulla nera cravatta di raso, una spilla a brillanti: "Bimbe," balbettò con la bazza, "¿posso insegnàrvela io?"

Tra di esse, da braccio a braccio, passò un significante sussulto. Bortolina, abbassando lo sguardo, imbragiò: l'altra si volse con occhi allegri... alla spilla.

SCENA QUINTA Lire cinque d'amore.

¿Matricolino, che fai su quella portuccia dal semiaperto cancello, dal lungo àndito scarsamente illuminato? ¿che fai, tra il voglio e il non voglio di una novìssima sposa, nell'una mano il borsello, un lucicore d'argento nell'altra? ¿Dùbiti forse di non averne abbastanza? oh non temere! C'è amore di tutti i prezzi. Fìdati nella tariffa. Entra. È porta larga a chiunque, come quella di un tempio.

¡I parenti! i parenti! ¿perchè protrarti l'impaccio delle or cadute catene? E sì che ben sai come ti trovi quà solo, di notte, in una buja città dove t'ignòrano tutti, fuorchè un padrone di casa il quale bada piuttosto al tuo fitto e ad un bidello d'università, puro custode di nomi. La importuna affezione de' genitori ti è finalmente lontana. Mamma che ti accompagnava finquì, per porre una mano d'amore nel noleggiato tuo nido, è già tornata alla villa, e ti stà imaginando in un bianco lettino odor di lavanda con l'àngiol custode a rincalzarti le coltri. Ella crede: ¿non basta? Il vero fu sempre individuale apparenza. Finchè creduto, tal dura. E, quanto al babbo che russa, oh non dàrtene pena! Egli conosce gli umori del mondo. ¿Non lo hai udito tu stesso, allorquando, nell'imbottirti il borsello, dicèa "è tempo che Silvio impari la vita." E la vita è questa. "È necessario che Silvio diventi uomo." ¡Entra, fanciullo! Uscirai fatto uomo.

Ma, forse, tu sei un pochino poeta; sei di que' strambi dai desideri senz'orlatura, che, guardando la luna, crèdon giovare alla terra; e illùdonsi di riformarla con il metro e la rima. Fors'anche, t'hai messo insieme un'amorosa a mosàico - tra la nùvola e l'ombra - e la sospiri, la attendi, non la vorresti tradire. Ah! ¡poverino! ¿perchè affannarsi a raggiungere un "là" che mai non è "quì"? L'uomo e il suo ideale, sono le ruote di un medèsimo carro che sempre si còrrono appresso e non si tòccano mai. Sì, aspetta, aspetta. Ti sciuperài vanamente, qual solitaria accesa candela che non illùmina se non lo struggersi suo. ¡Pròvati intanto, col mondo, a vantare questa poètica verginità, tu ìntimo orgoglio! ¡Ecco il rossore! ¡ecco la soglia del ravvedimento! Vàrcala, sognatorello; rientra... nella Realtà.

¡Ma Dio sà che diàvolo ti fu impastocchiato di noi! ¿Noi, vero? ¿le balconiere, le erranti? ¿noi le scucite, le avvelenate, le eccètera? Il dizionario par fatto a nostra ùnica gloria. Gli è il rosario d'ingiurie, che ci rècita contro, ogni giorno, quel catechista dal grugno sinistramente compunto, che non dovendo aver moglie ha marito, o quel maestro di scuola, letterario purista dalle eròtiche sgrammaticature, che mai non passa da noi, perchè passiamo da lui. Oh fuori dalle ipocrisìe! Tutte le donne sono una stessa sonata. ¿Che importa a tè, se il denaro ti vien dalla piazza oppure dalla zecca, quando il suo tìtolo è pari? ¿che ti fà se il volume sia già tagliato od intonso, quando, per lèggerlo, dovrài tagliarlo egualmente? Anzi, come reliquia, che, più baciata, più impregia, come cambiale che, quanto ha più firme, ha più crèdito, tale una fèmmina. E, anche noi, siamo belle ragazze, nè più nè meno delle altre,, anzi, il nostro, è il mestier delle belle; e siamo sane e giojose. Oh vedessi che piatti-e-che-scoppi... di riso! ¡quale coscienza! ¡qual stòmaco!... E quanto poi al "pulite", abbiamo la tromba sul pianeròttolo, e si consuma, la parte nostra, di sapone di Como. "Ma non oneste," tu dici. ¿E le altre? ¿oneste fino a qual somma?

Contuttociò, sia. Chiamiamo pure l'amore di quelle quattro immacolatelle, fuoco di quercia; fuoco il nostro di gelso. ¿Forsechè il gelso non scalda? Chiamiàmolo, il loro, "manzo"; il nostro, modestamente, "giovenca": ¿non vanno entrambi a finire nel medèsimo cesso? Ci si paga, è vero, ¿ma e che non si paga sul gran mercato del mondo? Colèi, che rifiuta scandolezzata un marengo, accetterà sorridendo un giojello, se anche vàlgane il triplo; mentre il donarsi di un'altra salderà le partite di un tuo debitore, il marito. Torna insomma in quattrini il nonnulla dei dolci, dei fiori, dei prêsti gentili, e del resto; t'accorgerài quanto convenga quel gràtis. Noi, generose, ti domandiamo uno scudo; le altre, un anello. ¿Sai tu veramente, sìmile anello, che costi?

Oh che si gòdano in casa la lor compassione insultante, queste tue mezze pulcelle dalla irremovìbile gonna, vera campana del vuoto! ¡queste tue pregne di purità lussuriosa, che, facendo l'amore con pitocherìa e or lusingàndoti con i sorrisi, or con le ingiurie, ti tèngono anni in tentìgine e ti sbilànciano prima di cominciare; per poi, quando vorresti cavàrtela, chiùderti seco in un inferno di paradiso, donde non trovi più uscita! oh che non tèntino di soppiantarci quelle pompose tue dame, severe soltanto con chi non le prega, pudiche con chi lor non aggrada, le quali, inzuppando di làgrime i fazzoletti sui tristi casi della Stefania Gentili o sulla morte del merlo, fan disperare e lo sposo e gli amanti, asciùgano questi, affàmano quello, e ti contòrnano di un campionario di corni sotto forma di bimbi! Guarda invece quà dentro. Ecco bocche che vògliono solo mangiare, non mòrdere. Da noi la schietta natura senza sorprese nè sottintesi; da noi, Vènere còmoda e fàcile,, nessuna paura di un imminente marito, o, peggio ancor, di una moglie; da noi solamente, il piacere, che ha sede nell'incostanza. ¡Porta a tè se non ti amiamo dal cuore! Nè quel che mangi ti ama, e tu ne pigli assài gusto. Ma noi intanto abbiam salvo moltìssimi innamorati, devoti a pròssima fine; e spesso le nostre labbra riunìrono il bacio de' più fieri nemici; mentre l'ingegno, per noi, sbarazzato dalla mortale zavorra, spinse il volo più in alto, e siedette la plebe sur il trono dei rè. Oh davvero il gran caso, in tante celle di miele, una puntura di ape! ¡Viva Francia! ¡evviva il lièvito dell'intelletto!

¡Eppure, tu non ti muovi! Si direbbe perfino che lì ti stai impigliato in qualche sterpo di quel grand'albero morto ma non ancora abbattuto, che chiàmano "religione"; si direbbe che ti minaccia all'orecchio il brontolìo di quèi biliosi predicatori pei quali Adone più non risorge. ¡Ve' l'ingrata genìa!... Foss'anche vero quanto abbàjano essi, che quì si compra la perdizione, ¿di', non è forse la nostra che fa prosperare la loro bottega? - ¿dove n'andrebbe, senza peccato, la penitenza? ¿che lor frutterebbe quaresma, impreceduta da carnovale? Senonchè, credi a mè, ci calùnniano. I nostri antichi diucci, come gli altri più grossi, li battezzammo anche noi e dal disotto la foglia ci protèggono sempre; nè il lampadino delle nostre Madonne ha mai patito la sete. Làsciali dunque, quelli arrabbiati, latrare alle loro platèe di scranne di paglia ed alle adulatrici navate; lascia, che, con il fumo di un servizièvole inferno, accechino i goffi, spremendo loro dagli occhi argentino dolore. ¡Gelosìa dell'impotenza! ¡animosità di mestiere! Chè, a esorcizzare il demonio che nel sangue ti avvampa, ci vuol ben altro (e lo sanno) di qualche sprùzzolo d'aqua e di un po' di latino. Entra invece da noi, moccoluccio di sagrestìa. Il tuo diavoletto ci spirerà tra le braccia di soavìssima morte.

¡Eppòi! ¿ami davvero la Patria? sostieni allora il più popolare de' suòi istituti. L'annalista ti dice che fare la storia del lupanare è un farla all'umanità, e il filòsofo, che tutto è prostituzione più o meno dissimulata, mentre il giurista ti accerta, col jus laxandi còxas, che noi guadagniamo, al pari d'ogni altra, un onestìssimo pane; e il polìtico, che la tutela della pùbblica moralità siamo noi, noi lo smaltitojo delle passioni e il pozzo donde si attinge la castità. Attìngivi dunque anche tu. ¡Stolto chi muor di sete al fiume in riva! Attingi, dove i tuòi padri, gli amici, i compatrioti, il rè stesso (questo tuo nome nei fasti della nazione) vèngono colle secchie. E se ciò non ti basta, ma esigi altre prove di nobiltà, èccoti in noi (¡giù quel cappello!) una "privativa regia", come il tabacco, l'azzardo, l'eccidio e altrettali virtù. Chè, virtù non essendo, nè tanti uòmini illustri ci avrèbber difese e godute, nè tante dame imitate, nè ci sarebbe governo sì compiacente da tollerarci; ¿che dico? di arruolarci egli stesso, facendo a mezzo del lucro. ¿Credi tu, che si possa puntellar con il vizio la vacillante virtù, che è come dire, mèttere a guardia della pècora il lupo? ¿credi tu che uno Stato abbia licenza di patentare l'immoralità, d'autorizzarla con un tributo, di pigliar quindi interesse al di lei prosperare? Oh non pensarlo nemmeno, e se lo pensi, taci. Chi ti protende la cava mano è la cenciosa Finanza. Quà la borsa e la vita. È dovere di patriota.

¿Ma che? il giovinetto, mordèndosi il labbro e rintascando il borsello, abbandona la insidiosa portina. ¡Scaccomatto a Berlicche! una materna preghiera è arrivata al Signore.

"¡Birbe!" mòrmora egli, lungi scagliando ciò che brillàvagli in mano. E la moneta, cadendo, dà un suono di corso forzoso... volevo dire di falso.

¡Pòvera madre! l'ardentìssima prece non avèa in cielo trovato più Dio.

SCENA SESTA Una donna che ama.

Il viso di Nino Fiore era in piena illuminazione. Ne' suoi occhi ridenti si raddoppiava la stella di gasse, che nell'alto brillava; sulle rosse sue guance, sulla punta del naso, nell'eburneo sorriso dei denti, dardeggiàvano i lampi degli argentati e dei vetri, ond'era sparsa la tàvola, benchè il vero olio a tutta questa illuminazione gliel avesse fornito piuttosto una fila di nere bottiglie, cinque come i birilli, e a bocca aperta come i cadàveri. "¡O amico!" egli esclamò, porgèndomi di sopra la tàvola ambedùe le mani, calde di onestà e di Barolo, "è il primo pranzo, in un anno, che m'abbia fatto buon sangue. Mi par tornare, ti giuro, dalla Brianza."

¿Eccome no? Non era lì a funestarlo con la velenosa sua ombra quel manzanillo ambulante di Gea. Perocchè Nino, fruga e rifruga, dopo quattro amorose che non lo amàvano niente, ne avèa, per sua maggiore disgrazia, trovato una quinta innamoratìssima. Una Gea, dico, gentile come il ginepro e i ricci delle castagne, la quale, gelosa perfin degli amori ch'egli già avèa obliati, sforzàvagli le serrature dello scrittojo e gli dissuggellava le lèttere, lo spiava alla rima degli usci e lo braccava travestita in istrada; una Gea, che, rotolata qual pomo della discordia tra i suòi amici e lui, non perchè la volèssero tutti, ma perchè ella non volèa nessuno, gli proibiva, fuori, l'altrùi compagnìa, toglièvagli in casa la propria, circondàvalo insomma di quella permanente ostilità in cui ogni donna fedele non manca di tenere il suo uomo. Nè crediate che l'uomo facesse quì almeno le mostre di èssere tale. Egli si contentava, agli assalti della lingua di lei, di serrarsi le porte della cittadella del capo, le rasciugava, quando poteva, le làgrime con qualche taglio di veste, e, rispetto agli sgraffi, ci provvedeva con del taffetà. Poi dicèa agli amici, tanto per iscusarsi "non nego, ella ha difettacci... ma, se non altro, io posso infine gloriarmi che una donna mi ama. Ciò, per mè, non è poco. E, del resto, vuòi l'abitùdine, la quale m'ha fatto di Gea un indispensàbile incòmodo, vuòi la ragione dei dèbiti così-detti d'onore, che òbbligano appunto per la mancanza dell'òbbligo..." "Spòsala allora del tutto," interrompevamo noi, "e lìberatene."

Comunque; pare che Nino avrebbe anche potuto far senza per tutta la vita di un sìmile basto, per quanto imbottito d'amore, se il solo deporlo qualch'ora, gli dava tanta allegrìa. E davvero, quella marinata di scuola gli avèa rifatto l'umore. Nino dimenticava il morello de' pizzicotti e si sentiva rimessi i tacchi nella sua stima, quantunque vantasse ciò a mezzavoce e fra due tìmide occhiate.

Io intanto gli riempìi il bicchiere. Die' il vino un risettuccio modesto, poi tornò serio; di quel serio, peraltro, ch'è f'atto di giocondità, non di broncio.

"Oh come stò bene!" ripetè Nino con un sospiro di soddisfacimento, brindeggiàndomi insieme dagli occhi e dal càlice. "¡Vèngano ora tutte le Gee del mondo...! ¡Le sfido!"

¡Non l'avessi mai detto! Nel largo spiazzo dell'osterìa dove noi sedevamo, si udì il ruotolìo di una carrozza a gran corsa. Ahimè! Pace non venne mai così in fretta.

Ed ecco aprirsi con violenza lo sportello del brougham. Il viso di Nino ridiventò opaco; la mano di lui ridepose il bicchiere.

Era lei. Stralunata, spettinata, col cappellino che le cadeva da un lato e lo scialle dall'altro, non la mostrava da capo a piedi, nella sua alta figura arsa di rabbia, un indizio che amore vi avesse, non dico già preso stanza, ma fatto mai sosta. Per mè, anche a serva, le avrèi risposto un bel no.

"Ah, ècchete, brutto porco!" ella gridò, correndo a noi e indicando con il ventaglio il mio pòvero amico, che invano cercava di rannicchiare la confusione dietro una lunga bottiglia di Reno, come la gru della fàvola; "¿è cquesto l'affare de promura? ¿è cquesta l'oretta e po' so' de ritorno?" e dindonava la testa. "Ah, tu credevi de falla alla Gea? ¿de scirpaije li sordi e annàtene 'n punta de piede, senza ch'er core me facessi la spia? ¡Ppe santa Pizzuteta! ¡T'ensegnarò io a stane allegro ffora de ccasa!"

Nino fe', a lei, un supplichèvole gesto che domandava perdono, e un altro a mè che domandava soccorso; per cui: "Se c'è colpa, o signora," intervenni, "è mia tutta. Chi l'ha invitato sono io..."

"¿Vvoi? ¿chi ssete vvoi? ¿forzi quarcuno de quelli sciampagnoni amichi sui che lo pòrtono via da lavorà, e je fanno sfruscià li sartarelli in scarrozzate e bottije, come ssi llui fussi un Roscirde? ¡er pòvero paino!... ¿Invità, dite vvoi?... ¡Accidenti alli vostri inviti!" e agguantato, di colpo, due capi della tovaglia, strappò giù tutto, e vetri e terraglie, aggiungendo superbamente, "so' rromana de Rroma, io!"

"¡Non fate scàndali!" esclamài, rattenendo, se non altro, la tàvola.

"¡Li scànnoli li ffate vvoi!" ripetè l'infuriata. "¡Me furmini Ddio ssi tutt 'sta roba nu' annava a finì in quarche ventraccia da cquattro bajocchi!... ¡Badate be'! buggiaroni, che ssi ciò la corona, ciò anche er cortello."

"Oh tacete!" feci.

"¿Tacene io? er siggnor Iddìo 'un cià ddata la lingua pe' stà zitti. Voijo parlà, strillà, finche ce perdo er fiato, voijo che tutto er monno conoschi cquante profidie ha ignottite 'sta ciurcinata da cquer traditore giudìo... Sì, dico a tè, sor Nino Fiore, che scrivi la llitteratura; a tè, che ddopo d'avemme fatto pperde una profossione," (¿che professione? pensài) "in dove ce sarèi arriuscita una siconna Maribranne, perchè ciavèo una vosce... 'un fò pe' dì... una vosce,"e strillava da seggiolaja, "de sirafino; e ddopo d'avemme arruvinata e fatto lassà i più bell'òmmini sposarecci de Rroma, assai meijo spalluti e cquadrinosi de tè, come discèa la bonànima de mi madre, ¡ecco cquane! me butti ner monezzaro, me butti, come li cocci d'un orinale. ¡E managgia ssan Mucchione 'un ciò mai messo niente, io, ne li capelli a' sto vassallo cane. Lo dichi llui, si j'avanza un po' de vverità in cquer coraccio suo... ¡Parla, infame! ¿'un sso sempre stata una donna onorata, io?"

Nino alzò gli occhi verso la stella del gasse, come a dire: ¡pur troppo!

"Ebbè, in compenzo..." e lì parèa che la voce di Gea si avvicinasse ai confini del tènero ed anche dell'ùmido; quando, mutato tuono di botto "¡Su, mascarzone!" sclamò, afferrando per un braccio il mio amico. "¡Alò, monta in botte!" e, tiràndoselo dietro, chè il vino di lui s'era vôlto in tant'aqua, cacciollo nella carrozza e gli siedette alle coste.

Partìrono a precipizio.

Quanto a mè, rimanevo intontito come chi uscisse da una batterìa di cannoni in salva o da un gioco di campane in volata. Senonchè, un'altra nota, meno sonora ma non men disgustosa, venne a ridarmi a' miei cinque sensi - una nota, che un cameriere mi offriva sul più bel piatto dell'osterìa (e intanto e' sorrideva, il furfante), scritta fittìssima, ma più da vetrajo che da oste, e in cui, sull'imo della prima facciata, vedèvasi calligraficamente un "di grazia, volti."

Voltài.

Ci lìberi Iddìo da una fèmmina nostra - ed anche da una... altrùi.

SCENA SÈTTIMA Il testamento del signor zio.

Èccoci in uno di quelli antri di stregone incivilito dal sentor misto d'inchiostro, topo morto e tabacco, dove si pèrpetrano spesso, con ogni formalità voluta dalla legge, atti che sono reati, o in altre parole, impunemente si uccide perchè le armi son di misura. Trè calotte con fiocco e con testa, trè penne, tutt'e trè d'oca, dòndolano e strìdono a un lungo scrittojo di cui sònosi fatta parte accessoria, mettendo in bella le birberìe del principale. E allorchè i becchi delle trè penne picchièttano contemporaneamente nei loro negri abbeveratòi, sei occhiettucci danno uno sguardo di maliziosa miopìa a un personaggio, che dal far meno di essi ci si palesa per qualche cosa di più, il quale, dinanzi a uno specchio che gli ritorna una faccia imbellettata dove impiàntasi un naso che sembra affetto da satirìasi e fà contorno un nastro di barba dai riflessi dell'arcobaleno, ora si accòmoda un mazzo di rose allo sparato del gilè, ora con un pettinino chiama i capelli della nuca in soccorso della sincipitale calvizie, e si pavoneggia e molleggia sulle sue scarpe cricchianti, facendo spiccato contrasto a quell'altro uomo (o a meglio dire scorcio di uomo) dal viso giallo e grinzuto e dalli scarsi baffucci da nessuno unto ingrassati, che noi vediamo seduto in un àngolo dello studio, tìmido nella miseria, benchè alla dolentìssima aria ed all'àbito nero si direbbe un erede.

Ma un erede, forse, non è. Il suo interno colore assomìgliasi troppo all'esterno. Inutilmente egli si và ripetendo di èssere il solo nipote di quel monsignore Speranzi, del quale si leggerà il testamento,, i suòi capelli non ne divèntano meno grigi. Gnogno rinuncerebbe a dieci anni per avere già udito il cric dei cinque neri sigilli del largo piego, che - latente delitto - biancheggia sul verde tappeto del tàvolo notarile, e per trovarsi di là della temuta lettura e correre a casa e còrrer d'un fiato sino al quinto suo piano, gridando alla trèpida moglie che viènegli incontro con un bimbo sparuto "possiamo dargli dei fratellini." Ma se la speranza saliva lentissimamente, qual colma secchia, nel cuore di lui,, giunta all'orlo, sfuggìvagli e ritonfava precipitosa. Egli guardava il suo àbito, che quantunque la mamma gli avesse, un tempo, cucito il più possìbile angusto, gli si facèa di giorno in giorno più còmodo; àbito, lògoro dal diserrarsi gomitoni la strada, che parèa volesse tornare in matassa e rammentàvagli continuamente "io non vesto ragioni"; ei si guardava le scarpe, ùnica parte che in lui sorridesse, scarpe alle quali si sarèbber potuto tagliare le unghie e cui serviva da ciabattino l'inchiostro, e la pietà ch'ei di sè stesso provava, sembràvagli, quasi, pietà dello zio; ma sì tosto il pensiero che tale zio, in vita, non gli era mai stato clemente nemmeno di una agugliata di filo per rattopparsi, soffocava in bocciuolo l'allarga-polmone sospiro e gli riempiva col sangue delle ferite dell'ànima le mille righe del viso. Eppure, per quanto cupa una vita, rado è che non abbia due luminosi momenti, come appunto succede nel matrimonio, cioè l'entrata e l'uscita. Era difatti incredìbile, che un sacerdote morente potesse rammentare con astio qualcuno, fosse pure un nipote. Gnogno ne era il solo continuatore del nome e delle sembianze; di più, era pòvero, càrico di famiglia... e la secchia della speranza rigalleggiàvagli in cuore. Ma e allora, ¿perchè lo zio non avèalo mai, quand'anche non ajutato a portare la soma della miseria, almeno incuorato con qualche "arrì" di promessa? ¡O prete, troppo servo di Dio per avanzarti mai tempo di servire agli uòmini, al tuo funerale non lagrimàvano che le candele! E invano, il nipote, cercava di rattenere la fuggèvole speme, invocando il ricordo dell'ora suprema del suo pòvero babbo, quando il canònico si era seduto la prima volta, al fraterno giaciglio, ed era parso commosso. ¡In verità, una bella commozione! chè, intanto, la vèdova madre di Gnogno avèa dovuto impegnare gli ùltimi ori al cognato, perchè costùi sepelisse il fratello per carità; mentre poi la sua giòvane moglie, alla quale lo zio mostrava sul primo una spece di benevolenza, dàndole spesso della biancherìa... a stirare, dichiarava al marito che in casa di monsignore, sola, non avrebbe messo più piede. Nè il terrìbile zio era uomo da perdonare a chi egli avesse oltraggiato. ¡Parentela, amicizia, pietà! vacui nomi: tutto cadeva dinanzi al suo Dio, al suo ventre e ad una servaccia formicolante di vènere guasta, sboccata come un boccal di taverna, sola persona ch'egli potesse soffrire, perchè da tutti abborrita.

Ma ecco... uno scampanellìo improvviso.

Il dottore Tobìa Migliacca precìpita all'uscio e scompare. Tanta la pressa, che, rasentando il nipote Speranzi, lo ha urtato nè gli ha chiesto perdono.

E la porta si riapre. I trè pagnottisti si àlzano, la penna d'oca all'orecchio, i pugni allo scrittojo, inchinàndosi rispettosi. Entra Innocentina Succhia, la serva, appoggiata sdolcinatamente al braccio del galante notajo, tutta piume e bindelli, tutta puzze e colori, in una toletta che avrebbe spaventato una vacca, con li orecchini della mamma di Gnogno e una miniatura del morto sul petto, e, quel ch'è peggio, una grinta di oltraggioso trionfo. Giammài la malvagità era apparsa con una più sincera espressione.

Parèa peraltro che dalla faccia di lei il dottore Migliacca, forse perchè abituato alla propria, non risentisse troppo disgusto. Il rùvido sacco non fà i marenghi men mòrbidi. Il notajo condusse elegantemente la serva a un poltronone, dov'ella si accomodò, distendèndosi intorno le ampie balzane, e insinuolle sotto le piote lo sgabelletto e le offerse il mazzo di rose, dicendo "bellìssima e preziosìssima padrona mia... Donna Innocenza..."

Al che, lusingata, la serva cercò di produrre il suo più grazioso sorriso, ma, come la immonda bocca le si contrasse oltre il decente, dovette affrettarsi a dissimularne la oscèdine, applicàndovi il mànico del suo ombrellino scolpito a testa di pàssero.

¡Pòvero Gnogno! Dio faccia ch'io sbagli - ma il tuo àbito lìso t'ha a rimanere - ¡chissà ancora per quanto! - l'àbito della domènica.

SCENA OTTAVA Tana di lupa.

Quella notte, i finestroni ogivali della torre maestra di Rocca Adelardi splendèvano. L'attardato villano, che vi passava rasente colla paura alla strozza, batteva via lesto, facèndosi il segno di croce.

Chè, sulla torre e i suòi lumi giràvano le dicerìe più turchine. Anzitutto, la apparteneva alla duchessa di Stabia, quell'Elda, che con un altro cognome ma colla stessa mortezza di viso e li stessi occhi grigìssimi e morsicanti e le tùmide labbra e il seno profondo, abbiamo incontrato più volte. Anche la moneta di lei avèa potuto trovare chi dàvale il conio per còrrere liberamente, nè a ciò avèa concorso una zecca ma due, perchè la nostra fanciulla, maritàtasi già per isvista, come sappiamo, a un fiore di uomo e di pòvero, se n'era tosto, con una querela di solenne impotenza, sbrigata, per dar l'ùltimo crollo ad un vecchio, cârco di colpe e milioni e per rimanere di questi, in un medèsimo tempo, sposa, vèdova, erede. Fu allora come lo scoppio di una polveriera. Sfolgorante di gioventù e di bellezza, con un diàvolo di lussuria per capello, col patrocinio di un nome illustrìssimo e una ricchezza che ogni virtù poteva comprare e scusare ogni vizio, Elda, sfondato il cerchio di carta dei pregiudizi, si credè tutto permesso. Nè ella era di quelle delicatine che intrattèngono amanti, come l'analfabeta terrebbe biblioteche, per pura ostentazione, o di quell'altre, che pur leggèndone qualche pàgina, fanno ciò con riguardi e col batticuore, tìmide sfacciatelle dai baci a mezza bocca e dagli abbracci flosci, e neanche di quelle che si fan strapregare per quanto hanno ùzzolo, o pìgliano sempre non dando mai, o vògliono (che è peggio ancora) passare per peccatrici senz'èsserlo. Elda invece lo era franchissimamente, in piena buona fede, nella maggiore estensione del tèrmine. Tenèa fame di uomo, come altri di cibo. Al solo odore di maschio entrava in furore come una gatta ai profumi. Aborrìa qualunque rettòrica lungherìa, qualunque circonlocuzione pudica, qualunque vergogna, eccetto quella di castità; diciàmolo anzi, èrale odioso una sola spece di amore, l'amor senza scàndalo. Chi non mi crede, s'informi. Ci ha pochi di mia conoscenza che non le àbbiano dato, almeno una volta, del tù, tanto che Elda, narrando i densi amori di lei, dicèa: "la tale università, il reggimento talaltro." Uno, che avesse varcato le soglie della sua casa, dovèa èssere a tutto disposto. O si fosse sgrossati con il falcetto o raffinati col temperino; si fosse o marci come selvàtici o acerbi quài cetrioli, ella dava a chiunque ospitalità e da tutte le parti. Preferiva, peraltro, la cipolla al tartufo; cioè le garbava l'amore che odorasse un pochetto di lavandino o di stalla; e però i suòi domèstici èrano gente atticciata, dal collo toroso e dalle spalle quadre; non persone, stature; che ella solo ingaggiava - nuova Marulla - dopo di averli ben soppesati; poi, se la notte, nel riveder la coscienza, la si trovava, con istupore, colpèvole di nessuna colpa, e, incominciata a inquietarsi della anormale sua castità (poichè Natura, disse la fìsica antica, abhòrret a vacuo) finiva col spaventàrsene e accendèvasele il sangue - mandava tosto in scuderìa o in cucina pel primo che capitasse o lavapiatti o scozzone, salvo a cacciarlo, lì sui due piedi, dal tàlamo e di palazzo, se il pòvero stipendiato vicemarito, nel contentarla, dimenticava di chiamarla "eccellenza." - Delle sue pazze, delle sue cupe avventure ne ribòccan le terre. Elda, come la lupa di Ezechìel divaricàvit tìbias suas sub omni àrbore. E noi udimmo di bagni di vino del Reno in cui s'immergeva in presenza dell'amoroso suo esèrcito e di pose a modella, nuda su neri lini, in mezzo a un cerchio di artisti moltiplicanti nelle tele e nei marmi le frìniche forme e la lascivia di lei; e udimmo di quando, introdòttasi negli alberghi qual cameriera per le nuove sposine, ne corrompeva i mariti, o in panni maschili (che le si facèvano stupendamente) scalava, nell'ora in cui la polizìa dorme e i ladri son svêgli, le finestruole e la santità dei seminaristi o sforzava i bordelli, dove la notte prima, sotto un nome lupario, vi avèa allargato le ingorde coscie, spadaccinando colle pattuglie o schiaffeggiando e uccidendo in duello chi osava mancarle mai di rispetto col rispettarla; udimmo infine di idilli sulle montagne, alternante adulteri fra i pastori e il lor gregge, e di orge in riva ad un lago, nelle quali si baccheggiava in cristalline oscenità e si tentava, fin col sapore dei cibi (in fogge da disgraziarne Giulio Romano e Pietro Aretino) che anche il palato partecipasse ai peccati degli occhi, orge che finìvano poi in un manìaco tumulto, scagliàndosi tutto dalle terrazze nel lago, e vasellame ed arredi, senza che la principesca prodigalità del conte di Angera fosse quì accolta e salvata dalle reti sparagne del Borromèo mercante. Ma un ducale armellino può celare ogni infamia; ma la medèsima perversità è spesso, in una gran dama, la principale attrattiva; ma la canaglia in frustagno, ammessa a visitare le sale insudiciate dalla canaglia in velluto,, allo Champagne riveduto sugli ori, all'infranto Murano, al lacerato Arras, colta da meraviglia, tacitamente adorava.

Senonchè, tratto tratto, nel bujo della libìdine di Elda s'intrometteva qualche lampo di amore. Èrano, questi, ripiani dov'ella riagglomerava le forze a salire. ¡Guài allora a colùi sul quale il suo occhio avesse imperioso insistito, mentre il pallore di lei facèvasi cadavèrico e la espressione più ancor sinistra del sòlito! Per quell'infelice non era più scampo. Elda non conosceva barriere. Pur si trattasse di scompigliare la pace di cento famiglie, di rovinarle, annientarle, ella correva a colùi, lo circondava e avvolgèa ne' lussureggianti suòi fianchi, nelle sue spire da serpentessa, nell'assorbente suo àlito, finchè, abbacinato, ubbriaco, il coniglio precipitàvale in bocca. E fra le sue molte passioni, cìtano quella per una celebrità della gola, per un Gennaro Stornelli detto "il divino usignuolo," la cui voluttuosìssima voce invadeva le ànime e al quale Elda avèa, dal proprio palchetto, gettato entusiasta le rose e i giojelli del capo, i braccialetti, il ventaglio, il borsello, e dietro le quinte, sè stessa. Per sua sventura, Gennaro le resisteva. ¡Aquavite sul fuoco! ¡carne salata alla sete!... Elda non gli diede più tregua; lo inseguì supplicante con la spada sguainata, perseguitollo della incessabile smania fin nelle Amèriche, si cangiò da duchessa in corista, riuscì a scritturarsi con lui, a cantare con lui, a farsi, abbracciàndolo scandalosamente in pieno teatro, cacciare seco dai palchi. Il tenore fu vinto. La duchessa non lo abbandonò più, lo rimorchiò trionfante in Europa, si dedicò tutta - ella cui fino il pasto affamava, nè dieci Pròcoli imperatori avrèbber saziata - al di lui ùnico amore. ¡O deprecàbile fedeltà! ¡o malaugurata fortuna! ¡o vulvea rabbia! ¡o cantàridi! Ei ben presto cadeva, senza voce e midolle, fra le incontentàbili braccia.

Qual pianto, quale disperazione accompagnasse la fine immatura del "divino usignuolo" è più fàcile a dire che a crèdersi. La morte in Grecia di Adone fu a paragone una festa. Elda coniò il suo furioso dolore in ogni metallo, lo scolpì, lo stampò, lo dipinse; lo affisse su tutti i muri, lo trascinò per tutte le vie della città, fra l'àrder fumoso dei ceri e l'imperversare delle campane, fra il pèndere a bruno delle bandiere e il tuonar del cannone, rullando cupi i tamburi, stridendo le trombe e miagolando le vèrgini - in un funerale lungo parecchie miglia, di cui prima parte era lei, asiaticamente sdrajata nel suo carrozzone di pompa, in gran toletta di lutto, e con al fianco un cicisbèo di consolazione, negro.

E, dopo due dì dal mortorio, così contàvano i vìllici di Rocca Adelardi, era venuta alla Rocca una squadra di apparatori con candelabri ed addobbi e tanta gramaglia da tappezzarne, entro e fuori, la chiesa della parrocchia. Le vuote occhiaje della torre maestra avèano allora riavuto le loro pupille di vetro. E, di lì una settimana, una notte, appariva un'ampia berlina a quattro neri cavalli coi postiglioni abbrunati, donde scendèa Sua Eccellenza di Stabia insieme a una bara e a un certo uomo grigio pien di mistero, cui il signor farmacista si ricordava di avere altre volte fornita la stoppa da imbalsamare il mastino del feld-maresciallo Radetsky.

D'allora a noi, cinque anni. E tutti e cinque, a dì 10 di ottobre, anniversario del lutto, la duchessa di Stabia ricompariva alla Rocca, a cavallo, al galoppo, spaventando di mezzo la strada ànitre e bimbi - tra i riverenti cappelli e gli occhi sbircianti paurosi l'annuvolato suo volto - seguita a non breve distanza da un sempre nuovo staffiere, ma sempre (osservàvano le forosette) bene condizionato.

Quella notte, i finestroni ogivali della torre maestra s'illuminàvano.

E la mattina seguente, Elda sedeva a far colazione faccia faccia collo staffiere, che il giorno prima l'avèa servita rispettosamente a pranzo. La duchessa parèa già consolata. Brillàvale fornicazione lo sguardo, e sghignazzando della capreggiante sua voce, versava con mano incitatrice da bere al commensale di lei. Ma il commensale tremava nel porsi alle labbra il bicchiere. Due lìvidi segni di accusa gli sottolineàvano gli occhi.

SCENA NONA Al veglione.

Dirèi "è l'època delle màschere" ma, ciò potendo significar tutto l'anno, dico piuttosto "è l'època in cui le maschere càdono."

Nel così-detto tempio dell'Arte, dove echeggiàrono appena le melodìe di Rossini e Bellini, nòbile cibo d'amore, si terranno 'stanotte gli Stati Generali di tutte le alte e basse puttane della città. "La è la risorsa della pòvera impresa" dicono i calvi abbonati nell'indossar la marsina e intascando un pajo di guanti da un dito. E veramente, la bottega del Diàvolo ha sempre fatto più affari di quella di Dio. Chi non mi crede, entri. Entrate anche voi dalle belle ideone sulla maschile generosità e sulla femminil gentilezza, tutte idèe che figùran sì bene nella nìtida stampa di una raccolta di versi. Basta un veglione a restituire il criterio, smarrito in un anno di studio.

Entrate. Non vi ributti, se assuefatti agli ambienti senza risparmio delle montagne e dei laghi, quest'aria pregna di pòlvere e odorante la buccia d'arancio, l'ammonìaca e il gas; questo tanfo di letamajo rimuginato. Senza colore or si suona una polca e poche coppie giritondèggiano fiaccamente, quasi ballàssero a nolo. La maggior parte - maschi che in nera assisa da ballo si piglierèbbero per camerieri se avèssero un viso un po' più da signore; o fèmmine con quel tanto di copertura che è sufficiente a tenere in crèdito il nudo - passèggiano di su e di giù, gareggiando di scipitezza, in un prolungato sbadiglio, in un'agonìa a suono di banda. E le dame nei palchi, gelate le spalle pel vicino marito, già sospìran dicendo: "è un veglione che non si fà."

Non disperiamo però. La pistola della follìa si stà caricando: l'orgia è nel perìodo d'assorbimento. Per molti la cena è ancor dubbia, e chi conosce la pesca sà che l'amo e le reti si gèttano in silenzio.

Approfittiamo piuttosto del momento di calma per sondar le nostre aque. Teniamo dietro, ad esempio, a quel grosso fattore dalla faccia vinosa ed allocca, sceso appena in città coll'ùltimo sacco di grano, il quale procede trionfante a braccetto di due mascherine alla dèbardeur, l'una in azzurro e l'altra in scarlatto. In queste, i caratterìstici segni di tutte. Ambedùe, palle di gomma, che bàlzano di pugno in pugno; venditrici, ambedùe, di merce che rimane lor sempre. Ma se la prima è di quelle che mai non pèrdon la testa per farla pèrdere completamente altrùi, la seconda è dell'altre che incomìnciano a pèrderla loro. Nell'una il peccato è càlcolo, nell'altra natura. Quella in azzurro, la Sciana, dalla voce mielosa e dalla pupilla monacalmente sorniona, guarda prima il denaro, poi la mano che l'offre, bilancia l'oro e la carne, mettendo prezzo perfino alla concessione pudica del bacio e aggio al silenzio, e succhia come un sifone fino all'ùltima stilla, e nel "sommo di Afròdite" può sempre distìnguere, se la camicia dell'avventore è di olandetta o battista, nè manca, quando ciò valga la pena, di scompagnargli i bottoni; l'altra invece, che è detta la Firisella, dagli occhi pazzi e verdògnoli e dalla voce aspreggiante, per il più bello lascia spesso il più ricco, non conta i baci, dà più di quanto le è cêrco, e, se dopo imborsella, non domanda mai prima, anzi talvolta, venuta per la mercede, se la scordò. Con l'una insomma non si fanno che affari, con l'altra si può far anche all'amore; pur, se la prima consentirebbe, basta ci guadagnasse, perfino a durarti fedele, non potrebbe ciò l'altra a niun patto. E inoltre, la Firisella ha generato alla fame nuovi èsseri, mentre la Sciana li ha tacitamente soppressi; con la natural conclusione, che se a quella il peccato stà accelerando l'ospedale o la càrcere, al contrario la Sciana, convertendo manmano questo peccato in tanta rèndita pubblica, si mette in disparte - a maggior gloria della giustizia divina - un còmodo ravvedimento inaffiato a Bordeaux e nutrito a fagiani.

Ingiuriàtemi pure, teòlogi; la Verità mi difende. Quanto importa alla beatitùdine provvisoria del buon campagnuolo, è ch'ei non scerne nelle due donne se non le polpe e i sorrisi, e quanto importa alla loro, è che s'avvìano a cena.

E lì, il teatro a poco a poco si sfolla e il lampadario rimane a illuminare sè stesso.

Ma la cena è scroccata. La variopinta turba rinsàccasi fracassosamente nell'amplìssima sala. Si rinfòllano i palchi e stuona la banda con più accanimento di prima. Fùrono a eccitar l'appetito con cibi che lo farèbber fuggire, se fosse; fùrono a conquistar l'allegrìa, mercè una bevanda, che dello Champagne non possiede che il prezzo. Il teatro sembra un ardente colossale punch. Sparge a nembi Cupido le avvelenate sue frecce e il pòlline aleggia della tisi e del tifo. Vedi donne seminude e briache dar la scalata ai palchetti, gridando da ossesse; vedi gruppi di gente, o piuttosto di otri di vino, saltacchiare ad urtoni, credendo forse ballare, illusi di divertirsi. "La festa si mette bene" sorrìdon dai palchi le dame e carèzzan con l'occhio gli scàndali della platèa; poi, esclamando "¡che porcherìa!" con una smorfia di compiacenza adoràbile, scompàiono a riparare il pudore tra le adùltere ombre dei camerini. ¡O speziali, pestate, spalmate, mescete! ¡Fondete, armajoli, affilate!

Non si òdono più se non grida. Ùrlasi, quasi il teatro bruciasse. Ma, quantunque di spìrito se ne sia molto ingojato, non ne brilla una goccia.

Ed ecco una donna, mezzo svestita in scarlatto, piantarsi sul parapetto di un palco nella linea ondeggiante di Hògarth, e protendendo la mano alla folla, con una voce che tutte sorpassa strillare: "¡onorèvoli!"

Un fischio universale. Il pùbblico non vuol saperne di onore. E allora:

"Tutti vigliacchi!" sbràita il dèbardeur, correggèndosi; e fà l'atto ribaldo che immortalò la Spartana.

"¡Viva la Firisella!" applàude la folla.

E il tumulto si eleva. Chi ha la testa un po' a casa, ve la conduca del tutto. È doppia pazzìa, credete, starsi da savio fra i pazzi. A che ci val la giusta ora, dove quella di tutti è sbagliata?

Nè c'è più lingua che obedisca a cocchiere. L'allegrìa si fà litigiosa. Uno se la piglia con l'altro del malèssere proprio; scàmbiansi ingiurie e indirizzi, suonano schiaffi e copponi. Senonchè l'uva, già premuta dal piede, vèndicasene sottraèndolo. Vinti e vincenti, questurini e briffalde, tòmbolano a catafascio e una volta sul suolo divèntano suolo; quanto ancor pòssono fanno, cioè s'addormèntano. E allora le oneste signore de' palchi, cui nulla più avanza a vedere, riavvòlgonsi nei loro scialli, dicendo: "fu il miglior dei veglioni."

¿Ma e chi mai, di tutti coloro che uscìvano dal teatro pieni di pellicce e di lue, si accorse, sotto l'atrìo di strada, di una cenciosa tosetta con un bàmbolo in braccio e un ragazzino per mano, bubbolanti pel freddo e frignanti per fame? - ¿e chi mai, se si accorse, non rispose un insulto alla pòvera bimba, che singhiozzando chiedèa: "c'è la mia mamma là dentro? Mia mamma è la Firisella."

SCENA DÈCIMA In monastero.

"Tòllite jùgum mèum sùper vos, et inveniètis rèquiem animàbus vèstris; jùgum ènim mèum suave est et ònus mèum leve... Queste sono le dolci parole colle quali Gesù, redentore e maestro, chiama ed invita le ànime tutte a quel riposo, a quella pace, che non può dare la lusinghièvol miseria del mondo..."

Ed ecco un gran coro dal cupo intavolato di quercia, sculto baroccamente a frutta e a puttini, col suo leggìo nel mezzo dell'aperto messale a miniature e pendagli, e in ogni stallo la sua monacuccia in sòggolo e salterio, immota e compunta, sul malincònico pallor della quale trèmola a tratti l'illuminello del sole, fàttosi violaceo o aranciato nelle vetrerie istoriate; ed ecco, al posto d'onore, Sua Beatitùdine la badessa, dal rubicondo faccione e dalle socchiuse palpebre vèdove di sopraciglia, affondata nella propria pinguèdine e nei purpurei cuscini di un seggiolone che a pena la cape, ambo le mani sui due pomati bracciuoli, in dito il topazio, la croce d'oro sul petto, e ritta, al fianco di lei, la verga abaziale dall'uncino in semenza. Attraverso il rameggio dell'inferriata, posta fra il coro e l'altare, balùccica intanto, nel chiarore de' ceri e ne' riflessi de' papi d'argento, l'àurea teletta e la mitra gemmata del Patriarca che ufficia. Sua Eminenza intuona in falsetto, il "Veni Creàtor" cui le voci flautate e oscillanti delle sorelle rispòndono il "mèntes tuòrum" facendo loro bordone dalla chiesa anteriore la poderosa profonda gola dei frati. A nubi, entra l'incenso nel coro; l'òrgano mugge, romba, e completa l'ebbrezza di quelle isolate dal mondo, sulle cui testoline piove a distesa, di là della volta, lo scampanìo, e che, lo sguardo nel cielo (il ciel della cùpola) già si sèntono assunte in una tiepolesca gloria, fra le nùvole a gnocchi e il color polentina, in mezzo agli scorci dei fratacchiotti dalle còmode tònache e lo svolazzante drappeggio delle Sibille e i maestosi barboni de' Vangelisti e le guancette con l'ali e i piccioni ed il resto della celestial pollerìa.

Ma il Coro par cancellarsi, mentre si allunga e si inquadra e gli stalli di ròvere chiùdonsi come a credenza. Travi con gli scomparti a rosoni sostituìscon le vôlte, le cui pitture si stèndono sulle pareti - tutti soggetti ad un tempo, di cucina e di chiesa - e dalle travi vien giù, per catene, un gran cuore di rame coronato di spine, che è un lampadario dai cento lucìgnoli. Un caminone si disegna nel fondo, un monumento a tabernàcoli e guglie,, e sotto, da un'ìntegra quercia fra due colossi di alari, vampeggia una lieta dalle scoppiettanti faville. È questa l'ora del chilo e della mormorazione. La "rosa dei venti" della badessa non fe' che cangiare poltrona. Sola, nella sua lardosa maestà, su 'n soppedaneo alto trè palmi da terra, rossa come un midollone d'anguria, lùcida come se verniciata, con li occhiali sul fronte, le nari zeppe a rapè e le manone intrecciate sulla tùmida pancia, la badessa non dà, quanto a vita, altro segno che digestivi sospiri. Ma, in attesa che Sua Beatitùdine torni a qualcuno de' suòi cinque sensi, vedi, intorno alla tàvola che stà lunghìssima in mezzo, panche di suore, quà affaccendate a far mazzolini d'erba amarella e di fiori di bùlgaro, a cucire cuffiette pel bimbo della Madonna o strangolini pel chiericuccio nipote; là a ricamare paesaggi di margheritine o a stratagliare e arricciare le invoglie pei manuscristi, oppure menando la fòrbice nella inèdita gloria di cartapècora antica dannata alle compostiere; mentre Tarlesca, la sciamannata serva di tutte, dalla lingua incessante e dalle braccia a pèntola, passa dall'una all'altra a raccògliere la tiritera delle commissioni inùtili.

Alcune, peraltro, si guàrdano bene fin dal peccato di lavorare. Strèttesi insieme in un capannello di trèspoli, si accontèntano invece, con gli occhi bassi e il rosario fra i diti, di calunniare le assenti. Ben si sarèbbero accomodate al camino, ma è posto preso oggisera. Perocchè, sotto la cappa altìssima e fuliginosa, trovi riunite le novizie e le anziane, queste a far tièpido un sangue che più non viene alla pelle neppure coi vescicanti; quelle a dissimulare il troppo caldo di uno che le persegue d'impertinenti rossori. E le vecchie, su 'n lato, salivando castagne, borbòttano dei fieri stìmoli della carne coi relativi rimedi, e delle tràppole che i maliziosi demonii, loro apparendo nelle figure più grottescamente impudiche, àrmano intorno alla loro verginità, e borbòttano di certe grige notizie che una di loro ha saputo sbirciare nella I. R. Gazzetta di un sol mese prima, come cioè sia imminente l'arrivo di quella furia francese, scarmigliata e sbracata, che smòccola teste e pòpola il mondo di ex, che s'ubbriaca col vin della messa e spalma il cacio sull'ostie, abbattendo i conventi con le lor stesse campane fuse in cannoni, Dio confiscando, violando gli hàrem di Cristo... - mentre, sul lato opposto, le giovinette educande cinguèttano di men lusinghieri perigli, favoleggiando paure e spaurèndosi nell'inventarle,, ora, di streghe e di ossesse, ora di ànime del Purgatorio che ritornàrono al sole per esìgervi i requie, o d'aqua santa che ha scottato le dita di un peccatore inconfesso, o di Sàtana apparso a quella imprudente, che avèagli scritto, per ischerzo, una lèttera. E Ricciarda dal celestìssimo sguardo confida alle amiche, con un tremolìo di voce, di averlo veduto lei, il Maligno, una volta alla grata del parlatorio e un'altra al graticcio del confessionale, che "si sarebbe" - dice - "in buona coscienza potuto pigliare per un galantuomo", aggiungendo come talora la notte, nelle trasparenze del sonno, una mano, aspra quale il zigrino, le frisasse la guancia (che era polve di piuma di cigno) o le stirasse il cirro riottoso che pendèvale in fronte o le aggroppisse i capelli, perfino osando (quì sosta) di palleggiarle le rotondità più gelose. Sul che, la bionda Orsolina dal colmo seno cela arrossendo la faccia contro la spalla di Edvige, la maritina di lei, la quale, beccando via il dire a Ricciarda, prende a narrare della fragranza miracolosa che emana l'arca della lor Protettrice, una fragranza di mela cotogna, e del giglio (altro letale presagio) trovato sulla coral manganella di... e lì addita a una suora. È suor Clara, la sempre estàtica suora, dal volto che è un barlume di perla, dalla persona che è nebbia. Clara è in piedi, poggiata ad una finestra. Tien la pupilla, cupidamente, nella bujìssima notte esteriore, dove la màgica lampa del suo acceso cervello dardeggia una processione di forme; tiene la palma dietro l'orecchio, quasi a raccògliere gli echi di una lontana armonìa - la più soave di tutte - la libertà.

Ma la lingua di bronzo del campanile annunzia l'ora della quotidiana morte. La badessa estràe a fatica il suo mappamondo dal seggiolone che vorrebbe seguirla, e, suffulta alla spalla della Madre Priora, và greve greve alla porta. Tutte si sono alzate, hanno ciascuna ripreso il suo lucernino di ferro e se l'accèndono l'una all'altra. Passa la bisbigliante frotta delle fiammelle per una fuga di pòrtici, illuminando, a intervalli, scrostate e nitrose pitture di Santi, lì per cadere nelle repubblicane cartucce, e impàvide colonnine sotto la soma degli archi e baratri di scale ertìssime e sotterranee; poi, le fiammelle sparpàgliansi pel labirinto de' corritòi, una quì pare affogarsi, là un'altra, e si ode il cricchìo e il catenaccìo degli usci e si ode il tintinno del mazzo di chiavi della Madre Guardiana che ronda.

E tutto è bujo e silenzio. Comincia il rosicchiare de' topi e lo sgretolìo de' tarli. Rìschiansi i topi a far capolino dai loro pertugi; sdrùcciolano fuori, e galoppan sù e giù, scambiàndosi le visitine notturne. Ce n'è una sorta di spaventosa grossezza, si dirèbbero gatti; si dirèbbero frati. E havvi celle che si socchiùdono tacitamente e li accòlgono.

Ecco le stanze della badessa. "Sìleat tumùltum càrnis" la soglia dice alle suola. Dentro, illuminazione. Il letto è pêsto, sconvolto. Al sòlito luogo, il sòlito aquasantino colla sòlita palma, il cilicio, una sferza stimolatrice e la imàgine bruna di Quella che ad aver fama di vèrgine dove' partorire. Finalmente donna Radegonda par desta. È in camicia. Si stacca da un armadiuccio a muro, i cui battenti di altare, or sbarrati, làscian vedere un grottino, donde esce un freschetto che sà di formaggio; e tornata, leccàndosi i baffi, a un tavolino pien di bottiglie dal collo argentato, tra ova sode, tartufi e caviale, la fà finita con uno Spìrito Santo rimasto a mezzo presso un'altra posata. Poichè un commensale ci fu, uno almeno; basta guardare al cordone di San Francesco, dimenticato sul letto. Ma la badessa non ne par troppo edificata. Trae dal canterano un registro e si mette, con devozione, a sfogliarlo. In ogni pàgina non v'ha che una linea, una cifra, una data. Brìllano a qualcheduna gli occhiuzzi di lei, neri pomelli di spillo, si riassopìscono ad altre. Carteggia fogli e carteggia, arriva infine a uno vuoto. S'arresta allora; bevucchia un dito di alchèrmes, bàgnasi al labbro una ottusa matita, indi segna, con un sospiro, un tiretto, una data ed un 2, aggiungendo (dopo di avere sguardato alla pàgina retro) la somma totale di "once nostrane 40,300" pari a braccia... sì e sì, che fanno miglia... tant'altre. ¿Or dite voi, che sapete di astrometrìa - di quì al Paradiso, quanta ancor strada ci ha?

Sembra, del rimanente, che in tutto il chiostro regni perpetua l'estate. Il diabòlico stormo dei pruriginosi ricordi, delle caldane, delle oppressure, gira a far scempio delle recluse; e quei pòveri alati custodi, ve l'assicuro, hanno un bel fare a difèndere il vas spirituale, la janua coeli, la mystica rosa, contro le seduzioni e gli ardiri dei mille amanti d'ogni stoffa e misura che vèngon sù dai bauli e dai cassettoni o nàscono cinque ogni mano. Orsolina ed Edvige, in un ùnico letto, troppo angusto per una, stanno, mezzo scoperte, allacciate in un polposìssimo abbraccio. Amore, sovrano de' sogni, lìbrasi lieve su loro, ed esse, pur nel dormire, si scàmbiano colombinamente baci e tùbano di voluttà. Ricciarda invece, che non possiede una Edvige, s'è addormentata abbracciata a un guanciale, bagnàndolo delle sue làgrime. Un'altra ancora, in un quasi-sonnambulismo, scìvola scalza e discinta in un remoto oratorio e là si prostra sul freddo marmo, dinanzi a un crocifisso di sculto legno e dipinto. Il chiaro di luna, inondando il suo volto, par che illùmini neve. Clara fervorosamente prega, calda la mente delle seràfiche istericità di santa Teresa e delle sue proprie e la si fisa intensa nel Cristo, si esalta, trasfigùrasi in lui. Non più ella sente il bruciore delle percosse, ond'ella martoriò le proterve sue carni, non più il gelo dei lini che la si presse bagnati sull'incendio del seno e che or le si stàccano àridi; non la si accorge neppure dello scattar di una bòtola e di un avvicinàntesi anèlito. Clara è rapita nelle membra formose del Salvatore e gemendo ne conta le piaghe, le lividure, gli allentàtisi mùscoli. A poco a poco, un divino sbigottimento la stringe; pàlpitale il cuore, come al beato Filippo, a scoppiarle. L'allucinazione è completa. La pupilla del Cristo si è inumidita, e l'amoroso suo fàscino posa, insiste su lei, sèmbrano anzi le piaghe fumare, sembra la vita riguizzar sotto pelle, mentre le pàllide labbra si ricòlman di sangue e tra le labbra già s'intravede con il candore dei denti, la più desiata parola. E Gesù protende le braccia. Il pannolino si erge. Clara cade in deliquio.

Quando rinsensa, è nella sua cella, sul letto. Può ancora il volto di lei rassomigliarsi alla neve, ma a neve con l'impronta del piede. Le si apportò un canestrino di cibi, ebbe nàusee; le offèrsero sperditrici misture,, indignata le rifiutò. Ma la celletta si disadorna. Scompàjono i pochi amici di Clara... la baciatìssima imàgine della sua Santa, il Gesù-bimbo di cera, i secchi suòi mazzolini - fiori di primavere che non torneranno mai più, inutilmente adaquati dalla rugiada del pianto - la catinella stessa di latta, che ella gioiva di tenere sì tersa... per ispecchiàrvisi. E la celletta s'è dal di fuori barrata. Clara non può veder che da lungi i favoriti luoghi del suo vaneggiare... e quel cortiletto profondo, dai glàuco-oliva riflessi, dove piange la luna con sì amorosa tristezza e cresce l'erba, infalciata, attorno un pozzo col secchiolino, inghirlandato di èllera... e quel camposanto in pien sole, ingarbugliamento di croci e di rose come la vita, in cui fra la turba dal color schiamazzante donde il sonno si stilla e il nereggiar delle more che sànguinano zùcchero e il biancheggìo dei gelsomini acutamente odorosi, è un continuo annaspare di cavolaje e libèllule, spilli e cènere alata, è un fèrvere dagli avelli d'àurei sciami di api, è un baciottarsi, in mezzo ai cespugli, di pàsseri. ¡O poveretta! spranghe di ferro già ti contèndon la fuga, e le spranghe, inspessando, sono fatte una grata, contro di cui gli augellini, ûsi d'accòrrere alla tua diàfana palma brizzolata di pane, picchièttano invano i beccucci. S'affonda intanto la cella - ah, non più cella! càrcere - e si trasforma in un sotterraneo. Ùmido è l'àere, sepolcrale. Tutti l'hanno fuggita, la prigioniera, fuorchè le fiale omicide; lo stesso divino suo sposo tornò quell'Orrendo che àbita eccelso in silenzio. Se le lasciàrono un dèbole lume, non tanto a conforto, quanto per non risparmiarle la vista delle pietre tombali effigiate a badesse, rìgide al muro, l'ìnfule in capo, la verga al fianco; e degli ossicini, che spùntano il màcero suolo - pìccoli troppo, per avere del mondo, pure il latte, gustato. E il ventre intumidisce viepiù. Fiochissimamente le bàttono i polsi, bàttono dentro ad armille, ahi non nuziali! e vi si arrugginìscono insieme. ¡O Dio suo, guarda! Ecco un ragno che tesse nella ciòtola vuota; ecco l'ala pelosa di un pipistrello, che dà nel dubbio lucìgnolo. Clara giace aggruppata sopra un mucchio di paglia, infracidendo con essa... S'assiepa notte su tutto.

Ma, di lì a poco, un barlume. Odesi il suono del mattutino e una fresc'àura ci accarezza i capelli. Già la nebbia si solve, e nel freddo chiarore dell'alba appàjono le merlate muraglie di un monastero col campanil di una chiesa diffondente su di esse la feconda sua ombra. Intorno intorno, campagne che si dirèbbero un cimitero, tanto sono deserte, con tuguri di creta in sfacelo, con piante o marce o essiccate, con pozze di fràcida aqua, e... Oh t'arresta! Nel verde cupo dell'erba, che suda fame e terzane, spicca bianchìssimo - fra un bulicar di formiche - il nudo corpo di un bimbo, appena nato, appena morto.

E l'albore ingiallisce e scatta il sole scintille dalle vetrate del monastero. Si fà sì viva la luce, che gli occhi non pônno durarci più aperti e che i mièi... io li apro.

Tròvomi a letto, in pien giorno.

Fugò la luce monasteri e conventi.

INTERMEZZO SECONDO L'ùltimo frontispizio.

¡Buona notte a' mièi spettatori! èccoli addormentati. Felici loro e felice mè. Se il sonno è, come uom dice, il più bel dono del cielo, sarà l'arte migliore quella che meglio il concilia. Tratteniàmoli dunque in questa beata disposizione, e però, orchestra, mèttiti la sordina. ¡Guài se si svègliano! Han per costume fischiare tutto ciò che non hanno capito.

Ma anche l'orchestra è nel medèsimo stato del pùbblico ¡Addìo allora alla terza ouverture! La rimpiazzerà un frontispizio.

¿Or chi me lo fà? Qual'è quel pittore, che sappia vedere oltre quel che si vede e distenda, non solo colori, ma idèe sopra una tela? Torna, o mano pensosa di Guglielmo Hògarth, che, dipingendo letteratura e insegnando agli artisti ad èssere nella nazionale lor storia contemporanei e nella loro arte individui, la Pittura rialzasti dalla tappezzerìa alla filosofia,, torna, e ritogli i tuòi traditi pennelli a questi riempi-cornici, a questi scombìcchera-insegne, insegne senza negozio, di cui non sà, la più parte, esprìmer neanche la propria ignoranza, ma solo imitare l'altrùi.

Quanto mi occorre, è un disegno che rappresenti l'inverno dell'età femminile. In quest'ùltimo atto, il cèrcine di Eva muta di colpo in iscuffia. Per una donna, mezza età non esiste; da giovinezza a vecchiaja, salta la donna, non passa. E quì amerèi, o pittore, che in nove parti tu dividessi il mio foglio, cioè in una grande nel mezzo, circolare o quadrata, con quattro pìccole ovali sui lati e quattro rotonde sugli àngoli, riunite fra loro e insieme divise da un intreccio di roba nel dominante motivo, come ad esempio, rami essiccati e scope di strega, ossa spolpate e sacchi di crusca, pani malcotti e dentiere, conocchie e arcolài, biscottini e castagne, libri di messa e di càbala, berretti frigi, bas-bleu, aquasantini, bottiglie, gazzette e seggette, e più che altro, tricorni. Poichè al soldato millantatore, quì trovi sostituito il prete che tace (il prete, che ben si direbbe la pattumiera dei resti della beltà) mentre al teatro già subentra la chiesa, al giornale di mode il polìtico, al ricamo la calza, alle essenze di Flora la foglia governativa.

Nel sommo dunque del frontispizio, potresti raffigurarmi un ventaglio di carte da giuoco, con pochi cuori e moltìssime picche, sotto cui risplendesse la cinquina delle "ante", cioè del 40, 50, 60, 70 ed 80, e nei due oo superiori, ai lati della cinquina - a sinistra, una soffitta con una scarna e guercia figura d'ispiritata, che in mezzo a lucertoni impagliati, a bocce col diavoletto e a sgnavolanti micini, tutta cenciosa, prevede scettri e milioni sulla mano polputa di una contadinoccia che a bocca aperta l'ascolta - a dritta, una sala dove parecchie damazze hanno riunito, all'ingiro di quella domèstica luna che è la lucerna col globo, i lunghi lor nasi a fiutare i peccati del pròssimo, mentre, nel fondo, trè Reverendi giòcano, facendo necci, al puntiglioso tarocco e pìvola un quarto in una poltrona al camino. Così, nei due altri circoletti inferiori, a questi corrispondenti, desidererèi due scenari di strada. In uno, l'alba. Due guardie di polizìa sorrèggono per le ascelle una vecchia plebèa dal grugno alcoolizzato, raccolta dinanzi ad uno spaccio di branda. Costèi ha ubbriacata la sua miseria. ¿A chi non farebbe ella orrore, se non facesse pietà? E, nella scena a riscontro, una carrozza coperta, dal cui sportello si mostra l'angoloso profilo di un'antica matrona, che dà una intralciata d'òrdini a un servo. Piove intanto a dirotto e il rèfolo impetuoso squassa e rinversa i paraqua dei passeggeri. Ma il pòvero servo, che è vecchio, che è calvo, stà sempre lì allo sportello col suo cilindro giù. E sulla porta, ove il cocchio è fermato, si legge: "Congregazione di Carità..." Beninteso, pittore, che io non ti voglio con ciò imbrigliare la fantasìa. ¡Dio guardi! Fà pur macchiette, fà pur chapter a tua posta. Macchiette, ad esempio, di sentinelle d'amore che ci pedìnan tossendo, o di calottiane straccione accosciate sui marciapiedi, pizzicottando noleggiate creature cui il freddo intirizzisce il lamento; accademie di sfilosofesse, chili di giubilate, congiure di spoliticanti (poichè, non rado, le donne, quando non pòssono più cospirar contro l'uomo, cospìrano contro lo Stato), veglie di giocatrici, stregazzi, scuole infine di schifose megere, che ammaèstrano i bimbi a trovar le pezzuole nelle tasche altrui e le bimbe a vèndere quanto non possèggono ancora. Tuttavìa, io mi ti dirèi assài grato, o pittore, se dopo di avere sfogata la tua imaginazione nei circoletti sugli àngoli, tu riempissi, secondo la mia, i due laterali e ovali scomparti, dov'io bramerèi di vedere l'interno di una corte d'Assise e quel di una chiesa. E, in questo, disegnerài un folto di vecchie, che la monòtona voce di un frate predicatore ha tutte addormentate, fuorchè le priore della dottrina che si divèrtono a bacchettare una fila di comunicande sullo sdrùcciolo anch'esse del sonno, e la seggiolaja rimuginante la sua grembialata di rame; nell'altro, un'udienza, in cui la vendicatrice ira che fu chiamata Giustizia condanna allegramente alla forca una dozzina di pòveri pazzi, detti dal còdice rei, a tutto sollievo delle spettatrici attempate, che, oh quì sono ben sveglie e si sùccian le dita e scialìvano di voluttà.

Senonchè, mio pittore, per giudicare davvero chi sei, ti si aspetta alla scena del centro. Quanto hai tu fatto sin quì, non è che sua pura cornice.

¡CENTO ANNI! oh sospirata età da chi pure ti teme! Ve' la marchesa, nel suo seggiolone dallo stile fuor di commercio, fattasi un corpo con esso, e nel suo antico velluto ora raso, nero altrevolte, or rossiccio; vèdila sola, nel mezzo della generale ruina. Càmpos ubi Troja fùit ci si può scrìvere intorno. Tutto, in quello stanzone, è tarlato, crepo, ammuffito. Vajolosa e scrostata è la vôlta, e della dipìntavi estate (ironicamente a fresco) non avanzò che la falce: tappezzerìa e panneggiamenti sono sbiaditi e stracciati; le dorature appannate, i mòbili cascherecci. ¡Guai a sturbarne la pòlvere, ùltimo loro cemento! ¡guai affidàrsi alle sedie, pena il sedersi per terra! Nè più si scopa il tappeto, per la paura di scoparlo via insieme; mentre il soffietto soffia in faccia a chi l'usa ed il cordone del campanello resta in mano a chi 'l tira. Pare insomma che con un buffo debba andar tutto a rifascio, come un mastello cui sìeno levati i cerchi; e però si fà bene a tenere ermeticamente chiuse le imposte dai vetri iridescenti, per quanto ciò sia troppo propizio alla puzza di selvatichino ovvero tanfo antiquario, e troppo poco a quel vaso di semprevivi... ¿Ma che dico? Que' semprevivi sono già morti da un pezzo, ed è morto anche il ragno che li velava dell'or polverosa sua bava. ¿Che mai può vivere quì? Da anni, pur l'orologio vi tace; anzi, ha perduta la freccia, come le chìcchere il mànico, i seggioloni le rotelette e lo specchio il mercurio. Non s'ode se non il cricchiare del tarlo che si fà strada alla fame; non s'ode se non lo strìder de' topi, che spadronèggiano di sù e di giù e pàssano dentro e fuor dalle tràppole.

E la secolare marchesa, tra le ruine, par la ruina maggiore. Quelle quattro pareti arièggian la cassa del cadàvere suo. Da ciò che ella è, non è possibile immaginare qual fosse; il di lei stesso ritratto da sposa ingiallì, accarpionò, invecchiò secolèi. Le ossa le vògliono come uscir dalla pelle, pergamena matura pel grand'archivio del camposanto; i suòi capelli non sono più nemmen bianchi; càddero i denti, sparìrono le sopraciglia. Di là di quel muro, bùlica intanto un mondo con una testa affatto nuova; gli è tutt'altro il governo; cangiàrono lingua e moneta; cangiàrono fogge e costumi; cangiò perfin la morale. Nè il calendario le annunzia altre feste, nè primavere il termòmetro. Non vive più alcuno che avrebbe il dovere di piàngerla, non vive manco un erede al quale ella almeno possa asciugare gli occhi. Sopra gli amici di lei, sopra i figli, cresce altìssima l'erba, anzi nei figli il becchino ha già seppellito i nipoti. Solo le indifferenti figure di un mèdico e di un'infermiera le appàjono di quando in quando; quello, a fare le mostre di rimirarle la lingua e tasteggiarle il polso, tanto per allungarsi la nota, sempre all'erta pel saldo; questa, o a darle un crollo rabbioso, o a sbraitarle una ingiuria. Ma, per la marchesa, tant'è. Cose e persone le si muòvono intorno come in un sogno. Abbandonata da tutti, lo è anche da sè medèsima. La già sàtura spugna della memoria le si và cancellando, e con essa la dolce meditazione dei goduti peccati che è certo quale compenso ai non godìbili più. Mentre il cristallo non sà prestarle più occhi, non c'è tabacco che valga a rititillarle le nari; ogni vivanda le torna uguale al palato, ogni suono all'udito; se scoppia il fùlmine stesso sulla sua casa, ella apre machinalmente, muta qual pesce, la bocca, per augurargli "salute." Eppure, in cotesta sconfitta d'ogni spirto vitale, in cotesta agonìa, in cotesto sepolcro, trèmola ancora il riflesso di un sentimento, l'eco di un desiderio, l'ombra di una soddisfazione, che è a un tempo e tocco e sapore ed odore; rièrgesi a volte la larva di quella maga verghetta, che, a lei fanciulla piena di sonno e stupore apparendo, squarciàvale il velo d'ogni mistero e dicèa: "ecco la vita." Gli è allora, che la intorpidita pupilla riaquista un transitorio brillìo e la libìdine le rielettrizza le fibre, gli è allora che le sue mani aggrinzate...

E, ciac, un'altra ànima peccatora piomba e si frange, qual uovo, nel tegamino di Sàtana pel quotidiano suo asciòlvere. Il che tu puòi, o pittore, segnar nell'ìnfimo campo del frontispizio, sciorinàndovi quindi all'intorno una processione a spirale - di servitori in livrèa colle accese candele e con le làgrime agli occhi... pel fumo - di chierichetti spìzzola-cera - di carrozzoni vuoti - di cotte e di stole - di stendardi e di croci - di bianco-vestite Stelline, la carta in mano del tono, lentamente incedendo e cantando:

ATTO TERZO
SCENA PRIMA Còdice e cuore.

Ersilia Blandamore, vèdova Agnolotti, è nel suo Sancta-Sanctòrum, fra il pizzo della pettiniera, i piedi sul caldanino. In queste gelose località, odor di pasticca stantìa, non è diffìcile d'incontrare una vèdova, màssime se sia sull'ammuffire; anzi dirèi, che una vèdova e il suo abbigliatojo non fanno se non una cosa, come ne fanno una sola alchimista e fornello. La non s'acconcia però, il che signìfica che la si è già acconciata. Difatti, la colta negligenza del suo abbigliamento e della sua pettinatura le deve èsser costata un mucchio di tempo, di riflessioni e di spilli. Ma or finalmente respira. Per quella sera, la freschezza e bellezza di Ersilia pòssono dirsi al sicuro; e però la troviamo, quantunque ancora seduta allo specchio e alle bugìe della teletta, esaminando uno scartafaccio giallastro, tolto probabilmente da quel vicino stipo di sàndalo, uno scartafaccio sùdicio da mille dita curiali, tutto gualcito, a graffiature, a corni, fra il testamento ed il contratto di nozze. E madama ne legge un perìodo, poi dà una occhiata a un librino che innanzi le stà, il quale (me ne rincresce per voi, fabbricatori di versi) è puramente, è prosaicamente "il Còdice civile" al tìtolo delle "successioni."

Ma, a quanto pare, quella lettura e il raffronto non la soddìsfano troppo. Ersilia si morde spesso le labbra, sciupàndovi un sorrisetto fresco ancor di pittura. Ella ha bel lègger col cuore; il còdice, oh l'incivile! non ne riecheggia il tic-tac e le dà invece risposte che sono dosi di digitale. Vògliono che le donne non intèndano bricia agli affari. Io non dico di no per gli affari degli altri, ma, quanto ai propri... ¡alla larga!

Senonchè il cuore, che ha bisogno suo cibo, le attira a poco a poco lo sguardo a un ritratto in fotografìa il quale posa sulla teletta, e la mano, che facilmente si lascia persuadere dagli occhi, ne segue tosto la strada. Esso è il ritratto di un militare, di un officiale di cavallerìa. Ersilia lo ammira innamoratamente. Di qualsisìa fucina, gli sproni han sempre dolce sonato ad un orecchio di donna, chè essi annùnciano il gallo, quel gallo che è la passione delle galline; e così amore di cavallerìa arriva prima d'amore di fanterìa per la naturale ragione che bestia con quattro gambe fà più presto cammino di bestia con sole due. Aggiungi a quell'ufficiale una nomèa di duellista; e quì tu impara, o poeta, che una stoccata di ferro vale presso alle donne assài meglio del complimento più acuto; aggiùngigli un profumo di scapestrato (cara promessa al bel sesso), di giuocatore, ed anche un tantino di birba (sinònimo tra il sesso brutto di non minchione); poi, ¡sfida la più impiombata sottana a non liquefarsi! Ma nel guardar quel ritratto, il bocchino da popa di Ersilia si raggrinzò malizioso. Intanto la mano di lei s'era messa a frugare nello stipetto, dove scorgèvansi, alla mescolata, medaglioni a capelli, lèttere sciolte e a pacchetti, scatolucce, astuccini,, e ne traeva una tabacchiera rotonda di tartaruga, che ella pulì dalla pòlvere e depose vicino all'imàgine in fotografìa. Stava sulla tabacchiera un altro ritratto di uomo, una memoria preziosa per i molti brillanti. Sarèbbesi detto il padre di lei, anzi il nonno; ¡e ne era il marito! Pur, ¡grazie al cielo! un marito col "fu." Oh pòvero "fu" di un sor Àngiolo! ¡quale magra figura fan lì quelli spauriti tuòi stinchi, invano dissimulati dalle pròdighe brache, veri compagni di quel terzo bastone cui ti puntelli a mostrarti, anche in pittura, un trepiede, a confronto dei gagliardi garretti e delle dense cosce dell'ùssero! oh come le tue spallucce, sulle quali stà scritto ignobilmente lo sgobbo, pàjono rattrappite innanzi ai larghi òmeri dell'ufficiale, che pòrtano così superbi la lor fanullàggine! oh come il tuo babbio, paragonato al faccione saldo di carni, pieno di succhio e baffuto del maggiore Parisi, sembra volere celarsi, più ancor vergognoso, nel cravattone e sue vele latine, ittèrico, senza peli, asciuttìssimo... come il tabacco di cui t'hanno fatto coperchio! Il quale tabacco ben ricordava ad Ersilia il naso del fu consorte, ma questo naso, ahimè! nulla. Sul che madama, aggricciando, spinse da sè quel ricordo di maritale Siberia.

E tornò al testamento. Il testamento non èrasi intenerito. Eppure ella più non potèa serbar fedeltà ad un morto, ella che non avèane al vivo,, la non poteva più sola coricarsi in un letto che suo marito medèsimo avèa fatto costrurre per due. Benchè di cinigia cosparsi, i carboni del cuore di lei non èrano estinti. Ella era ancor bella, ancora piacente - e volse gli occhi allo specchio. Ma contentìssima non ne sembrò, dello specchio s'intende. Oh brutti specchi del giorno, non più fedeli come quelli di un tempo! Poichè madama indugiava su quel terrìbil confine che stà fra il vino e l'aceto, fra lo scettro e la scopa, fra il concèdere e il chièdere, il quale costa a una donna più indecisioni, più grattacapi che non costasse al gran Giulio il passaggio del Rubicone. Ed era un pezzo che Ersilia non festeggiava il suo compleanno, e già da cinque anni gliene mancava sempre uno a toccare que' benedetti quaranta. Invano la onesta miseria si recideva per lei le sue trecce più nere; invano i baràttoli moltiplicàvansele attorno. Intònaco nuovo non rinnova la casa; paralumi e velette non ci nascòndono al tempo. Era un piattino che cominciava a putire, e però gli occorreva di bolognarsi-via alla svelta, pena la fogna; era una rosa in semenza, una bellezza tarmata e invocante... - e quì Ersilia rifisse lo sguardo pien d'adulterio e coheuil sur il ritratto dell'officiale, mentre disotto la vèloutine le vampeggiava la guancia - invocante i mozziconi di sìgaro e il pepe.

Oh il primo amore pàlpita bene, ma quanto più l'ùltimo! Delle sole due volte in cui si ama davvero, l'una all'A della vita, l'altra alla Zeta, se il primo amore può dirsi il paradiso di Adamo, cioè dell'inscienza, l'altro lo è della scienza; è il paradiso di Epicuro e Gorini. In quello infatti, l'età, l'istinto, l'imperioso bisogno di èssere buoni specialmente con uno, ci fanno gridare il "trovài" al primo non inamàbile oggetto di desinenza diversa nel qual ci scontriamo; àmasi allora il pan di tritello perchè l'appetito infierisce, nè ancor si conobbe il pan di frumento; e, quali ignari della Brianza e dei laghi, si và felici in campagna a Precotto; come si legge con entusiasmo il d'Azeglio imprevedendo Rovani e si suona Gounod insospettando Rossini. Nell'altro invece il gusto iscaltrì; si pônno fare confronti, si sceglie, e della scelta si sà godere; non c'è paura di rovesciare il bicchiere prima d'averlo alle labbra, ma senza spànderne goccia lo si centella - con calma, con erudizione. Il primo amore ci apre insomma una via; l'ùltimo ce la chiude; il primo sottintende un secondo, l'ùltimo... nulla. Ed è perciò che ci attacchiamo a quest'ùltimo come alla tàvola estrema il naufrago.

Dai quali pensieri agitata, madama si alzò e si die' a passeggiare.

Apparve alla gialla portiera la bianca cuffietta ed il rosato visino di una servuccia annunziante: "il maggiore Parisi."

Ersilia tremò, benchè l'aspettasse. Infatti i trè giorni di tregua èran spirati. Il maggiore veniva per la risposta. Si trattava, pensate, di una mano e di un cuore e tutta lei dicèa "sì." Ma il testamento rumoreggiava "no e no." Avèa saputo il defunto perpetuare la di lui gelosìa. Da dieci anni lo mangiava la terra e nondimeno la vèdova se lo sentiva, qual cataplasma, notte e dì sullo stòmaco. ¿Che mai rispòndere dunque? A ventimila lire di rèddito si valutava la di lei fedeltà: ¿valèvane forse altrettante Azzolino? Ahimè! (e sospirò) ¿Ebbene? ¿non si poteva proprio transìgere? ¿non sarebbe bastato al suo vedovile prurito il possesso d'un cuore? ¿non basterebbe al maggiore? e madama, sostando alla pettiniera, si rinfrescò col pennello un sorriso che una làgrima d'ira le avèa rapito.

"¿E gli dico?" dimandò la servetta.

"Vengo."

La cameriera fe' per andàrsene.

"¡Stà!" disse Ersilia cacciando rinfusamente e còdice e tabacchiera e carte legali nello scrignetto, che serrò a chiave. "Vojaltri andate pure a dormire. Dovete èssere stanchi. Il maggiore ha molti affari con mè... Chiuderò io la porta..."

Richiese la cameriera con un ghignuzzo:

"E pel scaldaletto?"

Ma Ersilia, cristianamente:

"Scuso senza stasera."

SCENA SECONDA Incendio di legna vecchia.

C'era una volta un signor Zèfiro Virgoletti. Egli era un omino di quelli, tutto elasticità e tutto pepe, nati a confòndere il fìsico assioma che "dal nulla vien nulla", di quelli, che, cominciata la loro carriera arrampicàndosi dietro i calessi, rièscono a terminarla sdrajàtivi entro comodamente. E in verità, Virgoletti possedèa con abbondanza gl'indispensàbili requisiti per fare una principale figura nel mondo - doppio pel sullo stòmaco e doppio bronzo sul viso. E già avèa, a quell'ora, esercitato ogni sorta di "mestieri leggeri", dal giornalista al cantante, dal vendilùcido al candidato polìtico,, avèa già fatto il maestro di quanto non conosceva neppure di vista e l'inventore d'ogni introvàbile cosa, fatto l'autore di òpere in mente Dei e il presidente di Società non ancor concepite, fatto il dottore della magnetizzata e l'emigrato e il ferito "per la patria contrada", e così avèa, per lire cinquanta, giurato in Lutero affine di rigiurare per cinquantuna nel papa; scritto quindi di ascètica e negoziato di bambagina; cucito libri pel popolino sul modello-Cantù e offèrtogli insieme quel terno che per lui non sortiva; barato poi, composto bàlsami e aque per ogni classe di gonzi, cavato un dente per l'altro,, compilando progetti a estinzione dei pùbblici dèbiti (e ciò mentr'era, per i privati, in catorbia) e fondando accademie di letterari e scientìfici scrocchi o banche predestinate a fallimenti lucrosi. ¡Ma ecchè! La stella della disdetta brillàvagli immota sul capo. Vane le trappolerìe, vana la parlantina, la sfrontatezza, la insufficienza (che è tutto dire), egli, sul buono d'ogni intrapresa, si addava di trarre il fil senza groppo, di sparar senza palla, per cui raggiunti i trent'anni e sol trovàndosi in costa un appetito da eròe, avèa finalmente compreso che una fortuna, se non la scopriva già bell'e fatta, per conto suo non ne farebbe mai più.

E così c'era una volta - appunto la volta del signor Virgoletti - una donna sul fiore della vecchiaja, che si chiamava la signora Savina Brembati. Vegetava costèi in Lomellina, tra i suòi fumìferi letamài, le sue stalle di vacche, le sue formaggerìe, inconscia siccome un pòlipo, vèrgine come... - non ci ha paragone. Ella era una montagna di grascia; un puddingo di butiro e di manzo, e, perchè zoppa un tantino, godèa del sopranome di "diligenza Franchetti senza una ruota." Sulle poppe di lei si sarebbero accomodati agiatamente due gatti; per abbracciarla del tutto bisognava èssere in due. ¡Buona poi, vi sò dire! Stava in mezzo a cinquemila pèrtiche di marcita tutte sue e si contentava. Nelle dòdici ore che la dormiva giù e nelle dòdici dormite sù, non un pensiero in jattura del pròssimo. Anzi, la tenerella usciva dalla cucina ogniqualvolta vi si sgozzava un pollastro, raccomandando però di non buttarne via il sangue, e se vedèa un ragno, ¡Dio guardi toccarlo! ¡pòvera bestia! - chiamava tosto la serva con la ciabatta. E mensilmente faceva la sua carità della "svànzica" nella cassetta del sagrestano, e quando sentiva che qualche colono era caduto ammalato, recàvasi personalmente a vedere... se ciò fosse vero, purchè egli stesse a terreno, chè la di lei carità non saliva le scale. Russava poi la santa sua messa ogni domènica, mangiando devotamente a Natale il panettone, ostie a Pasqua e ova sode, rèquiem ai Morti e tempia, rosario a Ognissanti e castagne, e digiunando nelle feste di magro gàmberi e trote. Intorno a lei tutto ingrassava. Era lardo che respiràvano i pori. Fanny, la sua cagnina di grembo, dovèa spellarsi, camminando, la pancia. Capponi, oche e tacchini, buòi, giovenche e majali, parèano, per la pinguèdine, bestie non mai vedute,, facèano quasi, più che appetito, paura. D'amore, già, non si parla. Troppa ciccia ovattava quel cuore per èssere leso da un dardo; ¡eppòi l'amore è sì incòmodo! "Chi men ride, men piange," dicèa lei. Ùnico vuoto che la signora Savina sentisse, era quello del ventre,, zêppo il ventre, non pensava che al letto, ma non al letto di chi non vuol riposare, a un letto invece tutto mollezze, senza rimorsi e prurito, senza desìi, senza sogni, tranne qualcuno di lotto. Infatti il lotto era la sola emozione che la signora Savina si permettesse settimanalmente. E ben lo sanno que' trè galabroni impuntigliàtisi a fare la corte alla sua uva e a disputarsi quelle cinquemila pèrtiche di cuore, al primo de' quali, cioè il dottore Semenza, un terrìbil barbone dalla voce in falsetto, ella fe' dire che la smettesse con le serenate, perchè la notte fu fatta, non per sonar ma dormire, minacciàndolo, se seguitava, di rinfrescargli la testa con qualche cosa di meno innocente dell'aqua, mentre al secondo, che era il maestro Giglioli dalla schiena a D e dalle gambucce a X, osservò sur il muso, che lei non amava un bel niente quella poètica confidenza di dar del "tù" nei sonetti, e che del resto non si credesse di giulebbarla con que' nomi di Ninfa, di Madonna e di Àngelo, finchè tenesse nella fascietta un àgnus di religione e una stadera in casa; e, quanto al terzo aspirante, sotto le verdi sembianze del patentato avvelenator del villaggio, il quale filava l'amore col viso di chi subisce un clistero e sospirava com'un'armònica frusta dalla minestra al caffè, non volle averlo più a pranzo, dicendo che le impauriva la fame.

Ebbene - signori mièi - fu proprio in giro di cotesta fortezza, a quanto sembrava imprendìbile, che il signor Virgoletti, grattàtosi le sette volte il suo inventivo cotogno, aperse le parallele e le artiglierìe puntò.

Era la primavera. ¿Vorreste una descrizione? Ne ho mille. Costa poco grandeggiar dell'altrùi... Ver nòvum: ver jam canòrum; vere nàtus est òrbis - vere concòrdant amòres; vere nùbunt àlites... - (e, seguitando, il mio nuovo lunario:) "consolàtevi, sentinelle e innamorati, i quali fate la guardia a voi stessi, consumando stolidamente le suola sotto griglie che non si vògliono o sotto inferriate che non si pòssono aprire,, il tempo dei raffreddori è passato; e consolàtevi, avari, che passò insieme il perìcolo di sciupar la pezzuola. Consolàtevi, vecchi, chè la scappaste pur bella; e voi, pavoncelle, chè potete di nuovo andar passeggiando le vostre penne alla moda. Consolàtevi, bimbi, le maggiostre rossèggiano, mentre per voi, bambinaje, rinverdìscon le allèe cogli annessi sergenti. E consolàtevi, osti fuori di porta, ricàcciano il capo aspàragi ed avventori. Consolàtevi, àsini di quattro piedi e di due, il mese della Madonna già prude; consolàtevi, tarme, si ripòngono i panni. ¡Piangete invece, spazzacamini, sostrài, pellicciài, farmacòpole! ¡Lottajoli, piangete! chè, quanto più corte le notti, tanto meno ci ha sogni."

Era, dunque, del giorno annuale la primavera e del giornaliero anno l'estate (àlias, il mezzodì). La nostra rispettàbile dama scendeva machinosamente dal suo piano terreno e a traverso il giardino - un giardino, non dalle poètiche ajuole di fiori, ma tutto prose a legumi - incedèa, seguita dalla fedele Fanny, un po' tentennando, verso il cancello. Chè il cuoco quella stessa mattina nel pettinarla (stòmaco e testa in casa Brembati èrano in mano del cuoco) avèale raccontato di uno strambo di uno che si vedèa da due o trè dì al cancello, ammirando per ore quel fico venuto appena d'Amèrica e benchè la curiosità (questa maschile virtù e femminile vizio) non parlasse tropp'alto nella signora Savina, purtuttavìa, siccome stavolta il soddisfacimento di essa coincideva con la quotidiana sua passeggiatella, la nostra signora la udiva e dàvale ascolto.

Difatti, di là del cancello e appoggiato alla griglia, stava lo sconosciuto. Era un ometto tutto vestito di nero e dalla fisionomìa di sorcio da moscajola.

Il quale, come scorse la dama, toccossi rispettosamente il cappello, e la dama, bene educata anche lei, gli rese con un cenno di capo il saluto.

"Oh che pianta! oh che pianta!" esclamava l'ometto. "Scusi, madama... ¿La è forse una fìcus Linnei grattabolenta?"

"¿Gratta...?" dimandò con un sorriso intrigato la signora Savina. "Sarà benìssimo. Ma se il signore," aggiunse, scorgendo che Virgoletti volèa come schizzare i suòi curiosi occhiettini sul fico, "desiderasse di osservarla un po' meglio..." ed aperse il cancello.

¡Quanta compitezza! Virgoletti si confuse in ringraziamenti, si dilombò in riverenze, si sbracciò in scappellate. Volèa anzi tenere basso il cappello, ma la signora non lo permise. Fàttosi poi alla pianta, vi si accosciò. Un padre al non sperato ritorno dell'ùnico figlio non si sarebbe condotto altrimenti. Palpàvane il fusto quasichè non credesse ai propri occhi, dicèale frasi di tenerezza, la contemplava estasiato, tanto estasiato che la signora Savina dovette più di una volta e di due ripètergli: "¿è forse il signore un botànico?"

"Un po'..." Virgoletti rispose; e lì, togliendo gl'incastri alla torrenziale sua lingua, la fe' saputa com'ella possedesse un esemplare di fico, che nelle grandi collezioni di Parigi e di Londra era chiamato "rarìssimo" e sulla propagazione di cui in aperto terreno pendèvano ancora indiavolate questioni e si èrano posti de' grossìssimi premi; come, peraltro, il suo frutto non lusingasse troppo il palato, salvo a innestarlo con una cert'altra preziosa qualità, che sapeva lui, suo segreto, ma ch'egli avrebbe ben volentieri mostrata a una sì bella, a una così nòbile dama.

Alla quale profferta, incartata in un complimento, la signora Savina non potè trattenere un sorriso di riconoscente accettazione; e, ¡tracch! il signor Virgoletti ci ribadì la promessa di soddisfar la promessa al domani. Cinque-e-cinque-dieci, lasciàronsi simpatizzando.

E il giorno dopo arrivò e con esso l'innesto del signor Virgoletti. La signora Brembati porse lei stessa le bende per la lattea ferita e colle fòrbici che le pendèvano dalla cintura tagliò il superfluo spago del cappio. L'operazione riuscì a meraviglia. Zèfiro e la margotta annestàronsi perfettamente.

Allora la dama, per dimostrargli in qualche maniera la gratitùdine sua, lo invitò nel "di lei pòvero nido." ¿Come mai dir di no alla cortesìa in persona? Per cui si pòsero insieme in cammino e la gentile elefantessa, sempre seguita dall'adiposa Fanny, condusse il nostro cecino a vedere i suòi "augelletti" (intendi la pollerìa) ch'ella ingrassava al filantròpico scopo che ingrassàssero lei, e le sue "scuderìe", splèndida occhiata di mammose giovenche e di cornutìssimi buòi, con la vicina formaggerìa dai càndidi laghi di latte, fresco tanto da èssere ancora caldo, e dalle pietre mugnaje di cacio, pezzi da cento lire lievitati in commestìbile forma; poi, rasentando un ruscello, le cui rive èran tela e la spuma sapone, e passando framezzo a formidàbili torri di legna (nè ci volèa meno per cuòcer tutto quel riso che la incessante pila brillava) lo condusse a veder le sue "grotte", che avèano per stalattiti salami e per stalagmiti bottiglie, con uno sfondo di botti di cui nessuna rimbombava al nocchino, e i suòi "boschi" biancheggianti e ferventi di que' preziosi operài - operài ad un tempo e materia - che càngiano foglie in seta quali artisti di genio. Non solo. Ella lo volle in sua casa, donde il fràgile lusso di noi cittadini non avèa ancora bandita la campagnuola massiccia comodità, anzi lo ammise ne' penetrali più sacri, cioè nella stessa sua càmera dal verginale lettone matrimoniale, una càmera in cui si ammiràvano, non scatoloni di vesti ma di semenze e seccumi, non tavolette di pèttini ma di cioccolata, non vasi di fiori o manteca ma di rosmarino e mostarda,, e nel cucinone dal molto affumicato camino e dalle pareti di rame, lusso colà non ozioso, non sottointendèndogli manco la relativa morale (morale fatta più chiara dalla doppia misura del seggio) consistente in quel luogo, trionfatore del mèdico, che fu chiamato per eccellenza "il còmodo" dall'èssere forse solitamente l'incomodìssimo.

E quì volontieri ripeteremmo le esclamazioni entusiaste del signor Virgoletti al màgico svilupparsi di cotante bellezze, ma il compositore ci avverte che in tipografia non sono punti ammirativi bastanti. Diremo solo, che le figliàvano come cìmici e con esse aumentava nella signora Savina il prurito di simpatìa per lui, tanto che quando si fu per lasciarsi (tossendo bronzinamente in quel punto la campanella del pranzo) ella il pregò... di restare.

Dal quale pranzo data la nuova vita per tutti e due. Virgoletti trovàvasi infine a suo posto. Capo primo; vuòi la speciale conformazione, vuòi la non flòrida borsa, Virgoletti vivèa in un perpetuo appetito, il che, se non è la migliore delle commendatizie per noi che bruciamo più legna a stirare che a cuòcere e che, contenti del fumo come gli Iddìi dell'Olimpo, spendiamo pel cuoco quanto dovrèbbesi in cibo, mangiando in gran porcellana porzioncine minùscole e bevendo in magnìfici vetri pèssimo vino, quasi che fosse il bicchiere e non il vino da bersi,, se, dico, cotesta qualità di una bocca alta di cielo non è troppo benvisa a noi dall'ambiziosa miseria, è la più accetta, è la carìssima invece ai nostri fratelli rurali, ùnici eredi della paterna ampia ospitalità. Capo secondo; senza contare l'inalteràbile e inesaurìbile buon umore, porta maestra nelle case de' ricchi, Zèfiro possedèa, anzi era un manuale di cognizioni per ogni sorta di pranzo: ad esempio, un pollo ei lo sapeva trinciare tenèndolo infisso sul forchettone e sollevato dal tondo, sapeva condir l'insalata in maniera da soddisfare a dieci diversi palati, stappava in un colpo le più ostinate bottiglie, riempiendo con mille giochetti l'aspettazione fra l'una e l'altra portata ossìa traendo inaspettati partiti dagli stecchi, dai piatti, dalle posate... e vievìa. ¡Or voi pensate alla nostra agucchiella che non avèa mai visto altrettanto! Raggiava il suo onesto faccione, le tremolava la pappagorgia, e il rìdere, lagrimàndole a tratti, la obbligava a posar la forchetta per asciugarsi gli occhi col tovagliolo, mentre la serva, ad aquetarle il singhiozzo, le tambussava la schiena. Zèfiro poi dal buon successo eccitato, ingollava bocconi strangolatòi, raddoppiava le giullerìe, sentìvasi insieme, la sedia, fàrsigli sotto di minuto in minuto più sua.

In poche parole, da quel desinare il signorino è di casa. Egli vi entra ogni mattina per dare un'occhiata alla stampa (rappresentata dal Sècolo) e alla margotta di fico che si abbàrbica con lui e non ne esce se non in là nella sera, dopo di avere perduto una dozzina di soldi giocando all'oca con la signora. Oltre il farle allegrìa, il signor Virgoletti rendèvale mille servizi; le regolava le pèndole, tenèale viva la poca corrispondenza, recàvale il sottopiede e sprimacciava il cuscino, leggèale il "Walter Scott" in modo d'addormentarla coll'insensìbile degradar della voce, velando quindi tacitamente la finestra o la làmpada e acchiappando le mosche e i farfalloni importuni. Nè alcuno meglio di lui accendeva e manteneva con tutta economìa il fuoco, nessuno affrittellava più elegantemente le uova e le frullava con maggior brìo la rossumatina. Egli era un diàvolo nell'inseguire un debitore moroso, finchè costùi, qual la gazzella il muschiato testìcolo, non gli gettasse la borsa, ed era un dio per ritrovare le più raffinate golosità o poltronerìe. Insomma il signor Virgoletti le divenne il factòtum, il cane barbino. ¡Guài se mancàvale un giorno! mandava in cerca di lui per tutto il villaggio, per tutto il paese; sbuffava finchè non gliel'avèsser condotto. Chè un incòmodo stesso - abitùdine fatta - diventa un bisogno.

Ma nel sentimento di assuefazione, a stilla a stilla se ne insinuava un secondo alquanto meno simmètrico. Vènus, quae vènit ad omnia, s'è ricordata della signora Savina. Quel cuore che parèa bruciato e gelato da un pezzo, conflagra, ¡e che fiamme! quella dolciaccia che già sorbiva dormitone da rè (ahi! la falsa metàfora) incomincia a sentir tutto stecchi la piuma del letto, incomincia ad alzarsi e a scènder nell'orto all'ora della rugiada, lei che a quella scendèvaci del sudore, a fare mazzi di fiori, lei che sol ne facèa d'aspàragi, a sospirare - la mano sull'amorosa spia del cuore - or guardando il cancello, ora l'orme degli scarponi di Zèfiro, per poi, quando questi riappare, affacciàrsegli incontro, sventolicchiando il moccichino, o, incomodando i suòi cento chili di polpa, sbassarsi a raccôrre una viola. ¡Pòvera spigolina! la si struggèa come butiro al fornello, mentre sembrava che la ciccia di lei trasmigrasse all'amato. E tu càntami, Musa, gl'idìllici giorni in cui si perdèvano assieme fra l'erboline e i fagioli a caccia delle farfalle o passeggiàvano a braccio nell'ombre della lunghìssima topia, spicciolàndone l'uva; e mi canta le sere, trasvolate al camino, come due tòrtori, con Virgoletti mezzo perduto nelle balzane della fattora e leggente con li occhi che fiutàvan cipolle i fatti vari del Sècolo, oppure in giardino su quel bubone di terra, quel sìntomo di montagna, già letamajo spento, fra il gracidar delle rane e l'infinito odore di sterco che l'universo fuma, tàcita lei qual testùggine, contemplando il lunone d'agosto o le lùcciole del firmamento, lui fiso agli occhi di lei (dico que' delle orecchie, due senza-pari brillanti) e mormoràndole a tratti "¡o Savina, o Savina, intorno a voi tutto ama!"

Finalmente, adaqua l'uno, adaqua l'altra, la pianta del loro amore cacciò fuori un bocciuolo. Già la nostra fattora trovava nel suo bel Zefiretto un po' troppa modestia - una virtù che in simigliante partita è più lodata che amata. Ma il fico, come il bìblico pomo, risolse gli avvenimenti. Un anno s'era intessuto su lui e il primo suo frutto, in maturanza completa, pendèa qual làgrima lì per staccarsi dal ciglio. ¿Che attèndere più? Novella Eva, la signora Savina protese con un legger tremolìo la mano, lo dispiccò e lo divise con il pròssimo Adamo. Tutti e due lo assaporàrono silenziosamente, deliziosamente; tutti e due si occhieggiàrono il "sì."

Senonchè, nel programma di quel giorno solenne, stava prima una scorpacciata di gala. E se questo è "l'adagio" del duettino a suon di forchette e di piatti e a stappar di bottiglie,, quanto "all'allegro", sia che Adamo ne avesse litreggiato un po' più, sia che avesse ingojato troppi tartufi e troppo formaggio di grana... ¡Via, bimbi!... un organetto sonava in cortile... la servitù scodellava in tinello... ambedùe sullo stesso divano... fatto stà...

Fatto stà, che chi rompe paga. La signora Savina Brembati, da quell'onestìssima donna che era, volle una riparazione e il signor Zèfiro Virgoletti, un galantomone anche lui, non si sentì di negàrgliela; pianse ma la sposò.

E quì finirebbe il racconto; ma, giacchè, per contentare i lettori, bisogna che un pòvero scribaccino accompagni i suòi personaggi - uno almeno - fino al luogo comune (cioè il camposanto) e giacchè io, in propòsito, tengo col pùbblico colpe su colpe di rientrata curiosità, aggiungerò che, oggi a' dì 20 ottobre del 1876, Zèfiro Virgoletti ha messo trè cose:

1° ha messo pancia,

2° ha messo carrozza,

3° ha messo la moglie sotterra.

¡Oh marito infelice! erèdita 100.000 di rèddito, ¡eppur trova forza di vìvere!

SCENA TERZA Al verde...(*)

"¿E dunque, come si passa la sera?" chiesi a Silvio Sospiri, un perticone di giovinotto biondìssimo e pallidìssimo tal da sembrare un'imàgine a fresco semi-svanita. Il qual Silvio, che io tratteneva per un bottone in mezzo alla strada, era figlio d'un facoltoso mio conoscente di villa ed era stato, dopo vent'anni di càrcere educativo in un collegio gesuita, lanciato di colpo nel mare màgnum di una città capitale "per perfezionarlo" dicèa suo babbo, senza pensare che un uccello ûso alla gabbia - schiùdigli lo sportellino - o non esce o vola dritto nel gatto. Vero, peraltro, che l'egregio pappà me l'avèa assai raccomandato, pregàndomi di procurargli delle sane amicizie. Feci quanto poteva, gli apersi a due battenti la mia librerìa. ¡Arrivederci! Silvio non mi venne più in casa.

"Eh! ci si diverte, la sera," egli rispose molleggiàndosi sulle gambe, "si và dalla principessa..."

"¡Nèspole! ¿una principessa?"

"Eh sì. ¿Non la conosci?... oh bella!... la Potanovv... Una gran dama di Pietroburgo che riceve ogni sera e fà gli onori di casa divinamente. È vecchia, ma non t'accorgi. Da lei sono tutti à son aise, perchè ciascuno ci fà quanto gli accòmoda. Vi si beve, si fuma, si ciancia... si giuoca anche un pochetto... ¡Anzi! ¡tò, mi scordavo! jer l'altro le ho guadagnato un migliajo di lire..."

"Me ne duole," osservài a fiore di labbro.

"E a propòsito," continuò egli, affettando la spacciatura, " se puòi, me le dovresti prestare..."

"¿Ma e non le hai guadagnate?"

"Per ciò appunto, amico... Domani me le han da pagare."

Feci un attuccio di dispiacere, esclamando:

"¡Guarda combinazione! stavo per chièdertele io."

"Un'altra volta, allora. Adieu."

"¿Vai già?"

"Sono le sei. La principessa m'aspetta." E lì, piroettando sui tacchi e chiamando il suo Stop, un levriere abbondantìssimo a gambe e scarso a cervello come il padrone, Silvio si allontanò a passi lunghi e sconnessi.

¡E ben vada e s'imprìncipi e vada insieme in malora, il cuccìssimo! La di lui principessa, ¿chi non s'accorge? era uno di que' prodotti che Santa Russia (questa immensa ghiacciaja predestinata a conservare la stramatura civiltà nostra finchè ne arrivi una fresca e tutta nuova d'Amèrica) favorisce all'Europa - in attesa del Messìa Knut - coll'argento di Tula, col cuojo, con il Mercurio che salda i conti della sorella e con gli orsi ballonzolanti a suon di bastone. Ella era di quelle sòlite dame, che appàjono e spàjono a un tratto come le celebrità della moda, sempre divise da mariti ipotètici, sempre in lite col Zar per non so quanti chilòmetri di sterilità confiscata, le quali han dovuto cambiare aria, dìcono loro, per la salute e cui i mèdici han suggerito il sole d'Italia. Del nostro sole però, Pàola Nicolaevna non godeva che poca luna, Pàola si alzava a coricate galline.

E questa era l'ora, allo scoccar della quale i suòi dorati saloni s'illuminàvano e popolàvansi della crème furfantina, del liebig di tutte le bestie della città: era l'ora del giuoco.

¡O giuoco! sorridente parola. Per tè mi si sveglia il ricordo della seppellita infanzia, e i balocchi, già da un pezzo disfatti, mi risùscitano in cuore; è una danza macabra di schioppettini, fantocci e cavalloni di legno. E io odo ancora i nùmeri della tòmbola naseggiati dal cappellano e notati sol dalle zie, chè il vero gioco fra noi cuginette e cugini stà disotto la tàvola; e io mi risento, la benda sugli occhi, in mezzo a un gran prato ed a freschìssime risa colla mia buona Marie che m'aizza e si lascia acchiappare e abbracciare sì volentieri da mè. Ecco poi - all'improvviso seghìo di un violino - il nonno, un po' brillo, porge la mano alla nonna e ritrova con lei, tra il bàtter di palma dei nipoti dei figli, il minuetto che già ballàvan promessi; mentre, nel caldo del caminone ospitale e nel caldo dell'autunnale liquore, incròciansi in un crocchio d'amici l'epigramma e il bisticcio, morsi privi di denti, vespeggio senza veleno, saviezza in àbito di follìa; ecco infine... ¡Ma che! non è giuoco, quello. Trattenimento piacèvole è il giuoco. ¿Or, chi direbbe che si divèrton coloro, a quel verde tappeto donde si miete la gialla messe dell'oro? Mìrane i visi. Son visi di agonizzanti che incùbano un assassinio. Mira principalmente colèi, quella vecchia (che è Pàola) dallo sguardo avarìssimo, la parrucca in traverso, il corsetto slacciato, dimèntica di quel pudore che all'età sua è precetto, non più di lussuria, ma di nettezza. No, non giuoca colèi; soffre. E tutti chièdono carte, sollecitàndole febbrilmente, quasichè il loro danno non fosse abbastanza veloce, e si sacchèggiano reciprocamente, dissimulando sotto i sorrisi lo strazio e nel broncio la gioia - immòbili su quella sedia e in quella stessa passione - finchè le candele abbruciando entro le gorgerette, e il primo sole, insinuàndosi per gli spiragli, annùncin l'ora dei galantuòmini.

¿Or chi susurra di polizìa? ¿chi si lamenta di lei? ¿chi l'invoca? Oh gl'ingenui! Que' valorosi che assaltan la strada con privilegio del rè hanno troppo da fare a difènder dai mìseri i ricchi, per poter da costoro la moralità, oppure crèdono, quali polìtici economisti, che soltanto nei cenci pidocchia la corrutela. ¡Bella poi! ¡sarà tolto il naturale diritto di rovinarsi, quand'anche ciò avvenga in òttima società, anzi tra amici, cangiando spesso le carte con non lieve vantaggio della tassa di bollo! ¡Ecchè! ¿vuol forse lo Stato mandarci all'asta, lui solo, con quel diavoloso suo lotto? ¿sarebbe forse la truffa un monopolio governativo? Taci, dunque, Morale, e contèntati di rosicchiare le ossa spolpate dalla Finanza. Proibire l'azzardo, val proibire la vita. Nato d'azzardo è il medèsimo mondo. Ei ti dà moglie e figliuoli; egli, con una capata, ti fa d'uno zero un genio, o d'un genio uno zero. Da lui, le scoperte più insigni; per lui tuttavìa la corona d'alloro, che il mèrito getta a Gorini, cade in capo a un Palmieri, e la gloria del rischioso Colombo si nòmina da un Amerigo. Tanto nella più meditata elezione quanto in un tratto di buschette o di dadi entra la stessa prudenza. Trenta e quaranta, rollina, lotto, macào, son vera vita in compendio.

Come però nella vita non è tutto sfortuna, così non si pensi che al verde tappeto di Pàola non si vincesse talvolta e che anche la dama non ci perdesse talaltra. Ella perdeva anzi spesso, ma raramente pagava. Poca memoria in sìmili inezie di dare ed avere è cosa da gran signore. ¿E chi poteva rammentàrlene mai, immèmore per proprio conto della serale accoglienza inalterabilmente gentile? ¿Non èrano forse compensati fintroppo, i pòveri sori, dall'assettare i loro plebèi deretani sulle stemmate sue sèggiole? ¿dal salutarla in istrada, invidianti i compagni? ¿dal sedèrsele al fianco in calesse, sentèndosi dire: mon cher? ¿dal potere perfino, entrando in un affollato negozio e cavando da un portafogli un conto di lei e de' propri denari, esclamare: "la principessa tale mi manda...?" - Poichè a strofinarsi attorno la nobiltà, come attorno l'ingegno e le marmitte, qualchecosa sen piglia; màssime dalla nobiltà di fàcile sdoratura.

Senonchè, una mattina, giusto nell'ora in cui la notte depone il suo nero mantello nelle mani dell'alba, incontrài il mio Silvio, pàllido, turbatìssimo. M'avèano detto, in prima sera al casino, com'egli avesse perduta una grossìssima somma, e ben si capiva dall'aspetto di lui che non avèala riguadagnata.

"¿Donde vieni?" gli chiesi.

"Vengo... vengo dalla principessa," risposemi farfocchiando. Ma stavolta quel nome non gli adulava il palato.

E, ¡davvero! in materia di forca, tanto strozza la seta che il cànape - tanto serve Repùbblica che Monarchìa.

(*) Tappeto

SCENA QUARTA ¡Amico!

¿hai mille lire di più? Se non le hai, tralascia pure di lèggere questa mia e fanne un'oca pel bimbo; se sì, abbi pazienza di arrivarne la fine, chè forse me le presterài.

"¿Come?" io ti sento esclamare. "¡La selva chiede ombra al deserto, la torcia al mòccolo cera, aqua il pozzo alla secchia, sale il mare al postajo!" Così è, caro. Da Mida in poi, non fu ricco più di mè miseràbile.

Chè tu già sai con qual madre mi abbia punito il Signore... mio padre. Straricca di casa sua, la potrebb'èssere quanto moltìssimi dei così-detti signori pàjono; potrebbe avere cavalli, palchi, palazzi, villeggiature e fare insiem pentolino. Eppure, no. Ella è ancor là, affaticando per mantenersi nella miseria, dalle quattro della mattina (quasichè indispensàbile alla levata del sole) fino alle nove di sera, da quando impugna la scopa a quando smorza la lampaduccia di puzzolente petrolio - in mezzo a quel suo fòndaco antico dove ogni cosa è fuor-moda salvo la lucromanìa, tanto antico che la mostra dai pìccoli e tòrbidi vetri divenne un reticolato di piombo e la ditta, cèlebre già fra i ragazzi della contrada per le sue pitture a olio e per i pènduli pacchi delle finte candele alternati coi lignei pani di zùcchero, s'è fatta un sol nero nè più nè meno delle due effigi del turco e del cioccolatiere, emèriti portinài; è là ancora, dico, fra i barili di Màlaga e le casse di melarance, fra l'odor del sapone e della noce moscata, a quel banco, dove, cinquanta e più anni fà, assisteva presso sua mamma (altro diàvolo di traffichina) al far-su dei cartocci e degli avventori; è là con quel suo viso scaltrito, color caffè Portoricco, rugoso al par di un fico di Smirne, dal nasetto fiut'aria, dai piperini capelli e dai mobilìssimi occhiucci, vendendo sempre al minuto per guadagnare all'ingrosso, rubando colle bilance e le fròttole, dividendo poi ne' riposi i nuovi quattrini dai vecchi, destinati quest'ùltimi a chi avanza da lei - in una perpetua ostilità col pòvero galoppino che più non sà règgersi per le troppe facende e il sottilìssimo cibo - eppure, intascando, a suo mezzo, le mance - nè serenàndosi in volto, nelle più ìntime gioje del gabbolare, che quando o un domèstico parte con una libbra di ùndici once o un bimbo con una "pralina" di meno sulle sei comperate.

Come del resto, con tuttociò, non sfòllino i suòi clienti ti parrà forse un enigma. Pare, te lo confesso, anche a mè. Non vi ha infatti bottega dove si paghi più caro uno più scellerato servizio. Madama, inoltre, non dà mai un regalo nè un aggiuntino a qualsisìa avventore, e neanche dà quanto men costa e talora più vale, una parola graziosa, anzi, non appena ciò possa, contraddice ed insulta. Pur tuttavìa, ¿che vuòi? La insegna del Battistone è antichìssima, assài più di molti blasoni; i figli v'han sempre accompagnato i pappà; fu sempre dessa la strada; e la stessa apparenza del fòndaco - màssime oggi in cui il droghiere si atteggia a speziale e lo speziale a dottore, mentre il dottore vuol spacciarsi a filòsofo, come questi a teòlogo e quest'ùltimo... a Dio - la stessa apparenza, dico, del fòndaco è sì schiettamente, classicamente "drogaja" da innamorare i fedeli delle cose men nuove, che fanno i due terzi del mondo. Al che aggiungendo la fama di un incrollàbile crèdito e la medèsima zoticherìa di colèi che stà al banco riputata da molti "un'onestà legata alla rùstica", cominceremo tant'io che tè a sgroppire l'enigma, sciolto poi se si osserva come la nostra signora commetta le sue infedeltà così in buona fede così onestamente, da frodare al frodato anche il diritto del lagno.

¡E pazienza fin quì! Basterebbe ch'ella lasciasse l'avarizia - questo legìttimo furto - in bottega, e risalendo negli ammezzati dimenticasse di èssere inscritta nell'albo dei commercianti, per ricordarsi di èsserlo in quello di un più gentil sesso. Ma, signori, no. Chiude le imposte del magazzino ogni sera, non quelle della cupidità. A sentir lei, màncale sempre quel tale soldo per quella tal lira,, però non dice che lira di che migliajo; e, non potendo altrimenti, mentre dà a tutti del ladro, ruba a noi, a sè stessa.

E, davvero, chi viene a trovarci la prima volta è quasi tentato di menar buona a mia madre la sua eterna querela di povertà. Tu invece vedrài, se ci vieni, come dai ricchi s'impari a fare il pitocco. Quanto da noi non è rotto, è sconnesso. Un mòbile pericolante, piuttosto che incomodare il suo sangiuseppino chirurgo, lo si getterebbe sul fuoco, come, piuttosto che consumarla, si lascia consumarsi la roba. Vedrài la cucina far quel terrore che ti dovrebbe la farmacìa, minacciàndoti il rame verdìssima morte, ragione per cui no 'l s'adopra; vedrài, anche in sala, ammucchiettarsi la spazzatura, chè, ¡guài chi la tocca! finchè la padrona non l'abbia inventariata col cribro. Difatti, nel di lei catechismo di economìa domèstica leggo fra l'altre gemme, che "ogni cosa vie' a taglio come l'ugne per l'aglio" e che "massaja derivò da ammassare." E così, ella tiene socchiave un vero refùgium peccatòrum, una raccolta di tutte le brice beccate-su in casa o in istrada, dalle teste di chiodo ai gocciolotti delle candele, dai fiammìferi usati ai suggelli di ceralacca, dalla cènere degli altrùi focolari alle penne che le rèstano in mano nel contrattare i non comprandi pollastri.

¡Pensa poi agli uccelli di questa gabbia malprovveduta! Non che si pretenda al pinocchio, al superfluo: - già si sà che per noi la campagna è il giardino municipale e che il teatro non ci si apre se non nell'"ora dello scapellotto" o coi biglietti donati, quando però la signora non li abbia potuto esitare; quello che manca è il miglio. Oh vedessi le cere di babbo, della mia Bea, del nostro Brogino e della così-detta servitù, tutta compresa in un solo donnino alto una spanna! Sono rapa, son sego. Poichè de' capponi di sopraffitto non ci fan sangue che quelli morti, invenduti, d'inedia, come del manzo domenicale non conosciam che la giunta e della làuta cantina il sol pozzo. Ma, anche su ciò, la signora ha i suòi bravi aforismi, che cioè "il vino, quanto più si fà vecchio, tanto più si fà buono, mentre, se lo si beve, più non diventa nè l'uno nè l'altro" e che, del resto, "grassa cucina, malanno e medicina." Raro intanto, quel dì, in cui ci si levi di tàvola con il ventre men stretto di quando vi ci sediamo. Essa ha bel ingozzarci di pane raffermo, ha bel condirlo di strapazzate; si mangia sempre, colle posate di argento, fame.

Nè alla mancanza dell'interno calore compensa almeno l'esterno. Siamo oggi alla metà di gennajo. Giurerèj, che i nostri termòmetri, messi all'aperto, accrescerèbbero di qualche grado; tanto che a volere scaldarsi ci è necessario aprir le finestre od uscire di casa. ¡O fornài, o carbonài, o ànime del purgatorio felici! Ma quì mi avverte la casalinga mia madre che "il miglior modo di conservare su di un camino la legna, è quello di non accènderla o di spègnerla tosto" aggiungendo, che "con un sì sèmplice mètodo, senza mai spesa di spazzacamino si ovvìa ad ogni perìcol d'incendio."

E ¡guài se suo marito, mio babbo, osa non èsser contento! ¡Apriti cielo! "Staremmo freschi se lei non ci fosse. ¿Chi la ricca? ¿chi la padrona? ¿chi l'avveduta? lei, tutto lei. ¿Che sono mai gli Amaretti a confronto dei Cornabò? regolizia paragonata col zafferano." Allora, babbo - pòvera pesca spiccatoja - già assuefatto a ubidirla fin da quando pativa da ragioniere sotto il fù Gian Battista padre di lei, e che, mercè il matrimonio, venne a trovarsi in uno stato di minorità - ¡sùbito buci! - riempie la pipa con un quattrino del giornaliero due-soldi di tabacco in corda e ritorna, se è dì di lavoro, al mànico del macinino del Moca o a crivellar la scoviglia, e se è festa a lèggere il suo giornale di quarta mano, che gli descrive i vantaggi del quarantotto e della cacciata degli austrìaci, o a giocar degli a-solo di carte - carte che si dirèbbero fette di lardo - compesando lo spasso con il mollo di pane che, nelle solennità, gli largisce madama a pulirle. E se io piglio talora le difese di babbo, ella mi sguarda con sprezzo, dicendo: "tu fà versi." Copiar rògiti, per lei è già poesìa. Sì che alla sera il borsello di bile mi si gonfia talmente, che, mè disgraziato, se non avessi una moglie sulla quale sfogarlo. E la moglie, a torto garrita, sintetizza il proprio rancore in una ceffata al Brogino, che se ne vèndica tosto sul cane... che fà saldar tutti i conti dal gatto.

¿Arricchisce dunque per chi, questa donna? Per lei, no di certo. Assidua la flagella miseria, frutto della piena cassa. Ella raduna denari all'ùnico scopo di numerarli, e a chi le dice che la moneta è tonda per còrrere, risponde che è pure piatta per mètterla in pila. E nemmeno arricchisce pel figlio, salvochè creda che i figli nàscan soltanto dopo la morte dei genitori, nel quale caso (¡alla disperazione sia perdonata la sincerità!) m'àuguro di nàscer presto.

Ma la morale di tuttociò, sòmmala tu. Io mi sono al maggiore de' grattacapi. Brogino mio cresce a galoppo in statura e ignoranza, due mali che invòcano àbiti e libri. Bea intanto, la moglie, stà compilando la sua seconda edizione, benchè dalla faccia già ti parebbe nei quaranta dì; quindi abbisogna di medicina e cucina, altre due cose che còstano un occhio. Ma il compassionèvole udito di babbo risponde a vuote saccocce, mentre la sordità della madre è troppo fondata sul raziocinio per mai sperarne la guarigione. Trattàndosi poi della nuora, se pur ci sentisse, non ammorbidirebbe neanche il "no" col "mi spiace." In casa mia, suocera e nuora fanno concerto come il parlar di Bèrgamo e il toscano, come Gesù ed il papa, come la legge e il regolamento in Italia. - E però, chiedo a tè, quanto mi nega la madre e mi òffrono gli usurài. Mìnimo è il rischio. Io sono ricco - già il sai - anzi, ricchìssimo. Prestami mille lire.

Il tuo sempre

Bindo Amaretti.

SCENA QUINTA Nel confessionario.

È la garetta del cattolicismo, lo spiritual lavandino. È all'amicizia ciò che consìmili località sono all'amore. Per forma, un farraginoso cassone in noce antica e massiccia, a trè riparti, sculto baroccamente. Difatti, i suòi quattro pilastri - quattro cariàtidi d'àngiolo terminanti in diavoleschi sgraffi sì da parer piedi loro - sorrèggono un gran lattemiele di nubi, dove ¡guài bàttere il capo! prepuntato a visini paffuti, che se non avèssero occhi non si dirèbbero visi, e nel cui sommo si sdraja un angiolottone dalle gote abbottate, soffiante in una tromba di giudiziale asta per isvegliare o i rimorsi del peccatore o il confessore che pìsola. In quel casotto si scorge, di spirituale salute, una imàgine della crocifissione cancellata in gran parte (salvochè nel ladro sinistro) dall'unto sacro e non sacro della nuca del prete, e di temporale il rubicondo faccione chiazzato di pòrpora del prete stesso che non vi cape quasi più dentro. Dinanzi al quale, inginocchiato sulla predella, stà un uomo calvo, vecchio e smontato come la gialla livrèa che indossa - una livrèa dai penzolanti bottoni e dall'orgoglio semi-sbiadito di passamani ducali.

"Avanti, figliuolo caro," fà il confessore in una voce tutt'olio di màndorle dolci e un imbalsamato sorriso, allargàndosi insieme con l'ìndice e il pòllice il colletto sudicelestrino. "Fin quì, tu mi conti peccati del dì di lavoro, peccati, diremo, dal becco gentile, i quali, a lavarli, basta l'aqua del pozzo. Fruga... fruga nella pulciosa camicia della coscienza... Ne acchiapperài dei più grossi..."

Il vecchio parve raccògliersi, intanto che il prete, aperta la tabacchiera, aspirava lentamente una presa; poi, con una trèmola voce: ¡sà Iddìo quanti! ¡ma la memoria è sì fiacca!...

"Allora," ripigliò il confessore, spazzàndosi-vìa dalla bottoniera la tabaccosa pòlvere, che andata negli occhi del penitente, obbligò questi a starnutare e bàttere il naso sul davanzale dello sportello, "allora ti verrò incontro io. Tu hai un figliuolo..."

"¿È un peccato?"

"Tutt'altro. È una grazia di Dio," e lì don Perlasca spiegava sul volto del servo un moccichino tanè, fatto più per sporcare che non per pulire. "Anzi è la grazia maggiore dopo quella della verginità. Nondimeno," aggiunse, smoccolàndosi il naso rumorosamente, "gli è appunto dal legno della grazia divina, che si tàgliano fuori i peccati più duri. ¿Com'è dunque, che questo tuo figlio, per cui la eccellentìssima padrona tua ha uno speciale interesse, essèndosi non solo degnata di assicurargli la vita eterna col tenerlo lei stessa a battèsimo, ma anche la provvisoria col preparargli un fiore di cappellanìa, com'è, dico, che quel due-soldi di cacio, quel piscialetto, vuol fare rivoluzione?"

"Geppino è ancora un ragazzo. Non ha cognizione. Fu solo, che all'apparir del barbiere del Seminario, ci scappò dalle mani, e... ¡addìo o!"

"Non è naturale, non è naturale," disse il pretocchio, dindonando la testa. "Punto primo, a un ragazzo è sempre piaciuto vestirsi da più della sua età e màssime da abatino. Poi, la vocazione di lui era troppo decisa per potersi ingannare. Quì c'è sotto cantina... una cantina di pèssimo vino; quì io odoro," e fiutò un'altra presa, "il diàvolo. E non mi sbaglio, ve'! chè, a quanto ci si riferì, tù stesso, che come capo di casa, hai il sacrosanto dovere del buon esempio, ti sei rifiutato a mèttere il nome in una certa sottoscrizione..."

"Oh don Serafino! bisognava dare una lira. Sono un pòvero servo, io, càrico di lègna verde. ¿Non sà forse che il pane è cresciuto di due centèsimi?"

"Mèrito doppio allora. Il mèrito consiste appunto nel dare quanto non si potrebbe. ¡In sìmili casi poi! ¿Ma e non ti dìssero, sciagurato, a quali estremi si trova il nostro miracoloso pontèfice, che dopo di avere cavato alla Madre di Dio la macchia e largito gli incalcolàbili benefici del sìllabo e della infallibilità, è, nuovo Cristo, sepolto vivo dagli odierni giudèi, che gli fanno tremando la guardia? ¿ma non ti mostràrono mai, almeno uno, di que' fuscelli di paglia del suo santo giaciglio, che gìrano per tutte le terre a mantenervi il falò dello zelo, o qualche po' della rùggine delle gloriose catene, donde effèrvono gl'indelèbili inchiostri dei di lui difensori, oppure qualcuna di quelle scaglie di pietra del càrcere suo, in cui si affìlan le spade che ne saranno la chiave? ¿E se tu ciò non sapevi per ignoranza crassìssima, non ti bastava l'argomento del nome a capo di lista di S.E. la tua signora padrona?"

Il servo sbassò la testa mortificato.

"Ma passi ciò. Quell'àngiolo d'una signora duchessa, che arriva, al pari della Provvidenza, a tutto, ha firmato lei stessa per tè, sopra le mance che ti si danno a Natale. ¡Mira tu qual padrona! E passi anche la scappatella del nostro Geppino. È ancora un ragazzo - come ben dici - e noi, sapendo da quale parte vanno pigliati i ragazzi, stà di buon animo, gli mozzeremo il ciuffetto. Avanza tempo di fargli, non soltanto la chierca, ma di cambiargli la zucca di sana pianta. Quello però che non passa..." e quì la marmellata vocale di don Serafino abbruschiva, "nè passerebbe neppur tra le gambe del gigante Golìa..."

Il vecchio lo guardo ansiosamente.

Il sacerdote rimase un istante in un minaccioso silenzio, poi: "¿Hai anche una figlia, vero?"

"Sì, riverenza," mormorò Mansueto.

"Faccio una tale domanda, non vedèndola mai nè a dottrina, nè a confessione. E, ¡pazienza ancora! Ma noi sappiamo che or si marita con..."

"Oh sapesse com'è innamorata!"

"Il sòlito delle ragazze. Un'ombra d'uomo e son calde. Ma l'importante stà nel ‹colùi.› Ogni buona figliuola dee innamorarsi con gli occhi de' suòi genitori ¿S'innamorò essa co' tuòi?"

Il vecchio titubò, e: "Certo, l'è un bravo..."

"¿Bravo?" interruppe il ministro di Dio in un tono di voce che non era più neanche sciroppo di pomi inagrito ma aceto perfetto. "¿E osi tù proferire una sì nera bestemmia? ¿Puòi chiamare tù bravo, uno che fù, non dico a combàttere, ma a predonare gli altari, insieme a quel ‹tale dei tali›, di cui tacio il nome perchè ne cadrebbe il cielo del confessionario e allora dovrèi ribenedire la chiesa; insieme, a quel ‹tale dei tali› che vorrebb'èssere lui il nuovo papa, mandando il vecchio a vangare e mettendo in vèndita noi a metri cubi, come si fosse letame - a quel filibustiere felice, a quel rè insomma della repùbblica, che colle mani pollute da tanto sangue di màrtiri e da tante sgrammaticature, intasca magnanimamente... la fame dei poveretti? Oh quì non ci ha dubbio! Il testo è preciso: maledicti èrunt filii filiòrum tuòrum usque ad centèsimam generatiònem. ¡I tuòi figli saranno tutti bastardi, àspidi tutti e basilischi! Ma già il fùlmine bròntola nelle mani di Dio impaziente di uscirne, mentre l'esèrcito di Satanasso già soffia nell'immensa Geenna... ¡Hai bel aumentare i tuòi tirafùlmini, o stolto! ¡hai bel associarti contro i decreti del cielo!... ¡Patatrac!... Senti che odore di solfo... No, no... io non posso concèderti l'assoluzione. Corre pena di maggiore scomùnica."

Il vecchio geme' di terrore.

"Per cui, vedi," continuò il pretacchione, calmàtosi alquanto e tergèndosi con la pezzuola il sudore, "a quali rischi ci esponi. Proprio jer l'altro se n'è discorso colla signora duchessa. Eravamo nel salottino amaranto, grogiolàndoci al caminetto, post pràndium," e quì don Perlasca ruttò, forse in memoria del pranzo, "e inneggiavamo, s'intende, al nostro immortale gerarca, che ben si potrebbe chiamare il Santo dei mille dolori, domandàndoci insieme le càuse della moda presente d'irreligione; e così, passo a passo, eravamo venuti a parlare della immoralità delle classi plebèe, quindi in particolare della servitù, e finalmente... di tè. ¡Pòvera eccellentìssima dama! Faceva pietà. Poichè ella tiene per tè e la tua famigliuola una rarìssima deferenza. Non altrimenti potresti dormirla sì spesso in anticàmera, e pigliare la sbornia. ¡Eppòi! basta pensare quante paja di calze dà a ripedulare a tua moglie e quante sottane a stirare a tua figlia! Senonchè, prima della carità, vien la fede. Dio tenga lontano quel brutto caso di scàndalo di cui or dicevamo, quel matrimonio, anzi concubinaggio, ma se il caso avvenisse - ¡poni ben mente! - la tua signora padrona, per quanto di cuore, sarebbe costretta da più sacri doveri a cancellarti dal suo servizio e dalla vicina pensione. E ora, ¿dimmi, o imprudente, cacciato da una sì nòbile casa com'è casa di Stabia, chi mai, se ne togli il diàvolo, oserebbe aprirti la sua? e, pur ricorrendo a un ospizio, o mio ferro di scarto, ¡tròvamene uno, se puòi, in cui non si effonda la soave influenza della nostra signora duchessa!"

"Oh i mièi figli! " singhiozzò Mansueto.

"Dunque, se ti prèmono un po' questi figli, se non intendi di offèndere Sua Eccellenza e Dio, devi darmi parola..."

"Sì," disse il vecchio colla voce strozzata.

"Ma, ¿n'è? parola di buono, non da mercante o da deputato, parola dinanzi al Cuor di Gesù e alla Madonna di Lourdes, che Geppino andrà a prete e Giannetta non a marito."

"Sì... sì," ripetè il servitore col fronte sul parapetto.

Don Serafino Perlasca rimase un minuto in silenzio, guatando quella lùcida nuca a di lui discrezione. E parèa il conte Ugolino sul teschio dell'odiato Ruggeri.

"Allora, figliuolo," riprese con un risolino tra il soddisfacimento e lo sprezzo, "giacchè mi sembri pentito,, al patto che abbiamo fermato, e anche al patto di recitare con contrizione per quìndici giorni alla fila due credi, sei pàter, dieci ave, ùndici àgnus, dòdici gloria, trèdici rèquiem, oltre di mortificarti nella pietanza e nel vino... ego, auctoritate Jèsus Christi qua fùngor, absolvo tè ab omni vìnculo excommunicatiònis, suspensiònis et interdicti, si quod incurristi, quàntum ego pòssum et tu indìges - (ei s'era tolto la teologìa di capo e messo a trinciare negli occhi del penitente cabalìstici segni i quali in orìgine dovèvano forse rammentare la croce) - deinde ego te absolvo a peccàtis tùis in nòmine Pàtris, Fili et Spìritus Sancti. Àmen. Và pure." Ma come il pòvero vecchio, rialzàndosi tutto balordo e fregàndosi colle due mani le lògore ginocchiaje, rimaneva lì curvo - curvo per il lungo costume, qual chi và in cerca di funghi: "Ricòrdati," aggiunse, "di presentare la mia umilìssima servitù a Sua Eccellenza donn'Elda, e ringràziamela tanto pel mazzo di beccafichi."

SCENA SESTA La chioccia dei letterati.

"Favorisca di attèndere. La signora stà cercando una rima, e non appena l'avrà trovata, sarà da lei." Così disse con prosopopèa un domèstico in cappa nera e fedine, introducendo Giacinto Umiltà in una gran sala, ed aggiunse: "segga pure, se vuole."

Rimasto solo Umiltà, rimase anche in quello stato d'impacciatura di chi, la prima volta, è in casa d'altri, principalmente di un pòvero in una dimora di ricchi,, quando, assuefatto alle gelate nudità di un intònaco, tròvasi intorno pompose tappezzerìe abbarbaglianti di dorature e alitanti un tepore di serra, e sotto le suole, rôse dalla cirossa, un denso vellutato tappeto. Rimase lì immòbile, su gambettucce dirò letterarie cioè un poco guerce, col suo manoscritto dal roseo nastrino in mano, miràndosi imbarazzato le unghie che gli crescèvan dai guanti e sentèndosi bàttere il cuore celermente. E infatti, ¿dov'era mai? Era in quel luogo, suo lungo desìo, anzi suo sogno, ma che, per quanto si fosse sforzato a raggiùngere, avèa sempre veduto a tiro di telescopio,, in quel salone famoso, bigattiera di geni, donde uscìvan le leggi e le sentenze della gran crìtica e si schiudèvano o si riempìvan di nubi gli orizzonti della polìtica,, dove si gonfiàvano i màntici del giornalismo,, dove, in mezzo al fumar de' turìboli e il modular degli zùfoli e tra uno sbadiglio e un sospiro, si smattonava una riputazione di contrabbando (leggi, non della cricca) o si scoprìvano di quando in quando, fra la paletta e le molli o nello scopare la sala, i grand'uòmini; egli era da quella baronessa Caprara che dava fama e toglieva la fame, detta perciò la portinaja della celebrità, la pitonessa del gusto, la chioccia dei letterati... E lì sembrava a Giacinto di eròmpere già dal suo uovo.

In quel salone incrociàvasi curiosamente un odore d'incenso che aliava da una pròssima chiesa ed uno d'arrosto sorgente dalla cucina. Giacinto aspirò quest'ùltimo con voluttà, sentèndosi galoppar le budella. ¿A che grado mai di cottura poteva èsser per lui quell'arrosto? per cui si volse a ragguagliare il suo oriuolo, dico la pancia, al pèndolo del caminetto (rappresentante in bronzo dorato la nàscita della Poesìa al suon della lira) e insieme scorse, con un sussulto, nell'ampio specchio l'apparizione di un viso incorniciato di una zàzzera negra, astiosa del parrucchiere - un viso gialliccio, a crespe ed ammaccature, dagli zìgomi in fuori e dagli occhi in dentro - ch'ei riconobbe, con un altro sussulto, per suo.

In attesa peraltro di pàscersi il ventre, cominciò a pàscer la vista gironzando la sala; e, camminando più sòffice che mai potesse, benchè veramente non ci fosse perìcolo che le ciabatte di lui scricchiolàssero, si diede a osservare, innanzi tutto, i quadri. I quadri èran pochi, ma significativi. Due grandi, di romanzesco argomento; il primo, cavato dall'Orlando Furioso, la dimora del sonno; il secondo, dal Don Chisciotte, Rocinante y el rucìo, che si fregàvan le schiene con tale amico entusiasmo da mèttere in pelle, a chi sol li vedeva, il prurito. Due poi di mole minore; uno, di tema ortolano, raffigurante verdure d'ìndole rinfrescativa come rape, malve, lattuga, aspàragi e zucche,, l'altro, di venatorio, un mucchio cioè di lepri, conigli, merli, oche, barbagianni, capponi - dipinti morti sì bene che parèvano vivi. Senonchè, ciò che attraeva ogni sguardo era il ritratto a mezza figura della stessa padrona di casa - donna Eugenia Caprara - in costume di Saffo, con una ghitarra sull'anca, un ròtolo in pugno e coronata la testa di quelle foglie gloriose "di cui ricca ne và la gelatina." E Giacinto la fisò avidamente, compitàndone il volto, grassoccio di floscia bontà e sorridente a sè stesso, e più fisava, più il cuore gli si rinfrancava, mentre già gli pareva - allucinato dalla speranza e dall'appetito - che il càndido velo di lei si mutasse in tovaglia, in menu il rotoletto, e che sotto l'alloro comparisse un tacchino.

Il che versando nuovo olio nel lume del suo semispento coraggio, permìsegli di esaminare più davvicino e al minuto gli arredi di quel salone. E osò allora scoccar perfino un buffetto alle teste pelate dei chinesini di porcellana che ornàvano il caminetto e acconsentìvano al mìnimo soffio, poi, fàttosi al pianoforte, sparso di mùsica appositamente scritta pel tonno, avanzò temerario la mano in un grosso quaderno che ne aggravava il leggìo. Era l'òpera - o come volèa il suo autore - il romanzo di acùstica, intitolato "il grand'orso preistòrico", cioè dieci atti di fiasco, tra i fiaschi il più colossale che fosse mai stato impagliato in casa Caprara,, un'òpera di cui la tesi èran gli effetti di una morsicatura arrabbiata e il dominante motivo l'asma, ma nella quale il maestro, al dire di chi s'intendeva, avèa dovuto sudare una indiavolata fatica per combinare note che stèssero in contrappunto perfetto, senz'èssere mùsica,, un'òpera inoltre, ricca di prefazioni, note, avvertenze, crìtiche e controcrìtiche, in cui Hans Hänschen, autor loro, enumerava le càuse filosòfiche e stòriche del mètodo suo e del vittorioso insuccesso, scrivendo fra l'altre cose, ch'egli s'era proposto di cancellare con la sua àlgebra armònica tutte le illògiche puerilità che ai tempi di Rossini e Bellini e simili effeminatori si chiamàvano arie, duetti, terzetti e vievìa. E, naturalmente, quest'òpera recava nel frontespizio la baronale corona e il nome della Caprara, chè la nòbile dama, in quella prima e ùltima sera del fiasco, avèa sciupato, applaudendo, quattro paja di guanti per ottenere l'onore di farsi urlar col maestro - generosìssimo atto, che valèa un... - e incoraggiò il nostro Umiltà a sfiorar colle dita la scoperta tastiera, traèndone fuori un... - sol-do.

Chè, come ho detto, il coraggio ripullulava in Giacinto. Sìstole e diàstole gli èran tornate in perfetto equilibrio. Dal pianoforte - dopo una pìccola sosta ad uno scaffale sul quale scoprì con assài meraviglia un volume dei Promessi sposi in istretto colloquio con un dizionario italiano-francese - andò a fermarsi al tavolone di mezzo, al trìpode così detto (volgarmente, trepiede) nel centro di cui un gran mazzo di fiori di carta che parèan di pezza si ergeva da un mucchio di manifesti di società di mutua ammirazione e di seccature pel pròssimo, di buste di lèttere dai laudativi indirizzi, di opùscoli e libri e giornali, tutti di un solo colore (cioè il blù-sùdicio della padrona di casa) e, torcendo la vite del collo verso una coppa, stette a occhieggiare i biglietti di vìsita di tutte le celebrità delle ùltime ventiquattr'ore - borsajoli in carrozza, improvvisatori felici di versi altrùi, còmpera-voti-per-vènderli, umani usignoli, artisti per amore del nudo, tinche e trotelle da inchiostro coi pescicani lor crìtici... - finchè, drusciata timidamente la palma sull'imbottito di una vicina poltrona, fece uno sforzo e vi siedette su 'n àngolo.

Di dove, godùtosi alquanto l'insòlito mòrbido, si arrischiò ad allungare la mano ai moltìssimi libri sparsi sul tavolone. Èrano libri di tutta attualità. C'era "del vacuo infinito", filosòfico saggio attribuito a Wagner, e "del paludamento imperiale sui nani", archeològiche considerazioni dedicate a...; c'èrano i romanzetti d'alcova d'alcuni màssimi nella Illetteratura, e, per converso, assài tomi della "raccolta pel seggiolino del buco", una raccolta che già comprendeva a quell'ora Il biscottino di Novara, ossìa il premio della docilità, storia patria,, L'insalatina, novella contemporanea,, La caduta del primo dente di latte, poema èpico,, gli oè oè, versi infantili, April dolce dormir, madrigali e stornelli,, La fede di miserabilità e Il risparmio del sale, manuali per l'onesto operajo,, L'ora delle galline osservazioni d'igiene,, Brodo del Seminario chapter del medio evo,, oltre gli studi "sul capponarsi" e "sul far lattovari e semate." "E fra poco, anche tu," fe' Giacinto con una occhiata paterna al suo manoscritto, "anche tu siederài al convito della intelligenza, ed io a quello del cuoco." Dicendo il che, s'era messo a sfogliare un grand'albo dai dorati fermagli. Stàvan nell'albo i ritratti in fotografìa della più parte delle suddette celebrità. ¡Caso strano! parèa soffrìssero tutti di feroce emicrania, almeno a guardarne le pèndule teste poggiate con sì stanco abbandono alle palme. Questo però procedèa dall'èssere stati sorpresi nella mezz'ora dell'ispirazione, ed è anche per questo se molti si èran lasciati fotografare in àbito tanto alla buona, anzi qualcuno in màniche di camicia e qualch'altro, principalmente tra i gazzettieri, in pouf. ¿Non era un segno, del resto, che in quella casa Caprara vivèvasi in confidenza? Sul che Giacinto Umiltà incominciava a trovarsi un po' men male abbigliato.

Quand'ecco, uno squillo di elèttrici campanelli, e quasi tosto l'aprirsi di un uscio. Giacinto si alza impallidendo e cerca di combinare la maggior piegatura di schiena colla minore probabilità di strapparsi lo strozzatìssimo frac.

Senonchè la baronessa... non era. Era invece una zuppa,, dirò meglio, a scanso di equìvoci, era un servo con un vassojo d'argento e una scodella piena fumante di zuppa, ch'ei deponeva su un tàvolo.

E Umiltà risiedette, posàndosi il manoscritto sulle ginocchia e sbadigliò lievemente.

Ma, nel medèsimo punto, dalla porta a riscontro, entrava la mangizuppa. Entrava donna Eugenia Caprara con un far di pretesa, incedendo sulle otto molle, tutta di bianco appress'a poco come il suo ritratto alla Saffo, salvochè in mano, al posto del rotoletto, tenèa una penna di cigno, ed in capo, invece della corona d'alloro, le papigliotte.

E Umiltà si rialza con pressa. Il manoscritto gli scìvola dalle ginocchia. Fà per raccôrlo di terra, si sbassa un po' troppo, egli sfugge... Gli sfugge cosa che riprènder non può.

¡Addìo arrosti! ¡addìo gloria!

SCENA SÈTTIMA Due buone mamme.

L'òrgano rumoreggiava le ùltime note della benedizione e parèa un temporale che si allontanasse. Lo spettàcolo per le tasche vuote era finito e i chierichetti si affrettàvano a spègnere i mille cerei che facèano del palco scènico dell'altar maggiore un vasto incendio - tutta indispensàbile luce per mantener la gente all'oscuro. Si udiva il fracasso delle scranne di paglia, che, appena sgômbre, èran rapite e accatastate, e il trascicare delle ciabatte di chi usciva dai panchi e i pìccoli scossi della bolgetta dello scaccino che chiedèa pei pòveri ai pòveri, aprèndosi insieme la strada ad ingiurie contr'essi. Donne per la più parte. Èrano vecchie dall'uomo a Dio discese, venute a pentirsi di non aver commessi in gioventù abbastanza peccati o a pentirsi - carità sopraffina - dei peccati del pròssimo, intanto che qualche ladro le alleggeriva della vanità della borsa, oppure venute a stabaccare incenso e a pregar la Madonna di un marito o di un terno, o se non altro, di un accidente al padrone, salva l'intera pensione; èrano giòvani aspettanti nell'ombra la conosciuta mano e il profumato biglietto o cercando quèi sospirati contatti che loro il giorno negava. Da ogni parte si avanzàvan le tènebre, si accumulàvano, si addensàvano. Le bugìe delle pietre tombali non si potèan quasi più lèggere. Parèan le vôlte innalzarsi. I preti èrano usciti: cominciava a entrare il Signore.

Ed io, in una poètica melancònica èstasi, stàvomi ancora appoggiato al monumento fastoso dentro di cui continuava a marcire una nota conciliatrice del rè e sul quale due statue velate abbracciàvano un'urna. ¿Copriva il velo il loro pianto o le risa? ¿era l'urna di cèneri o d'oro?

"Signorino..." fe' una supplichèvole voce dietro di mè.

Mi volsi: vidi la siloetta di una poverìssima.

"Signorino," ella ripetè incoraggiata dal mio pietoso silenzio. "Noi siamo in quattro... a morire di fame."

Sentìi al cuore una stretta. Perdonate; ero ancor galantuomo; ero in quella fortunatìssima età (chi dice stolta) in cui la nostra bontà ci fà parer tutto buono e il nostro appetito tutto pien di sapore, quando ci domandiamo con meraviglia a che tante leggi e manette e facilmente l'amore ci si sfoga dagli occhi, nè mai ci pare di entusiasmarci, di crèdere mai abbastanza.

La vecchia ripigliò: "Lei, signorino, è buono. Non mi ributta prima d'avermi ascoltata come fan tutti. E, forse, la colpa è mia, che non so ancor mendicare. Ma è il primo giorno che chiedo. Imparerò." E, continuando in un flèbile tono (dovrèi anche dire, con un fiato di grappa, se in verità ci avessi fatto allora attenzione) la mi contò, - intanto che ci avvicinavamo alla porta del tempio, non so se tenèndo io dietro a lei o lei dietro a mè - una semplicìssima storia di sventure (e quanto più sèmplice, tanto più commovente) come cioè ella fosse vèdova di un probo impiegato - il suo pòvero Pippo - cessàtole improvvisamente e con lui lo stipendio e il risparmio, e lasciàndola in una ignota città, priva di amici perchè con bisogno di amici, ella e le sue trè figlie, trè bellìssime bimbe dai quìndici ai diciotto anni. Ed esse avèan cercato lavoro, ma il lavoro non abbonda alle oneste. Avèano implorato la carità parrocchiale. La parrocchia non potèa dar ciò di cui manca. L'avèano chiesta alla Congregazione pia, e dopo cento vai-vieni, sùppliche, aspettative, èrano giunte a ottenere venti centèsimi al giorno in quattro, tanto da poter crepare affamate coll'òbbligo della riconoscenza. E tutto avèano esse venduto; non rimanèvano loro se non gli occhi per piàngere. Oggi poi, il martello della necessità avèa picchiato più aspro al loro uscio: la minor figlia, la Nina, era caduta ammalata a far compagnìa alla Polda, e perciò la pòvera mamma - scesa la notte a celarle il colore della vergogna - s'era recata in chiesa, sperando che ivi qualcuno venisse, non solo a dire, ma a fare il bene. Ahimè! ¡il ragno tesseva sulla cassetta della Elemòsina!

E, mentr'ella dicèa, la compassione mi guadagnava di parola in parola, màssime per il raffronto tra lei e la madre del monumento, la principessa gloriosa dell'impudicizia figliale. Chè l'umiliarsi di questa a stènder la mano per amore di Dio, sembràvami nobiltà doppia del ricèver dell'altra per amor della figlia. E quì pensavo come recarle soccorso, e sommando gli scarsi quattrini della minorenne mia borsa, facevo il conto di quanto potesse valere il mio oriuolo e l'àurea catena e poichè mi parèa che valèsser ben poco a paragone del desiderio, vi aggiungevo la spilla di perla e l'anello e i bottoni, e, non contento di ciò, sospiravo all'usura.

"Oh se lei si degnasse di venire con mè, signorino," aggiunse la vecchia, "¡vedrebbe che cos'è la miseria!"

"¡Pòvera donna!" diss'io, e la seguìi.

Così, dopo parecchie svoltature di strada, imboccammo una viuzza chiusa fra alte muraglie che facèvano spancio, dove i radi fanali giungèvano appena a mostrare che quello in cui avevamo intoppato era un coccio o una pietra e che lo sfuggichìo del piede lo si dovèa a un topo morto o ad un guazzo, e così fummo ad una bieca portina, sopra la quale splendeva una lanterna di carta con scritto: "per pochi soldi la felicità."

Ed ecco una turba di monellucci invàdere il chiassatello. Il chiassatello ne assorda. Èrano gli scolaretti-operài che uscìvano dalla lezione serale, sfoganti la concentrata fracassosità, quasi graziati dal càrcere.

"¡Barbisa! ¡Pistolfa!" strillàrono essi, affollàndosi alla porticina "¿a quanto i pollastri?... ¡Dammi un chilo di triolfa... un'a-mi-ca d'una lira, Barbisa!" e facèano gesti che per fortuna la penna non è capace di riprodurre.

Io m'arrestài spaventato e arretrài. La vecchia, che già procedèa nell'àndito mi si rivolse con uno sguardo d'invito...

Ma una buccia cocomerina la colpì nella fronte.

"Ah forche!" essa gemette recando la mano sul cosso.

"¡Lima! ¡lima!" rispose la ragazzaglia.

Dalle finestre degli ùltimi piani svegliossi un pispiglio, un parlottìo...

Io mi dilungài ancor più.

"Aspetta, che ve la darò io la triolfa!" sbraitò la megera, ràuca ed esasperata. E fece per spianellar sui nemici. Ma perdette uno zòccolo.

"¡Lima! ¡lima!" tornàrono i birichini, sibilando e fuggendo.

Ella raccolse lo zòccolo e lo scaraventò dietro loro.

SCENA OTTAVA In càttedra.

"Trovàndosi di passaggio per questa nòbil città la cèlebre Sofonisba Altamura del Connecticut, laureata in medicina, filosofia, botànica e astronomìa, la quale ha già commosso, elettrizzato, fanatizzato i pùbblici principali del nuovo e del vecchio emisfero, s'invìtano i veri amici del progresso sociale, e specialmente le amiche, a voler rènderle omaggio, intervenendo a una conferenza che la illustre Dottrice terrà intorno alla più ardente piaga del giorno, ‹la schiavitù delle bianche›. In questa conferenza, la donna verrà esaminata da tutte le parti, si enumereranno i tìtoli suòi psicològici e stòrici al primato animale, la si torrà insomma da quel carruccio di minorità in cui fu messa dal maschio, non tanto per sostenerne quanto per impedirne il cammino."

¡Sù, sù, donne! L'arrosto può bene abbruciare quest'oggi, anche senza di voi, e la biancherìa sporca rimanere innotata sul suolo. ¡Presto! appendete i vostri puttini affamati al collo dei loro asciutti pappà e staccate dal muro le mantellette e i cappelli... "La conferenza avrà luogo alle due in un'àula dell'asilo infantile, gentilmente concessa. Prezzo d'entrata, una lira, a tutto profitto della grand'òpera della Emancipazione."

Così dicèa un biglietto-programma che destramente un amico avèami imposto il dì stesso dell'annunciato pettegolezzo e che dovèa aver fatto, a guardarne il color-Isabella, il giro di mezza città, innanzi trovare il suo goffo. Ma, con mè, il goffo c'era. Chè io tengo un fortìssimo dèbole per ogni gracchione o papagallina di càttedra, màssime quando si tratta di una, la quale, con una filza di sragionamenti - corridòi che non condùcono a nulla - vorrebbe persuadermi che il sesso di lei ragiona meglio del mio e lì arma una requisitoria contro il sesso barbuto, tacciàndolo di conculcare l'imberbe, come se mezza maschilità non stesse invece a ginocchi, a bocca aperta, dinanzi a queste idolesse; tacciàndoci poi di mantenerle nell'ignoranza, quasichè mai una legge avesse loro proibito il buon uso dei libri e dei sensi, nè fosse lor stato al capire altro intoppo da quello all'infuori di un cervellino privo di zìpolo e così domandando a gran grida un invertimento con noi delle parti divise dalla stessa Natura nell'umana commedia, e divise a tutto loro vantaggio, perchè, se nostri sono il giorno e la piazza, la notte è di esse e la casa - quella casa che è il cuor del paese, quella notte che gènera il giorno. Dal che vedete, s'io sono poi tanto misògino come parrebbe alla scorza. Io non dimèntico mai di aver posseduta una mamma la cui profonda bontà facèa spesso arrossire il mio ingegno, e non dimèntico il bìblico de mulière homo. Uomo e donna complètansi vicendevolmente, come il bottone e l'occhiello, come il violino e l'archetto, come il seme e la terra. Potrèi, ne sono quasi sicuro, pensàndoci un poco sù, citarvi qualche dozzina di azioni che fanno onore alle fèmmine, e in ogni caso, se scrivessi di noi, mi esprimerèi assài peggio. Quì tuttavìa, in questo capriccio di fantasìa e in questi cinque minuti, volli vedere più con gli occhiali affumati del disinganno che non coi rosati dell'illusione - volli - e la mia scusa stà in ciò, benchè non stia il perdono.

Senonchè, tornando a' mièi polli (che, a dire il vero, sono piuttosto galline) vò a casa col biglietto-programma, dò la leva alla Delia - una ignorantìssima bimba che non sà altro che amare, un canarino che mi tien gaja la gabbia, mia provvisoria carìssima - e ce ne andiamo, allungando un po' il passo (chè Delia, quando c'è da abbigliarsi, spende un tempo infinito, forse per compensare la fretta dello spogliarsi) a braccetto, contenti più che due sposi, verso gli asili infantili. Ma, come temevo, la conferenza già volgèa al suo fine. Ogni punto v'era stato discusso e naturalmente vinto, ed ora, dopo il riposo di alcuni minuti, si attendeva il ripicco della perorazione. La gruccia intanto non avèa più coccoveggia. Sofonisba Altamura se ne era eclissata, forse a cangiare l'ideale coturno colla reale scarpetta.

Dunque, io e Delia occupiamo tranquillamente il nostro sedile e vi ci orientiamo. La maggior parte del pùbblico è nude panche. Nel resto, poche vecchie fisionomìe, troppo appagate per avere pagato, e quasi tutte in iscuffia e tutte della sòlita biscotterìa.

Chè, per esempio, c'è la marchesa Pàola Luzio-Medaglia, quella nana che pare stata anni in una infusione di tabacco del Moro, e che gira con un far da padrona la sala, perchè fu lei la promotora dell'adunanza. La marchesa è delle più assidue acculatrici di tutte le panche scientìfiche e letterarie della città, donde nutre la sua enciclopèdica ignoranza e però ha l'ìntima persuasione di èssere una gran letterata, tanto più che impiega annualmente una somma in inchiostro, in mazzi di penne, in carta netta e sùdicia. Eppure un granino d'ingegno lo ha e lo mostra nel guarnir di merletti i propri spropòsiti, nello stamparli, per così dire, in majùscole, in ciò diversa da molte, che li làsciano còrrere come la cosa più naturale del mondo. Delle quali un saggiuolo è colèi che stà in quella zòtica posa coi gòmiti sur il banco, reggèndosi fra le rosse manacce la zucca, e che ha capelli "alla Bruto", occhi da rospo, naso camuso e bocca che par contenga due noci. Il suo nome (suo, perchè l'ha inventato lei) è Ula di Monteferro, cui nel sottoscrìversi aggiunge "figlia del padre Sole e della madre Terra." Ula è la presidentessa della "Società còsmico-umanitaria contro Dio e i suòi ‹vice›, contro la guerra, il suicidio, il duello, la pena di morte e il matrimonio"; di più, è cavallerizza, giocatora di pallone, gazzettiera e scrittrice di un centinajo di romanzi e di drammi sanguinolenti come la carta del macellaro. Ma il mondo può dormire ancor quieto. Fin quì la nostra rinnovatrice non giunse ad emanciparsi che dalla sintassi. Ula, che sfida a improperi la sempreassente divinità, impallidisce al rovesciarsi di una saliera. Ula, che tiene sul tàvolo un teschio ed in saccoccia un pugnale, sviene alla vista di un topo. In fondo, ve la consegno per una innocua bestiola, nè più nè meno della sua vicina ed amica Aura Percotti, barilotta di donna, dai capelli imbandolinati alla cute e dal roseo visoccio, che sorride giulebbe e gira occhiate candite. Aura è una maestra ispettora. Sà a memoria e con abbondanza il toscano e la gramàtica del Soave, ed è una indefessa collaboratrice in quella raccolta già menzionata "pel seggiolino del buco", benemèrita dell'ignoranza. Nè c'è buona mammina che non aquisti annualmente le commediole della Percotti, dove l'amore par non impùbere ma capponato, e le sue Auree novelle nelle quali la diligente Virtù non manca mai di ottenere il gran premio e il ragazzaccio Vizio le pacche; tutto cibo che leva le forze, tutto vino che non lascia macchia, tutta scioccàggine che si smercia e si loda nel nome di semplicità.

Ma, vèh! non giunga tale parola alle dottìssime orecchie di donna Apollonia Sgambati e di donna Perla Smeraldi. Sola stoltezza che ammèttono queste è la complicata. Donna Apollonia, ad esempio, è la Capa della coalizione nostrana contro la mùsica fisiològica a favore della patològica, e poichè donna Apollonia allèa i propri principii ad un cèlebre cuoco, ha dalla sua la stampa e la tribù di chi suona. Ch'ella abbia posto per tutti, niun dubbio. Peserà cento chili a non calcolare la scienza, e si direbbe una saltimbanca di piazza cui non mancasse che il tamburone. Invece, donna Perla Smeraldi è una scopa in gonella. Costèi è l'azzurra, la dottoressa della camarilla - di quelle dame cioè, che, essendo al corrente di quanto succede alle fonti del Nilo ed ai poli, ignorano che mai avvenga in lor casa, che conoscendo i nomi latini e la vita d'ogni spece e subspece di tutte le bestie del globo, còmprano antichi gallastri per pollastrelle, che, zeppe la testa di logaritmi, àngoli, lati, equazioni, sono obbligate, per i conti del mese, a ricòrrere ai diti della fantesca, che, ritornate da una lezione di fìsica làsciano pèrdere il fondo alla caffettiera per mancanza di lìquido, o fresche di una d'astronomìa, nel regolar la lucerna, la smòrzano.

Oltre le quali, inùtile dire come fosse nell'àula il sòlito stormo d'appaltatrici di quella beneficenza a campana e martello ossìa pùbblica, cui è dovuto se l'eccezione della miseria divenne un mestiere normale - patronesse, ispettore, visitatrici, giracase, seccamalati e vievìa, tutte dilettanti-accattone, che fanno la carità coi denari degli altri e la rèndono invisa colla intromissione propria, tutte propagatrici di un socialismo assassino dell'individuo e della famiglia - e inùtile dire, come fra loro spiccasse la nostra Eugenia Caprara, co' suòi bianchi capelli a cavaturàcciolo, il suo naso pien d'importanza e tabacco e il suo risolino di compiacenza e di protezione, che tradotto dicèa "nul n'aura de l'esprit, hors nous et nos amis." Aggiungi però che presso lei, a raccòglierne il vaniloquio, stava ossequioso un barbuto figuro di cui la faccia parèa non troppo amica dell'aqua e l'àbito della spàzzola. Era egli l'ùnico bue di tutta la mandra - era il primo manubrio dell'òrgano loro "il Giornal delle Schiave", - era di tutte lo spiritual direttore. Noto assài nella libricastratio e nella pedagogìa, avèa, collotorto dell'ùltimo gènere, toccato i sommi onor della greppia, sempre attaccàndosi alle sottane, prima dei preti, poi delle donne. "¡Anima càndida!" esclamàvano queste. - "Tutto pelo," osservo io,, "¡dal parlar dolce!" sospiràvano esse,, "dal putire di capro," io aggiungo. Fatto stà, che il professore Tamberla...

Ma quì la marchesa Pàola Luzio-Medaglia, che spingèa lo sguardo alla rima di un uscio, volge la testa alle amiche, come a dir loro: "viene." Nell'àula si ridifonde il silenzio. Ecco difatti (e Delia dovette recarsi il fazzoletto alle labbra) Sofonisba Altamura. Sofonisba era più gobbo che corpo e meno volto che gesso; parèa, parlando, che aprisse non tanto la bocca quanto il naso e la bazza, e parèa, guardando, che meno mirasse con le pupille che non colle cìglia, tanto folte le avèa e annerite. Ma, come se i naturali orrori non le bàstassero, ella èrasene aggiunti più che poteva di artificiali. Certamente non la peccava ne' sottintesi. Avèa indosso tutti i suòi ori e tutta la sua guardaroba, un musèo di guarniture - orecchini in corallo, collane alla turca, spilloni a mosàico con sù il Colossèo, fibbie à l'Empire, braccialetti barocchi - sparsi su 'na toletta di roba vecchia e scômpagna, che cominciava da un cappellino con piuma celeste e veletta gialla e da uno sciallo aranciato a gran papàveri rossi e finiva in una gonna violetta e in un pajo di guanti verdògnoli. "Un vero," come Delia osservò, "arcobaleno smontato."

Ed èccola in càttedra. La si drappeggia oratoriamente lo scialle; la si raccoglie un istante colla mano alla bocca; poi, fra il più teso silenzio:

"Già mi pare," o carìssime, "di avervi a sufficienza mostrato come la donna meni l'uomo pel naso e sia di tutto capace, rovesciando con un buffetto quel castello di carte penosamente costrutto dai Santi Padri, Aristòtile, D'Elci, Giordano Bruno, Acidalio, Büchner... e sìmili stupidelli, scusàbili appena in riguardo al lor limitato intelletto di maschio - sul che, oso dire che di confutazione ne avanza per quanto ci si può in sèguito opporre - e così parmi di avere, non solo risposto, ma ritornate ai nemici quelle plateali insolenze di ‹serratura in cerca di chiave›, di ‹pera senza picciuolo›, di ‹tara›, ossìa ‹giunta dell'uomo›, di ‹semovente latrina›, di ‹fair defect...› e vievìa, che si provèrbiano contro di noi provando insieme, col numerarvi le nostre eroine dalla Saffo alla Sand, la eccellenza del sesso, donde consegue il dovere nei maschi di abbandonarci senza più sotterfugi il posto usurpato...

"Resta ora a vedere che si farebbe, se i maschi - alla nostra equa domanda - rispondèssero: no."

(¡Udite! ¡udite!)

"Certo è che il caso venne da loro previsto. Non altrimenti si saprebbe spiegare quel tenerci lontane dalla pùbblica cosa, quell'interdirci ogni esercizio educatore dei mùscoli, quell'obbligarci, che è peggio, in una spece di sacco, che ne impedisce e nelle idèe e nel fatto la libertà di procèdere. Di più; tutto il ferro lo sequestràrono essi a tutela della loro paura, fuorchè qualche scheggia da noi sottratta per gli aghi nè ci lasciàrono il rame se non avvilito in caldài. Oh bella grazia davvero quel prodigarci i due più imbelli metalli, dissimulate catene! Per loro intanto, il fùlmine in polve di Schwarz e le palle generatrici di morte; nostre invece, l'asciutta polve di Cipro e le palle... da rammendar le calzette!"

(Gruppi di risa feroci)

"Eppure - sorelle - un'arma, una terrìbile arma, non ce la tòlsero ancora - nè lo potranno - un'arma, dinanzi alla quale i loro cannoni divèntano cialde, e le lor pòlveri... Sedlitz...

"¿Che è mai?

"Ciò saprete. Quì stà il mio sublime mistero, quì l'uovo da mè covato per trenta e più anni, quì il dolce frutto di tanta amara radice. Ma permettètemi, prima, di raccontarvi il come della scoperta.

"Essa fu fatta come ogni grande scoperta si fà. Mi si offerse spontanea quando men la cercavo. Era sera; un dopopranzo. Avèo bisogno, perchè digerissi, d'irritarmi la bile, mio consueto caffè; e però avèo aperto quel mascalzone di un nostro odiatore Aristòfane (che io leggo in originale nè più nè meno di una Dacier) e ripassavo appunto Lisìstrata.

"¿Sapete voi chi fosse Lisìstrata? Una ateniese, che è quanto dire, una parigina dell'antichità; una donna tutto risorse, la quale, imprecando alla guerra civile che desolava la Grecia e volendo troncarla, avèa imaginato il più nuovo e più efficace spediente che mai si potesse. ¿Cioè a dire? Cioè a dire, chiamava celatamente a sè le mogli e le amanti delle due parti nemiche e, dopo un discorso che non par scritto da un uomo, tanto è pieno di lògica, le persuadeva e stringeva coi sacri orrori della religione a non far pace coi propri mariti, finchè i mariti non l'avèssero prima tra essi. E il ‹no› delle donne rumoreggiò allora per tutta la Grecia. Così la guerra fu sciolta.

"¿Ebbene? ¿che ne pensate? perchè mò la finzione di quel malignìssimo greco non potrebbe cangiarsi in una benèfica realtà? Egli l'arma ci addita: preoccupiàmola. I nostri amici migliori sono spesso i nemici. ¿Perchè non potremmo, ciò che Lisìstrata fece per amore di tutti, ripeterlo noi per amor di noi sole? Non c'è uomo cui manchi un po' di gonnella alle coste; non c'è donna, che, oggi o domani, non paja bella a qualcuno. Ora niente per niente. ¿Intendete? - Nulla da noi finchè i nostri tiranni non ci domàndino, supplicando, di èsserci schiavi"

(Principio d'applàusi).

"Senonchè," seguitò Sofonisba, "l'ìntima essenza de' maschi è la menzogna; chè non per altro hanno inventato quel solennìssimo inganno del giuramento. Giove, secondo loro, ex alto periuria rìdet amàntum - et jùbet aeòlios ìrrita ferre Nòtos. ¿Chi di noi non ne ha fatta lagrimosa esperienza? Dee un minuto prima, un minuto dopo s'è bestie... ¿E allora?"

(Frèmito d'attenzione. Anche Delia occhieggia la strega attraverso le stecche del ventaglio).

"Allora, o donne dei due emisferi," tuonò quella furia con un tràgico gesto, "¡vendetta! ¡Sì, orrenda vendetta! La cucina è in man nostra; in nostra mano è la vita dell'uomo. Io già aspiro con voluttà l'acre fumo de' boleti agrippinei; odo già l'unghie grattar verderame; odo i pestelli ne' bronzei mortài acciaccando cantàridi e gommagotta e vitriolo e scorpioni. ¡Che ogni fornello di guardaroba si converta in un trìpode d'Ècate! ¡che la virtù dei fiammìferi si colleghi a smorzare! ¡che tutti i veleni delle nostre toilettes pàssino nelle pance maschili! Giammài la benzina avrà nêtta una macchia maggiore. La gran notte è venuta, la grande ora scoccò. In mille fuliginosi camini si appicca casualmente l'incendio. Ogni spillo ha tolto di mezzo uno schioppo, ogni sputo una càrica. Si propàgan le fiamme; gèmono le campane sotto il martello incessante, e alla lùgubre luce, vedi i padri fuggire facèndosi scudo dei figli. ¡Ma invano! La spina del maschil sangue è strappata. Cola il sangue a torrenti, si eleva, si eleva, e tra lo scoppiar del petrolio e lo sfasciarsi degli edifici e l'urlo di chi s'affoga, l'inno s'innalza della Vittoria, che annuncia: spento è il mal seme d'Adamo. Eva s'è riscattata."

E quì la megera taque, anelando. La libìdine della strage scintillava negli occhi di lei e negli occhi delle sue vecchie uditrici. Ella taque e un battimani echeggiò. Da ogni parte si accorre alla cattedra nè l'oratora ha mani bastanti per tutte; si grida "brava!", si svèntolano i fazzoletti e il professore Tamberla, entusiasta, le offre... un cartoccio di caramelle di pomo.

Io tentài nel braccio di Delia. Delia girò verso mè il più moscadello e innamorato dei visi.

"E dunque?" le dimandài. "Vuòi emanciparti anche tù?"

Ella sorrise e rispose: "Per mè m'accontento di starti tutta la vita sotto."

SCENA NONA Trè ritratti, a figura intiera, grandi al vero.

Al viaggiatore che, per contentare "la Guida", và a visitare la pompa delle miserie dell'ospedale di X, non mai si manca di aprire con una tal quale solennità il salone delle adunanze dell'alto Consiglio, dove i signori Tarocchi della città, cui è commesso di fare il bene il più possìbile male (precipuo scopo della beneficenza pùbblica) riunìsconsi mensilmente su mòrbidi seggioloni, a guardare per qualche ora i polpacci delle divinità della vôlta, finchè il campanello del presidente annunci loro che il silenzio è levato, guadagnata la tèssera di presenza, e che è tempo, con un unànime voto, di... lasciar còrrere l'aqua pel Pò (e per le caldaje dell'ospedale) o di mèttere il "visto" sulla ferocia del mèdico A e le ladrerìe del farmacòpola B, facendo quello che secolarmente si fà e sottoscrivendo a quanto si trova già scritto. E c'è lì pronto un prato di tavolone con un sarcòfago argenteo capace d'inghiottir chi v'attinge e una barricata di carta e un mezzo deserto di sabbia e una selva di penne aquiline dalla punta d'oca. ¡Al sòlito sempre! il maggior apparato di scrìvere dove meno si pensa.

Ciò che peraltro interessa il colto visitatore non è tanto quel lusso di cancellerìa e di poltronerìa, nè il Cristo colossale di legno (un Cristo tradito da un nuovo Giuda e messo in croce nella più indegna maniera) e neppure la Maestà Sua di gesso (dico il busto del rè, modellato nel gesso, o perchè sìmbolo questo di un costituzionale sovrano o perchè còmodo assài ne' repentini passaggi di temperatura polìtica) quanto i trè ritrattoni delle trè somme benefattrici di quella malèfica baraonda.

E il portiere, additando per primo il ritratto di faccia al Cristo di legno - cupo ritratto dallo spagnolesco costume, in cui di bianco non spicca se non la enorme inamidata gorgiera, sìmile a un tondo con sù una testa mozzata - vi dirà che quel bujo e quella patrunia son nientemeno che la marchesa Andegari, moglie di don Ramiro, coronel de su sacra real Majestad, marques de Birbança, conde, visconde, baron... e lì un rosario di tìtoli, indispensàbili a porre un pòvero uomo, cui tòccano, nel comodìssimo stato di non saper più giustamente chi e' sia. La marchesa stà in piedi presso una tàvola. Posa, sopra la tàvola, una marchionale corona ma ella par rattenerne sulla fronte aggrondata l'incerchiatura. Le contrazioni quotidianamente uniformi de' mùscoli hànnole scritto nelle rughe del volto, meglio che non a parole, la fedina morale, e però, avendo l'artista tradito quì la natura un po' meno del consueto, vi si legge alla prima come la nòbile dama sia di quelle creature, cattòliche molto ma assài poco cristiane, le quali crèdono in buona fede di èssere entrate nel mondo per una porta diversa dalla comune. Io imàgino che nelle sue stanze fosse un'ùnica sedia e questa a lei riservata. Dal cadavèrico giallo e dal secco della sua pelle la si direbbe nudrita a sol pergamena e dalla rigidità delle membra sembrerebbe impalata - màrtire dell'etichetta - sul rettìssimo fusto dell'àlbero gentilizio. Intanto il di lei occhio mancino sbircia ad una stella gemmata che le stà al posto del cuore, mentre il destro si sbieca vers'un'àurea crocetta, che la corrispondente mano - o piuttosto zampa di pollo - impugna. Poichè bigottismo e albagìa, coteste scimmie del rispetto all'ignoto e della conscia virtù, si danno il braccio non rado. È infatti la religione che insegnò la viltà agli umani ginocchi. Ùmile per orgoglio, Caterina Andegari s'era degnata morire nell'àbito delle mònache scalze, lasciando loro le non più sue ricchezze da sminuzzarsi in tante annue doti, al pio scopo di accrèscer servi al Signore. Nè inefficace il suo voto ¿Qual miseràbile per duecentotrentatrè lire può rifiutarsi d'imporre la vita ad un nuovo infelice, quando, per molto meno, gliela torrebbe? ¡Vìvano dunque le doti della marchesa! ¡fiòcchin le sùppliche per maritare la propria colla miseria altrùi!

L'altro ritratto è invece una figura chiara su fondo chiaro. Rappresenta una fresca vecchiotta dal gaudente faccione, abbigliata di un nero velluto che la ricinge fin sotto le ascelle, ma a braccia nude e scollata e con in testa una cuffia bianca di pizzo e sopra la cuffia un cappellone di paglia. Costèi è una baronessa del grande impero, Olimpia Ercoliani. È uno di quelli esemplari di donna in istile romano-barocco, così bene intonate col militare rimbombo de' rossiniani motivi, di quelle bellezze senza risparmio e peccatrici senza rimorso di cui la ricetta s'è pêrsa. Nata in tempi nei quali ghigliottinàvansi coi vecchi capi i pregiudizi vecchi, la baronessa avèa entusiasticamente adottata l'acconciatura de' nuovi, inneggiando, tra i primi, a quello della fraternità. Troppo bella per èssere casta nè conoscendo l'arte del negare, ella veniva assài facilmente all'ùltima confidenza, anzi al napoleònico "affare di canapè", senza che il pòlline regio le desse mai la nasetta per il plebèo. Non sembra però che alla salute le fosse avverso il peccato. Novella Ninon, la baronessa oltrepassava i novanta, non solo sulle sue gambe (il che sarebbe già molto) ma con tutte le sue rotondità, tutti i capelli ed i bianchìssimi denti benchè pipasse da turco, con l'appetito di settant'anni addietro e uno stòmaco pari,, e così era giunta a quel salto nel zero, che noi chiamiamo la morte, avendo ad inalterate compagne le sue inobbedienze carnali e la giacobina spregiudicatura e la pugnace vivacità dai moti di verduraja e dai "mòccoli" di caserma, non ricordando altro cielo che que' della bocca e del letto ed in nulla fidando fuorchè in Napoleone e sè stessa. Non dùbito, vivrebbe ancora, se il mèdico non l'avesse voluta guarire. E la baronessa, anche lei, avèa ambito al pùbblico onore dei quattro metri di canovaccio dipinto e perciò apriva una "ruota." ¿Pensava ella forse alle volte che nel giocar l'ambo sortìvale il terno? Fatto stà, che la ruota gira tuttora, imbastardendo i leggìttimi e gareggiando col cesso. Così, Olimpia Ercoliani ha completato il misfatto dell'Andegari. ¡Giù figli senza paura, o sposi dalle duecentotrentatrè lire! ¡Malthus abbasso! basta la Provvidenza.

Ed ora, èccoci al terzo ritratto. Questo non è di marchesa e nemmeno di baronessa: è puramente di una Giuseppa Struzzia. Il ritratto è nel costume del giorno. Per quanto il pittore abbia cercato di confinarla, la signora Giuseppa, in una benigna penombra, dissimulàndola più che poteva fra il tappeto di un tàvolo e le pieghe di una cortina, se ne vede ancor tanto da stare certi che una delle trè Grazie non è. La màssima parte del seno le emigrò nella schiena ed il poco avanzato le si sviluppò nella gola. Non una faccia, è un naso; anzi, se tu ne avverti il tabacco e il plumbeo del colorito, è una vera boetta. Giuseppa Struzzia ti simboleggia la involontaria verginità. È la figura di una di quelle infelici che la lunga agonìa di un insoddisfatto appetito esaurisce e dissecca. Ma dalla scuola dei tormentati, i più feroci tormentatori. Sènape e fumo per gli occhi di chi l'attorniava, la signora Giuseppa possedèvane uno (e "uno", dico, di nùmero) cui non sfuggiva una sol bricia di male e possedeva una lingua che avvelenava ogni stilla di bene. Non s'induceva ad èsser teco gentile, se non per mostrarsi indirettamente villana con mè; e quantunque tenesse la propria vita per un ùnico dente, pur ne teneva abbastanza da insidiare all'altrùi. O tù, cieco nipote, ¿a che strìngerti il pane per adular di leccornie il suo irriconoscente palato, festeggiàndone o il nome o gli anni, un nome che mai non ebbe per essa diminutivi e degli anni or sfrondati da ogni promessa di frutto? E se, nondimeno, ti ostini nella fatua speranza ¿o perchè allora pompeggiarle negli occhi l'insulto della tua fresca sposoccia e della tua nidiata di bimbi? Non è l'oro soltanto che si ammucchia da lei, ma la bile; nè la bile è per indiavolàrsele insieme. Muor l'uomo, non i suòi odii. Vi ha gente, nota nella pùbblica fede, che li raccoglie,, vi ha leggi che li protèggono. Mira bene, o nipote, il funesto loscheggio dello sguardo di lei e il sottile sorriso di quella bocca slabbrata e su tutto quel ceffo l'incubazione omicida di un testamento. ¿Ma che dico, mira? Già i pesciolini del sospiratìssimo stagno ti lampèggiano innanzi, guizzando ver le paludi dell'officiale beneficenza. Completamente tua zia ti buggerò. Più non ti resta che a sentirne l'elogio dalle gazzette. Tua zia avrà un monumento: essa ha dischiuso un ospizio alla miseria non tua - alla miseria evocata dalle sue degne predecessore.

Poichè le trè illustri benefattrici han voluto eternare la loro perfidia o la loro insipiente bontà - il che, negli effetti, è tutt'uno.

SCENA DÈCIMA Il fèmmino.

"È una donna, credi."

"E io ti dico, che è un uomo."

"Ripeto, Scioli è una donna."

"Ripeto anch'io, è un uomo."

"Oh, perdìo, se non la è, sono io. Aspetta un po' a giudicare. ¿Lo diresti tu uomo, un coso che si leva alla una - parlo dell'una del mezzodì - e stà due ore in un abbigliatojo che sembra un negozio di profumiere, imbellettàndosi il viso e le unghie, pingèndosi le sopraciglia, facendo un processo ad ogni capello, ad ogni crespa della camicia, per poi, ingollata una tazza di quella tèpida aqua che chiàmano il tè e spesa un'altr'ora a scègliersi l'àbito e ad annodar la cravatta, uscire... a un nuovo ozio? ¡Tò, vèdilo appunto! de càpsula tòtus, spandendo una puzzolente fragranza, scollacciato, in calzettine di seta e lustri scarpini (chè non ebbe mai forza di portar stivaletti e tanto meno stivali) coi guanti ‹nùmero sei, trè bottoni› (nè in casa ne è senza), con l'ombrellino per timor della luce e col ventaglio per timor delle mosche,, vèdilo camminare tra il peritoso e il nojato, quasi andasse sulle ova, tratto tratto aspirando una boccetta di sali, fermàndosi ad ogni mostra di gale, màssime dove son specchi, accomodàndosi allora con un pèttine i ricci... ¡E guarda anche! ha un braccialetto. Non gli màncano insomma che gli orecchini."

"Ma io non alludo, gioja, al suo tenore di vita."

"¿E chi ti parla di vita? Non è vita quella. Eppòi, di'. ¿Ti pare uomo un èssere il cui farfallino cervello non sà insìstere logicamente in nessunìssima idèa e però o ti affolla domande sopra domande che non attendon risposta o, come vede il lampeggio di una discussione sul serio, ti pianta e và a ripararsi in mezzo alle gonne, dove si màngiano dolci e pàrlasi amaro, dov'è sol moda e calunnia? e là chiàcchiera chiàcchiera col suo vocino da vespa - impalpàbil ciarlìo a nodi grammaticali che non lègano niente - offrendo, ora all'una uno spillo, ora all'altra un mentino? ¿un èssere, di cui gli affari più gravi, oltre la maldicenza, sono descrìverti una toilette, scarabocchiare una cifra, far cestelli di carta, raccògliere francobolli, dirìgere cotillons, non leggendo altre stupidità all'infuori de' giornali di sarta, chè perfin Carcano e Sacchi son già cajenna per lui? ¿un èssere finalmente, che ti sà il linguaggio de' fiori meglio di una educanda e la modìstica terminologìa meglio di una sartrice e ti sà il punto a uncinetto e il punto a crocino, mentre non regge in carrozza colla schiena ai cavalli e si ubbriaca con una ciliegia allo spìrito e si mette le mani alle orecchie allo sparo di un confetto-sorpresa?"

"¡Eppure, fu a volontario!"

"¡Bel volontario! per forza. Chè, quando la guerra scoppiava, Scioli scappò... alla militare Accademia."

"Ci vuol già del coraggio a scappare. ‹¿Chi non sarebbe codardo, se osasse?› Ma lasciàmola lì. Io non ti accampo a testimonio del sesso, il morale, le alte regioni di Scioli,, ti accampo solo le basse..."

"E anche quì hai tortìssimo. Mira l'insegna. Non un sospetto di barba. Presso la sua, la guancia di una bambina è traliccio. Ei sà di muschio, viola, eliotropio, patchouly, Jockeyclub, tutto quello che vuòi, non di maschio. Le donne gli stanno invano vicine,, anzi, egli fà loro l'effetto di quel tal sale per cui le belle britanne odiàron Bacone che lo avèa messo alla moda, il nitro; e per mè, t'assicuro, se avessi una figlia, gliela lascerèi seco a letto più volontieri che non col casto Arbrisseul che dormiva fra due per domarsi la carne. Nè davvero comprendo, com'egli abbia bisogno di tanti calmanti, essèndone uno egli stesso. Ma, a sentirlo, ¡poerino! soffre sempre di nervi, di nàusee, di mali di capo, quasi volesse insinuarci che è di diffìcili lune. Cert'è, ch'egli tiene uno speciale talento per conservarsi in una perpetua infreddatura mercè le pellicce e le sciarpe e, non foss'altro, di un male non manca mai, la paura. ¡Bisognerebbe tu fossi da lui quando lo coglie un doloruccio di ventre! Tutta la casa sossopra. Scioli grida: ¡son morto! Chi accorre col scaldaletto, chi col pitale. Panni caldi di quà, senapismi di là... Sua moglie..."

"Alt! Me la dai vinta tu stesso. ¿E non è uomo, se ha moglie?"

"Sì, l'ha, stando almeno ai registri dello stato civile; ma non signìfica questo che la moglie di lui abbia marito. Altro è possedere la gabbia, altro l'augello. Uomo, dicevano i nostri antichi, è chi può fare un altro uomo, ed io aggiungo, educarlo. Scioli ha sì moglie, non figli; nè io credo - se lo Spìrito Santo non vi pone il suo becco - che egli ne possa aver mai, per quanto Scioli si sforzi di farsi ingravidare. "

FINALE La palingènesi della donna.

Pùbblico mio, la commedia è finita. Tò! più nessuno. Gli spettatori se la cavàrono bellamente per non compromèttere la lor dignità cogli applàusi. Nòbili segni del loro passaggio, sono bucce d'arancio, gusci d'arroste, spiegazzati programmi, scorci di zìgaro, aspèrgini ammoniacali - e un fischietto, che è la perduta espressione di uno di que' benèvoli che vanno a teatro col preventivo giudizio in taschino o lèggono i libri dopo di averne scritta la crìtica. ¿Ma ecchè? ¡Lampadài del diàvolo! Anche i lumi si spèngono; ond'io, pòvero autore che pretendevo di rischiarare il mio pròssimo, tròvomi al bujo, obbligato a cercarmi tastoneggiando la via.

Senonchè una fresc'àura mi sorrade la fronte. Non più l'afa, non più l'ottuso dell'arte. Sotto mi risuona il terreno, mentre m'inciàmpano i piedi come in radici e do' del capo in cosi ondulanti quài pèndoli d'orologio. E un nuvolone si squarcia. La luna appare cornuta, inargentàndomi intorno il ricco fogliame di una selva di noci, tutta a frutti di forca.

In questa, un rumore da lungi, qual tuono, e sulla mia testa, che aggriccia, uno sbàttere d'ali e un rombo. Nella lunare atmosfera nereggia, un istante, un'immensa granata con su accavalcioni scarmigliate figure l'una all'altra aggrappate. Sono le streghe che, nude e unte, vanno a tregenda. E la granata dispare e in una folata zufolante di vento il rombo muore in distanza.

Ecco in fondo, un lumino - in fondo, in fondo com'è nelle fiabe delle vecchie nutrici. Io anelo arrivarlo. Vò e vò, accèlero i passi, pur non procedo. Sembra piuttosto che cammini la strada per mè, vènendomi incontro. Il terreno sfùggemi sotto come la ruota motrice negli antichi opifizi a chi dentr'essa si sgamba. E già il lume m'è a lato.

¿Che è? Una casa in rovina; la snumerata abitazione del boja. E sulla soglia, dove il chiaro di luna si sposa ai caldi riflessi della luce interiore, stà lo stesso inquilino, stà l'egregio chirurgo della legal medicina, in un palandrano verde-smontato e in un galeotto berretto, che a fiore di labbro mi fà: "Ti attendevo."

Entriamo. È uno stanzone illuminato da torce dal giallastro chiarore e dal puzzo di camposanto. Potrebbe pigliarsi, da chi non avesse paura, per una cucina. Ma io, paura n'ho molta. Io non scorgo che coccodrilli impagliati, che aborti e diavoletti in ampolle, e lambicchi dal naso lungo e schêltri e corna di narvali e ova di roc, tutta roba indispensàbile a un mago,, e scorgo nel mezzo una fornace in mattoni, bassa e quadrata, con su un trìpode in bronzo e una colossale caldaja di tersìssimo ottone.

L'onesto assassino si accarezzava la sua barbettina di capro, guardàndomi malignamente. "¡Incontentabile!" disse, "te ne fabbricherò una io... perfetta," e, sbassàtosi, alzò, per un anello di ferro, una pietra.

Un cupo stroscio si udì. Vidi un negro baratro di aqua corrente e sulla bòtola lessi: làcrymae amàntum. E trèdici volte il boja ne attinse, versando la secchia nel bacino di ottone.

Ciò fatto, egli mi porse una scure grommata di sangue e capelli, e additàndomi un mucchio di combustìbile e un ceppo da tagliar legna umana, mi ordinò: "¡Spacca!"

Strinsi la scure tremando. Formàvano il combustìbile, fràcide assi di bara, òrride ancora d'arruginiti chiodi e di brandelli di lino, pezzi di confessionari e inginocchiatòi oscenamente polluti e pezzi di trave lùcidi e lìsi dal cànape, quercèe coperte di eròtici dizionari, canghe cinesi, spàzzole eccitatrici, ficulnei prìapi, fàscini in cuojo, gambe rotte di letto... - e lì mi diedi a spaccare, e, spaccando, tenevo d'occhio al mio boja, che avèa aperto un vastìssimo armadio dov'èrano innùmeri vasi a mo' di que' de' speziali, di faentina majòlica, soprascritti a caràtteri goti coi nomi di Filomela, Tàmar, Erodìade, Emma, Lyonna, Jezabel, Mirra, la Brinvilliers, mamma Needham, la Borgia, Caesar regina, Eliogàbalo... e mille e mill'altre.

Sul che, babbo Stricche, grattàtosi col dito infame la nuca, schiuse pel primo il baràttolo di Eva, la protoputtana, donde trasse uno specchio e una piuma che dopo di avere pulito, con un rastiatojo, di certo glùtine nero (e questo pose in un piatto) gittò nel bacino. Indi passò ai vasetti di Marìa Stuarda, la troppo fedele alla chiesa e troppo infedele agli amanti, e di Marìa Egizia, la battezzata colle làgrime sue, da cui tolse un pajo di crocefissi, con su inchiodato un dèus mutìnus, ch'ei nettò parimenti della nera putrèdine e gittò nel bacino; e così fece dei filtri, nodi scorsòi, fòrbici e lime, estratti dai recipienti di Dàlila e Dejanira, le vincitore di Sansone e di Èrcole, e di Bersabèa e Brisèide, le impazzitrici di Dàvide e di Achille; e così del ferro di mulo ch'egli trovò da Santippe, (la vera cicuta di Sòcrate), così della lingua della Moglie di Giobbe, (quella moglie che Dio, nel rapir tutto al suo amico, ùnica gli lasciò, a maggior punizione), e degli stili, colubri, faci incendiarie e veleni, cavati dall'urne di Clitennestra, Medèa, Taide, Locusta, Tarquinia. E in sèguito il mago (chè boja non oserèi più chiamarlo) scoperse i baràttoli della socràtica Aspasia "sage au parler et folâtre à la couche", della màscula Saffo, d'Ipazia l'astrònoma, Afrania l'avvocatessa, Stàel la letterata... ed èccone uscire uno stormo di papagallini e di palloncelli di vento con orecchie asinine, di cicale e di ochette, che, tortito sul piatto la sòlita pece, vòlano nella caldaja, intanto che dal vaso di Làura, gran dolore al Petrarca e gran seccatura all'Italia, sprigiònasi spontaneamente una gentile civetta che tien la medèsima strada. Nè basta. Dalla coppa di lei che immortalò Menelào e da quella della grossa Margot, l'ammogliata al rè di Navarra e a tutti gli ugonotti di Francia, il mago si provvedette corna d'ogni materia e lunghezza, mentre da Psiche, Pandora, e dalla Moglie di Lot, altrettanti pugni di frasche; dalla casta Zenobia dai candidìssimi denti, da Penèlope, Porzia e Lucrezia, màschere e fardi; e da Talestri, Giovanna d'Arco e Giuditta, malli di noce e fichi d'India spinosi, ch'egli contemperò (sempre s'intende spazzàndoli dal glùtine nero che deponeva man mano sul piatto) coi grani di pepe e di ortica, tolti dai vasi di Messalina, Contessa A*** e Pasìfae aggiùntovi inoltre un po' di pelle agnellina della Vèrgine-Madre riunita alla pelle di cagna d'Ipparchia, e un po' del cervello d'Eloisa, turbolente di sogni, alla prudentìssima vulva commisto della Moglie d'Agrippa. E poi non mancò di scoperchiare i baràttoli di Semiràmide, della papessa Giovanna, Agrippina, Contessa Matilde, Elisabetta la grande, Cristina Di Svezia, Marozia, Cleopatra, per elèggerne penne paonine e tacchi alti tutti intrisi della sòlita pece, e intrisi ancor più di quanto ne èrano attaccaticci gli àbachi e le tariffe, le sanguisughe, le gole di grù e i ventri di struzzo, presi da Flora, Làide e Metiche dal quarto d'ora, da Lamia, Sinope abisso, Fanòstrata, Crispa e dalla Cheòpide. Scoperchia e scoperchia, la caldaja s'empiva - una variopinta miscèa d'ogni fatta di roba. Ci si vedèano peli di porco, peli di volpe, di scimmia, di gatto, di giumenta e di àsino (quasi tutti strappati a regine dalla mano sinistra), ci si vedèano e grilli e berretti a sonagli, tràppole e reti, pezzi di sùghero (forse cervelli), calzette (forse coscienze), pìllole d'oppio e palle di piombo, denti nascosti in sorrisi, trombe d'Eustachio al rovescio, assortite bugìe, tutelari spugnette, enigmi, fughe per farsi inseguire, rapine abbigliate di tenerezza, "sì" che parèvano "no", e "no" che parèvano "sì", piàttole ed esche, banderuole e farfalle. E anche il piatto, che il mago teneva fra mani, rigurgitava della nerìssima pece.

Allora il mago aprì un finestrino nell'alto, da cui piovve un raggio di luna, e mettèndovisi sotto si die' a stemperare col grattatojo la cupa tabe fojosa, piena, a quanto parèa, di becchi di pàssero e colombino sterco. Ed ecco farsi, la sanie, trèmula e iridiscente e poi fumosa e fosfurea, sviluppando un acutìssimo odore di stoccofisso e di Brie. A tale odore, oscillò per la stanza come un fioco tintinno d'isìaci campanelli, un catenaccio di castità, appeso al muro, si ruppe, si sciolse un nodo dello spilletto e un filo di verginità si accorciò,, a tale odore, i capelli mi si drizzàrono impriapiti e mi trovài sbottonato. E le chiavi infìlan le toppe, i lìberi chiodi si fìccano nelle fessure e nelle bottiglie i turàccioli, cade il pestello entro il bronzino e la paletta fra le gambe alle molli, mentre i gatti sul tetto gnàulano disperatamente, bùbula il gufo, e la luna falcata, che scòrgesi dall'abbaino, corneggia più volte le sue estremità, come fan le lumache, cercando di riunìrsele. Spalmata è la peste, e il mago la getta fremente nella caldaja.

Io, intanto, avèa zeppa la sottofornace della legna spaccata, alternàndovela con carboni di rogo, fascinetti di spini e di mirto, ciuffi di sàndice, eringe, puleggio, ruta e mandràgora, che crescèvano a cespi fra gli interstizi del pavimento,, anzi, v'avèa aggiunto quanta carta sùdicia m'era caduta fra mani, cioè squarci dal Baffo, dal de matrimonio di Sanchez, dal cànone de dilectìssimis, dal trattato di Villanova ut mùlier hàbeat dulcèdinem - et caetera. Ma il mago non mi disse pur grazie. Un mago non dev'èsser gentile. Ei s'inginocchia sù di un cuscino colle armi della duchessa d'Estampes coronate dalla tiara papale; e borbottàtavi una giaculatoria alle dee Mùtuna, Cuba e Cicinia, disaccòcciasi un'àgata in forma di cuore, già estratta dall'urna di Caterina de' Mèdici, spiccàndone, mercè un tau egizio di ferro, una scintilla sul combustibile. Poi scaglia il cuor nel bacino. Si attacca la fiamma e crepitando si sparge per le fascine e le legna e lentamente si svolge a lambir la caldaja. Ed egli la instiga, dischiudèndovi-sotto le vàlvole di due canali di rame, sull'uno de' quali stà scritto suspiria; oscitatiònes sull'altro.

Sòffiano i tubi; sprònano il fuoco. Questo si alza furiosamente, mentre il mago rimùgina con una spada l'infernale miscèa e la miscèa si fonde e comincia a grillare e pùllulano bolle che scòppiano. Si addensa la superfice del lìquido e tenta di sollevarsi ma sempre si squarcia e ricade. Aumenta il follicare dei tubi, aumenta il fragor del bollire; geme la polta e si torce per trovare una fuga. Infine, una pellìcola appare, che può, dopo vani conati, èrgersi intera; e si erge prendendo vaporosamente un'umana figura e intrasparendo in un roseo di mattinal nebbia. Un biondìssimo fumo dalla fragranza di muschio vela la tremolante figura e si direbbe una chioma che giù s'innanelli a larghe onde; e fra l'aurèola di esse e del fumo, và la figura accentàndosi a femminili curve e turgenze. Una bollicina di azzurro (vitriòlum caeruleum) le scoppia nel mezzo ed ecco frèmerle a pelle il reticolato venoso; una striscia di minio (cinnàbaris mercuriàlis) vi guizza ed ecco guance soffuse di pudico rossore, con una bocca che è un bacio; due faville vi scàttano, ed ecco due occhi, lucidi di desiderio e di làgrime, che intensamente mi fisano.

Amore mi tiranneggia. E già le pàlpito in braccio, e dileguo entro lei; ed anche il sogno dilegua.

Un'oncia meno di sangue; un libro di più.