Downloaded from https://bit.ly/2S3frXV
Stàvano i deportati - una quarantina - uòmini e donne, sulla nuova spiaggia tra
le cataste di roba e le pacìfiche forme degli agnelli e de' buòi; stàvano, chi
in piedi in una èbete immobilità, chi a terra finto
un pensiero, e quelli che avèano osato il lazzo, cercàvano dissimulàrselo. E
giràvano, interrogante, lo sguardo, ora alla ignota terra, seguèndone il dorso
montuoso, findove, digradàndosi e
A un tratto, gli sguardi, chiamàndosi vicendevolmente, affollàronsi verso la rada ad una nave in ormeggio, per dilungàrsene, poi, con una scialuppa dalla sventolante bandiera, che a loro veniva, tuffando e rituffando le pinne de' suòi dòdici remi. In quella, era il loro destino.
E, infrenellando i marinAi le grondanti pale, s'insinuò la scialuppa tra le molte
altre amarrate, e blandamente approdò. Due officiali ne ascèsero: il primo,
giòvane d'anni
I deportati rimanèvano immoti. La loro ànima, tutta, affluiva nelle pupille.
I due officiali incedèttero gravi. A un segno del luogotenente, le guardie strìnsero il cerchio e nel cerchio i prigioni.
Il capitano, allora, volgendo su di essi un'occhiata benignamente severa, si tolse di seno un plico dal largo suggello, che ruppe, dicendo: d'òrdine della Maestà Sua. -
E spiegò il foglio, e chiarissimamente lesse:
"Uòmini sventurati!
"Tutti voi - ben sapete - siete rei di delitti, che le ferree leggi, dai vostri
padri sancite e per essi e per voi, e accolte dalla maggioranza presente,
vèndicano colla troppa perchè
spegneva col male il malato, poca, perchè con essa vi avreste,
scellerati di tanto, aquistato a lievìssimo patto l'oblìo; - nè volendo
macchiare con una sola goccia di sangue, per quanto infame, un giorno del regno
Nostro, ringuainammo, inorriditi, l'ad
"E così Noi vi perdonammo la scure, mutàndola in un eterno esilio, in mezzo alle solitùdini dell'Ocèano.
"Nè quì cessava la Nostra Clemenza, nè poteva cessare, poichè, per essa, Noi
volevamo, non prolungarvi la morte, ma il vìvere. E però l'ìsola in cui vi
abbiamo costretti, fu scelta in una tèpida, pingue, indisputàbile plaga. E
insieme, vi si provvide di quanto bastasse a cibarvi le forze, finchè la non mai
sorda Natura risponda alle vostre assidue preghiere e provveda lei, e vi fùron
concesse, contro la fame, il cielo e le belve, armi a difesa di quella vita, che
Noi ci rifiutammo di tôrvi. Risparmiata v'è dunque la prima
altra, più orrìbile
ancora, quella con i sìmili vostri. Sorga invece la terza, che è la
sola benèfica - la guerra con voi medèsimi - e sìane Pace suggello.
"Ma, quì, la Nostra Clemenza ha un fine. Non uscirete dall'ìsola mai. Per voi, le sue dense foreste crèscono inùtili al mare. Era già responsale lo Stato della punizione vostra: lo è oggi, del Suo perdono il Sovrano. Avendo voi mortalmente offesa la Legge, offendendo ora la Grazia, fareste, Noi, offensori di essa. La Patria non ha più nulla a sperare da voi, nè voi dalla Patria.
"Ed ora, èccovi completamente lìberi! lungi da quella Società, che odiavate e necessità dell'errore; quì ne
dovrete accusare la volontà.
"Noi ritiriamo la Nostra mano da voi, e, abbandonàndovi alla implacàbil Coscienza, vi condanniamo a ridiventare uòmini onesti."
Il capitano taque. Una tranquilla emozione si diffondeva nella indulgente sua faccia. E una làgrima cadde sull'autògrafo regio.
I deportati tacèvano pure. Forse, ad alcuno di loro, il fine temuto, or che fuggiva, diventava un desìo. Ma i più, inabituati a capire, non capìvano nulla.
Il capitano, rifatto severo, piegò il largo foglio, che pose sovra una cassa, dicendo: è per tutti - poi, con la mano, accennò.
E, al cenno, le guardie rùppero il cerchio d'intorno ai prigioni, e, facendo schiera di sè, mòssero dietro ai due officiali, che ritornàvano ai palischermi. E tutti si rimbarcàrono e distaccaronsi dalla riva.
...Ex feròcibus unìversis sìnguli metu suo, obedientes fuere . TITUS LIVIUS
Finchè le scialuppe non giùnsero al bastimento, finchè il bastimento non le raccolse e confuse nella sua mole, stèttero i relegati, silenziosi ed immoti, accompagnàndole con gli occhi intensi di sguardo.
Quantunque, corrotti il palato dal pimento dei vizi, male potèssero
assaporare la tenuità di un affetto gentile; quantunque la Patria
fosse lor stata avversa, e il suo nome non sovvenisse che òpere bieche, che
odii, che umiliazioni, tanto più acute quanto più meritate, tuttavìa, la
maggior parte di essi non poteva sottrarsi a un languore di melancòlica
insoddisfazione, a una amaritùdine indefinita, vedèndosela allontanare. Ora,
in quella nave, in que' palischermi, non iscorgèvan più il mezzo che li avèa
tratti alla pena, ma i figli di quelle selve, che avèano forse addensato su
di essi e i loro delitti una fedele ombra; nè più scorgèvano nelle vacue
catene che rivarcàvano il mare a nuovi polsi, i servi incorruttìbili
dell'altrùi volontà, i freni alla pigiata lor rabbia, ma i mùscoli delle
patrie montagne, che
Quand'ecco, si udì lo stampo di un piede, e una tìnnula voce di donna echeggiò: vili! - Una giòvane snella, dal profilo tagliente e dalla chioma nerìssima, svolazzante, s'era piantata spavalda su di una cassa, e lampeggiando fùlmini neri da' suòi occhi aquilini, squillava: vili! uòmini inutilmente maschi!... volete a marito noi donne?
- Brava! - rispose una voce secca al pari di nàcchere. E veniva da un mala Nera. Su!...
viviamo per vendicarci!... La forma del cappello c'è ancora: nulla dunque è
perduto. Han bel fuggire i nemici, han bel gittarsi migliaja di leghe alle
spalle, i codardi!... Il mare è di tutti. Là ci sono foreste...
- Evviva il Letterato! - fu il grido.
- E quì braccia! - urlò un uomo, alto-squassando un pugno massiccio, di
quelli, che, se tòccano irati, ammàzzano; un uomo, il quale, a pie' della
cassa che sosteneva la Nera, nel sobbracciare a questa, insieme alle gonne, i garretti,
e volgendo un rùvido viso all'insù, barbuto e cigliuto in castagno, cercava
con gli azzurri suòi sguardi gli ebanini di lei. E allor la druda, ratto
sbassàndosi, e serràndogli, in un entusiasmo selvaggio, con ambo le mani, il
capo dal mozzo crine, v'impresse un bacio schioccante, dicendo: Gualdo
assassino!
- Evviva il Beccajo! - si applaudì nuovamente.
L'incanto era rotto. Da ogni parte, grida che volèvano èsser parole, parole
che volèvano èssere idèe: idèe e parole, che accumulàtesi da mesi e mesi in
quelli angusti cervelli, irrompèvano ora alle labbra, vi si stipàvano per
sprigionarsi, pugnando a chi primo, e a vicenda impedèndosi. E parlàvano
tutti a una volta. Parèa che il tempo
E intanto si sconficcàvan le casse della carne salata e del pane, e due,
ondeggiando, barellàvano in mezzo un botticello pesante, sul quale era
scritto: branda. Un lùrido vecchio, plumbeo di faccia e incalottato
di nero, con la barba biancastra e le fosse degli occhi che sembràvan
castoni vuoti di gemma, lo fiancheggiava additando, e cavernoso facèa:
largo! chè il Dio si avanza... Si avanza il Tocca-e-sana, il Cacciaffanni,
il Sole che non tramonta mai!... Largo all'aqua che toglie ogni macchia,
all'aqua di vita!
- Scoppiò un altro grido: viva il Raccagna! -
E lì - a sganasciare e a cioncare. Abbuja.
Due ore dopo, leggero il barile, greve la pancia. Dal cibo, la bestialità avèa riavuto il consueto dominio. Una colonna di fuoco, accesa in un monte di stipa e di assi dalla stessa sentenza del filosòfico prìncipe, slanciàvasi altìssima, lingueggiante e scoppiettante, e illuminava di un chiarore rossastro ampio tratto di mare. Fuggirono spaventati i giovenchi, fuggirono gli agnelli. Ombre ballonzolanti le si vedèvano in giro; una ridda, un tumulto di fèmmine e maschi, nelle cui vene avvampava il furiale liquore, confusi in amplessi ribaldi, urlando, strillando.
Di onesto, uno solo - un mastino.
Ma, tutto intorno - quale tàcita accusa - pendèa la calma sublime della
Natura. Le stelle si ammiccàvan l'un l'altra amorosamente nel più profondo
turchino e la luna
Gualdo il Beccajo svegliossi. L'acuta brezza ferìvagli la somma
pelle; l'ànimo, la sorpresa. Chè, assuefatto a svegliarsi in un ambiente
bujo, più bujo ancora del sonno, a trovarsi, dopo le imaginate lusinghe di
Il cielo si rischiarava. Le prime pennellate del giorno si distendèano per
l'orizzonte, arancine e porpuree. Nell'immòbile mare, non più bastimento;
solo, da lungi, il biancheggiar di una vela. Il Beccajo si guardò a
lato. Èragli a lato la Nera, accovacciata in una rozza schiavina,
anelante, con le traccia, sul viso, della voluttà che
Ed è verso costoro che Gualdo il Beccajo, crollàndosi l'ùmida notte
di dosso e sbadigliando e tergèndosi, con le due mani, il sopore dagli
occhi, venne con passo avvolto e col cervello impaniato. E li trovò
complottanti, intorno ad un fascio di carabine e a de' barili di
pòlvere.
- Buon dì, apòstoli - disse con voce roca il Beccajo, stendendo loro
una palma negra e pesante che nessuno toccò - Ah, li avete stanati i
crocifissi, vojaltri!... Gran
- Indietro! - gracchiò Antonio il Cipolla un mozzicone di uomo,
opponèndosi a Gualdo in una postura smargiassa.
- Come!... indietro? - Gualdo tuonò, le vene frontali gonfiate - Indietro a me? Cane! - e fe' l'atto di agguantarlo alla strozza.
Aronne il Letterato allibì. Saettando al Cipolla un'occhiata,
che comandava pazienza: pace - disse - Beccajo!... La tua
parte è tua. Non c'è nessuno che ti voglia far torto. Aspetta soltanto che
la divisione...
- E tu aspetti? - interruppe Gualdo insultante; e, di colpo, aggrappato un fucile, gridò: ciò che piglio, è mio! -
Se un'altra sguerciata di Aronne non
- Pace, Beccajo! - ripetè il Letterato - Pace, vojaltri!
Roba ce n'è per tutti. Poniàmola prima al sicuro... Tempo di litigare non
manca mai. -
E lì, intercessa una tregua, fu, innanzi tutto, deciso di mèttere insieme una
specie di capannone. Detto fatto, èccoli all'opra. Si ripèscan dal sonno i
più al fondo, e da ogni parte vedi occhi abbagliati, bocche oscitanti,
andature allacciate. Si squarcia il vergine suolo; colà, piantoni, ramoruti
e frondosi, rovìnano sotto la scure, e quà si riàlzano nudi; ecco, in
brev'ora, un gran tetto, e sotto al tetto, accatastata ogni roba. E,
intanto, si ripigliàvano i fuggiti buòi dal tintinnante sonaglio e gli
agnelli dal lamentoso belìo, sparsi per la
Naque, allora, un bisbiglio, che propagàndosi divenne grido: la divisione, la divisione! -
E la divisione incominciò e compissi con meno litigi di quanti ne preannunziava. Dal mangiaticcio all'infuori, che si trovò di serbare in comune, il rimanente, armi, àbiti, attrezzi, tutto fu scompartito. Le idèe di mio e di tuo, confuse assài in que' capi, rispetto alla roba degli altri, facèvansi, rispetto alla propria, di una maravigliosa chiarezza. E la concordia parèa ristabilirsi.
Quand'ecco, Giorgio il Rampina, un grassoccio dalla cute rosea e
splendente, dalla testa calva e dagli occhi libidinosi, dire con una mòrbida
voce: non è ancor
Ma Tecla la Nera, piantàndogli in faccia due sguardi, che èrano
stilettate, e accennando a sè stessa, esclamò: noi non siam roba! -
Rispose con acrèdine Aronne: tu sarài, o sfrontata, quanto vorremo
noi... o piuttosto... io.
- Tu?... perchè tu?
- Perchè sono uomo io, e tu donna; perchè io comando e tu devi obedire.
- Comandi? - entrò a chièdere Gualdo sardonicamente - comandi a chi?
- A lei... a tè... - fe' il Letterato, sbilurciando ai compagni; e
con audacia: a tutti.
- E chi lo dice? - tornò a dimandare il Beccajo, strascicando la
voce.
Saltàrono in piedi otto o dieci ribaldi, battendo i calci delle lor carabine,
e gridando: noi!
- E allora... all'inferno voi... lui... tutti! - eruppe il Beccajo -
Tu il capo? tu?... Soppiattone!
- Io sono il più forte...
- Pah! - sclamò Gualdo con un scoppio di risa - il più forte!... Vedi là! - e snudò, distendèndolo, un braccio in cui guizzàvano mùscoli, che gli avrèbber concesso di fare alle pugna col michelangiolesco Mosè.
Ma il Letterato sorrise beffardamente:
- La forza dell'uomo è questa - disse, e toccossi la fronte.
- Sei un aristòcrata! - fece il Beccajo, sputando a terra con
sprezzo.
- E tu un mascalzone! - ribattè l'al
- Carta sporca non val la pulita - sentenziò arrogante il
Beccajo.
- Vale - rimbeccò il Letterato - quando è sporca di un mille.
Chè io non ho mai fatto la birba per meno. Non come tè, stolto. Tu
che scannavi un cristiano per guadagnarti un grappino... Poh!
- Ma almanco scannavo. Il sangue lava lo schifo dal furto. Tu non avesti mai tanto cuore...
- Cuore?... Gran che per averne!... Ma un uomo io lo stimo quanto insaccoccia. L'ànima umana stà nella borsa. Vuota la borsa, addìo ànima!...
- Non dottorare! - avvertì, minaccioso, il Beccajo.
- Ed io - continuò a gonfie vele Aronne,
- Ma paurosamente, l'hai stesa - Gualdo ritorse - come avessi creduto di fare del male!... Mendicante ladro, che non avevi coraggio di mètter la firma alle tue lìvide azioni e lavoravi alla muta e tremavi nell'ombra! Di tè non si seppe che quando fosti in bujosa. Mè, invece, conoscèvano tutti. Il mio nome stava, tant'alto, in ogni crocicchio, sotto quello del Rè. Chi lo leggeva, imbiancava...
- Bravo, ma e intanto? Intanto che il figliuol di mia madre era onorato,
ringraziato, baciato da quelli stessi ch'egli tingèa,
- Ma spargendo il terrore - interruppe il Beccajo - Io stancài la
sbirraglia. I zaffi perdèvano volontieri le traccie mie. Dietro a me si
sguinzagliò un reggimento; non, come a tè, fu informaggiata una tràppola.
Nè, come tè, mi arresi a un pezzo di carta. Non mi arresi a nessuno, io: mi
si pigliò, grondante del mosto mio e del loro. Dillo tu, Nera, se
mento! Ed io non ho cantato compagni, come tè. Non mi si avrebbe potuto
strappare un sol nome colle tanaglie!... Nè ho fatto gli occhietti umidicci
ai giurati, nè ho chiesto perdono... Tutti li ho stramaledetti, io,
tutti!... Vedi là! - e Gualdo atteggiossi superbamente, e lo sguardo di lui
esigeva l'applàuso. Umanità vanitosa, che, non potendo della virtù, ti
glorii del vizio!
Senonchè, Aronne, ghignando:
- Vera ricetta, la tua, per raddoppiarsi la pena!
- Che tu temevi, e non io! - ripicchiò inviperito il Beccajo. - Al
boja, con tè, non era d'uopo la raspa!... E voi - (ciò, alla sospesa
ciurmaglia) - obedireste a quel vile?... Chiodra! Non vi fidate! Io lo
conosco da lunga mano. Non vi fidate di quel suo obliquo pezzuolo
inzuccherato di adulazione... V'imbroglierà tutti quanti. Io no. Io vi
potrèi anche freddare, ma intrappolarvi, giuraddìo! mai. - E Gualdo taque,
attendendo; ma, come non venne risposta: tutti degni di lui! - disse - Non
vi temo. Il leone non teme la volpe. Chi stà colla volpe?... Chi stà col
leone?...
- Col leone! - gridò entusiasta la Nera, e gli gittò al collo le
braccia.
- Col leone! - ripetè Mario il Nebbioso, e gli strinse la mano. Era
Mario un giòvane diciassettenne, pàllido, dai negri, lunghi e ondati capelli
e dal profilo purìssimo, ma aggrondato le ciglia, schernitore le labbra.
- Ed io! ed io! - acclamàrono quattro o cinque altri fra i più scapigliati, e due o tre donne meno scarse di sangue, attruppàndosegli intorno.
Anche il mastino passò dalla sua.
Ma la più parte continuava a tenere dal Letterato. La maggioranza
stà colla paura, e siccome il diritto segue la maggioranza, il diritto,
stavolta, dovèa dirsi di Aronne.
- Avanti! - sbraitava la Nera, per niente atterrita, alto-brandendo
un'accetta - Quà, baldracche, coraggiose sui letti!... Avanti, tu,
Smorta! annegatrice del bimbo per vendicarti dell'uomo... Mè
pure hanno Maga!
biascia-castagne e schiaccia-limoni, che santocciavi su e giù per le chiese
a canzonare il Signore e a spogliar la Madonna degli ori... quelli ori che
io, invece, le ho appesi dal collo di una rivale strozzata... Avanti, tu,
Arciduchessa! maestra d'aborti, che furavi alla vita chi non
era ancor nato... Anch'io ne ho gelati, e parecchi, ma èrano uòmini e forti.
Avanti, tu, Serva! che vendevi i tuòi baci per denaro e per
schiaffi... Io pure ne prodigài, ma, ai baci i baci, e agli schiaffi le
pugnalate. Con tutte voi, è fin troppo una pantòfola smessa. Avanti,
zambracche!
- Avanti! - urlò Gualdo, afferrando il suo vuoto fucile e volteggiàndolo in aria come un randello - A cui puzza la vita, avanti! -
Ma il Letterato, con l'esangue paura nel volto e le labbra convulse:
alto! - disse - non rivolgiamo contro noi quelle armi, che dèvon servire per
noi. Ciascuno a suo senno. Chi non vuol stare con mè, chi non mi Non mormorìi, non applàusi. Ma Aronne avèa dato
una voce al sentimento comune, sempre in cerca di forma, e però tutti
tacitamente, approvando a sè stessi, approvàvano a lui. Il tenue suo
sagrificio di amore proprio, che gli era, del resto, pagato in tanto favore,
salvava il loro; nè la prudenza avrebbe saputo far meglio di quanto, ora,
facèa la vigliaccherìa. Tutto al bene fluisce: dove non può la virtù, giova
il vizio. E, allora, ebbe luogo la spartizione seconda del greggie e
della vettovaglia, e l'ebbe in un silenzio di umiliazione, non essèndoci
alcuno tanto birbante da disconòscere il torto, benchè nessuno ci fosse
così galantuomo da confessarlo.
E poi, il Beccajo
e la fazione di lui - sette uòmini in tutto e trè donne - con le lor
robe e il bestiame, tràssero ad accamparsi fra le prime avvisaglie
della montagna; nè molto stette, che fùrono visti a gialleggiare
sull'azzurro del cielo nuovi tetti di creta, mentre, dall'una parte
e dall'altra, si consumàvan le nozze colla vèrgine terra e le si
affidava il seme del pane.
Ma quella pace era infida come un sorriso di donna. In quella pace
si agglomerava la guerra. Forse, que' ferocìssimi non l'avrèbber
potuta sopportare altrimenti. Chè, se il lor piede si tratteneva,
puranche, sovra i terreni che mano mano lor guadagnava il lavoro,
scorrèa l'àvido sguardo e ristava in que' de' nemici. Marra e
bipenne non èrano che armi dissimulate. E, intorno alle case,
vedèvansi fossi e rifossi non aperti
In questa calma da temporale, si trascinàrono cinque mesi. Già si attendeva la messe dai campi, e Gualdo attendèvala anche dal grembo di Tecla, ma d'ambe le parti, più che la messe, era atteso un pretesto allo sfogo degli odii - quel tale pretesto, che foggia la stoffa del torto nel taglio della ragione.
Or pensate se ad una voglia sì fissa ne poteva mancare! Un dì, Cecilia la
Fulva e Clementina l'Allegra, della banda
Fu, sull'istante, spedita una ambascerìa.
Ma l'inviato non tardò a riapparire, dicendo che gli si era sghignazzato sul muso e risposto: se la vi preme, venite a pigliarla. -
Gualdo traballò d'ira. L'ira gli si pingèa morella nel volto e gli strangolava la voce.
E, fiammeggiante negli occhi e additando ingiuriosa alle case di Aronne, gridò: noi verremo! -
Notte. Il cielo è una sola nube. Non un
sospiro d'àura, non un grido d'augello. Eppure tale profonda immobilità par sempre in sul punto di dar la scappata e cangiarsi in un vorticosìssimo moto, pare che selve, monti, cielo - viepiù incombenti, viepiù soffocanti - dèbbano a un tratto inabissare con noi nel vacuo infinito. È il terrìbil sublime, è l'orror pànico. Nulla più spaventoso di una sìmile notte, fuorchè una coscienza colpevole. Senza vento, il mare è grosso, è inquieto, è nero come l'inchiostro. Nel lamentoso suo ruotolarsi alla spiaggia, senti come echeggiare fioca la voce delle mirìadi delle sue vìttime.
Zitto, dinanzi alle case di Gualdo, su di un mammoso rialto, stà un gruppo di gente appoggiata ai fucili. È alle case di Aronne che guarda. E laggiù, ecco un lume apparire e sparire - una - due - trè volte.
Tutto va bene. Dice quel lume, che Nicola il Dragone riuscì
nell'impresa. Novello Zopiro, il Dragone, sfregiàtosi il volto, ha
disertato ai nemici, ed ora, sulle porte di quelli, immersi nella fiducia e
nel sonno, veglia a tradirli.
E i còmplici suòi discèndon dal tùmolo, poi, sparpagliati, procèdono per la pianura, col fucile in bilancia, tendendo il passo pien di sospetto e lo sguardo, ghiotto di strage, alla volta del lume. E, come nubi sàture di bufera, èccoli riaddensarsi sotto il nemico steccato.
Un filo di luce guizzò... Orrore!... Il Dragone avèa tenuto parola;
il Dragone era ben là ad attènderli, ma lìvido e lungo, ma
appeso ad un ramo, che si piegava all'insòlito frutto.
E, tosto... un barbaglio e un fragore. Due
Il colpo è fallito: bisogna fuggire.
E fùggono, abbandonando i caduti, fùggono verso le loro trincèe, già imaginando nel trèpido orecchio il pestìo degli inseguenti, già sentèndone l'ombra sul dorso gelato.
Ma, purtroppo! i nemici non sono loro alle spalle. A un tratto, dalle case di Gualdo, colpi di schioppo, strilli di donna, e l'uggiolìo di un cane. Una colonna di fumo vi si alza, e in mezzo al fumo, una fiara. I nemici son là: l'incendio è con essi. Nereggia l'ossatura dei tetti su 'n vìvido rosso; indi, uno schianto. Le pòlveri sono scoppiate. Impòrpora il cielo, solcato da incandescenti carboni; è un istante; poi, tutto riabbuja.
E, oh quante riabbùjano insieme, fatiche e speranze!
Era il Beccajo rimasto come folgoreggiato: era caduto il fucile di
lui, e, cadendo, esplodeva. Gli altri, Làzaro il Guercio e Sergio
il Ranza, avèano ululato due esecrazioni in tuon di spavento, e lo stesso
Nebbioso si
Ed ecco, due femminili forme venire correndo verso di loro, svolazzanti le gonne, seguìte da un grosso cane al galoppo.
Era Tecla, la prima.
- Gualdo - ella fece con voce affollata e ansante, mentre smaniosa agitava
una pistola - per oggi, siam vinti. Stanno i nemici dov'èrano le case
nostre. Tutto distrutto... L'Allegra, scannata... Fuggiamo!...
salviàmoci alla vittoria -
L'altra, che tenèvale dietro a non breve distanza, raggiungèndola in quella, parve inciampare, e cadde sbattendo i denti.
- Cecilia ha paura! - disse la Nera con sdegno.
- E tu?... che hai tu?... - chiese Gualdo accennando alla destra di lei, rigata di rosso.
- Nulla! - rispose - un bacio di piombo.
E lei stessa aprì arditamente la marcia. Fu raccolta di terra la tramortita,
fu scagliata ai nemici un'ùltima imprecazione; poi, tutti inselvàrono - duce
il Nebbioso, cui non avèa taciuto la selva segreto alcuno.
Ed è negli amplessi delle inviolate foreste - muta rampogna all'uomo del suo
perduto rigoglio e della perduta innocenza - e tra il fragore dei
diroccianti spumanti torrenti, e gli echi delle sinuose opache convalli e
gli aerei picchi dove l'àquila stride e i precipizi vertiginosi e le audaci
rupi pendenti in eterna minaccia, che Gualdo e la banda di lui tràssero e la
vita e il rancore per due lunghìssimi mesi, sempre
Un dì, Gualdo era uscito alla caccia. Era solo. Quel dì, il paesaggio parèa
addobbato a festa; non fronda che non gorgheggiasse, non foglia che non
rifrangesse come scaglia di specchio, il suo dardo di sole. Ma invano su
Gualdo fluiva a torrenti la gioconda luce; invano la tìmida àura aliàvagli
in volto i suoi baci piumosi. L'ànimo del malvagio è impervio all'alfabeto
di Dio: l'ànimo del Beccajo era fitto,
E, cammina e cammina, sempre in discesa per dirotti scaglioni, venne a
trovarsi il Beccajo, fra luoghi che non gli riuscìvano nuovi, dove
gli abeti serbàvano ancora le ferite della bipenne e il terreno le vestigia
del piede. Poco dipòi, diventava la selva meno frequente di travi e cessava:
cessava a un tondeggiante rialto, sul quale, quasi funereo lenzuolo, era
stesa una gran traccia di nero, sparsa di calcinacci fuliginosi e di
scheggie carbonizzate.
Il Beccajo die' un gèmito cupo, e si addentò il pugno, insultando
all'inarrivàbile Dio. Tutto avèa egli perduto; i nemici nulla. Se ne
scorgèvano, laggiù nella piana, le odiate case, ancora salde, ancora impuil Beccajo si rimboscò.
E già la notte e il silenzio si riadagiàvano nella fossa terrestre. Pura brillava la luna, e il paesaggio, co' suòi biancheggiamenti e le ombrìe, rendèa aspetto di un viso smortìssimo dai lividi calamài. Dinanzi all'antro, presso una quercia che per sè sola era un bosco, sedèano i tre compagni di Gualdo, alimentando la fame di un queto fuoco. Sibilò un fischio; un altro fischio rispose; e Gualdo si aggiunse ai compagni.
Appariva, intanto, alle fauci della caverna la ritondella e fulva Cecilia,
sulla quale tremoleggiante si rifletteva la fiamma. E Cecilia, fatto segno
al Beccajo di venire a lei, zitta, lo precedeva al didentro,
susurràndogli: guarda... -
Colà giacèa la Nera. Benchè illuminata da un resinoso chiarore,
parèa che sulla faccia di lei fosse appena nevato. Non più, ne' suòi tratti,
quella fera inquietezza, quella rapina di brame, di stìmoli e affanni, che
nè il sonno domava; sibbene, una calma perfetta, la calma della
soddisfazione. E, vicinìssimo a lei, anzi in lei, fra il seno pomoso,
alitante, e il flùido braccio, posava un nuovo pìccolo èssere, tutto una
polpa, con le cicciose manine ai labbruzzi, bagnati di latte.
Gualdo riste' sussultando. Lo invase un rimescolìo, che di senso si fe' sentimento, un sentimento a lui sconosciuto, che parèa rispetto e parèa timore e parèa rimorso. Nè osava pur di fiatare. Più non sentiva che il bàttere forte delle sue arterie.
Lentamente il sopore si elevava da Tecla
- Nostro! - ripetè involontariamente Gualdo, e un'ansia di gioja lo strinse.
Egli, il violatore delle leggi degli uòmini, non poteva a quelle sottrarsi
della universale Natura. Dio, il semplicìssimo fra tutte le cose, entràvagli
in cuore per vie inattese; quanto trent'anni di Forza non avèan potuto,
facèa in un àttimo Amore. E Gualdo si lasciò cadere, o piuttosto, trovossi a
ginocchi
Fu il primo bacio tra le ànime loro.
E in un commosso silenzio, la mano di lei nella sua, ei rimaneva accanto
alla Nera. I suòi occhi, lùcidi più che mai, volgèvansi, ora
alla mamma, ora alla bimba, sulla quale indugiando, sembrava che ne assoruna casa...
E l'èstasi sua, a poco a poco mutàndosi in sonno, e i suòi pensieri
fondèndosi in sogni, ecco innalzàrsegli nella fantasìa, la casa tanto
desiderata - una casetta gentile, di cui, glìcini e rose le pareti,
rondinelle e colombi l'aggrondatura dei tetti, credèvano fatte per loro.
Intorno intorno, un giardino, allegra tavolozza di
E udì il risuono di un gèmito. Freddo madore gli pullulava sul fronte. Si
guardò attorno. Bruciava silenziosamente la teda, ripercotendo sulle
fuliginose1 pareti il suo visìbile eco. Guardò la Nera e la bimba.
Dormìvano placidamente. Tecla parèa languire in una mitìssima voluttà. Nel
volto le stava effuso il contento; e le labbra di lei, quelle labbra
rinfocolatrici di astii e aizzatrici a vendette, mormoràvano: pace
-
Gualdo si tirò in pie'. Non più indecisioni. Biancheggiàvano i cieli. Bevette
una sorsata di branda, s'insaccocciò qualche pezzo di carne arrostita, prese
il fucile, e barattate alcune parole con Mario, che vigilava alla salvezza
del fuoco e alla loro,
Perocchè Gualdo avèa risolto di aquistarsi una casa. Ma casa non vi ha senza
pace; ed egli avèa fisso di aquistarsi la pace. Or, come
arrivare alla presenza di Aronne? e come, arrivando, riuscire al suo cuore
impreparato dalla sventura?... che offrirgli? che dimandargli?... Gualdo, in
certo qual modo, gli avrebbe dovuto chièder perdono. Pensiero tale
gli sommoveva il limaccioso fondo dell'ànimo, eccitàndovi a galla un
orgoglio luciferino, e allora capiva, che la più ardua parte di quella
impresa, non era tanto di vìncere Aronne quanto sè, e sostava in pendìo di
ritornare nella miseria e nella disperazione. Senonchè, tosto, la imàgine
della sua bimba innocente, la cui sola difesa era la pietà degli altri,
s'impadroniva di lui, lo forzava a
Ed ecco, diradàndosi la pineta, sciorinàrglisi al guardo, da lunge, gli azzurri deserti del mare; da presso, le carbonchiose vestigia delle sue case. E, sulle vestigia, ancor più sinistro di esse, Aronne.
Era colùi, che Gualdo cercava, che intensamente volèa: eppure, diede uno scatto come a cosa inattesa.
Nè il Letterato parve meno sgomento. Tuttavìa, a ripigliarsi, fu il
primo. Appuntò ratto il fucile verso il Beccajo e fe' fuoco...
Ma errò.
Egli si vide perduto, lasciò cadere il fucile e si volse, cercando la fuga.
- Ferma! - vociò terribilmente il Beccajo - ferma! o ti raggiunge la
morte. -
S'arrestò il Letterato di botto, e gittossi a ginocchi, implorando
pietà. Smarrita la lingua, favellava coi gesti.
- Io non venni - Gualdo rispose, che a lui si appressava e mitigava la voce - per voler la tua vita; sibbene la mia. Non temere! - aggiunse, scorgendo che quèi non finiva di stralunare gli occhi e di tòrcer gemendo le sùpplici palme. - Non temere! - iterò con un buffo, tosto represso, di bile, offeso dall'ostinata viltà di colùi. - Guarda! - e depose lo schioppo - Son disarmato. Piglia bene la mira. Puòi ammazzarmi con tutto tuo còmodo. -
A tali parole, Aronne, che già gli sbirciava, fra la speranza e il sospetto,
fuggèvoli occhiate, portò machinalmente la mano ad una delle pistole che gli
pendèvano dalla cintura, ma si rattenne. Lento si alzò e
Il Beccajo continuò:
- Io venni per domandare... pace... perdono. Ben sai; avèo giurato di
miètermi il pane sulla tua testa, di averti quì sotto - e battè forte il
calcagno. - Tu mi avevi oltraggiato, mortalmente oltraggiato. Se un topo, un
mìsero topo, al pie' che lo preme, si rivolta e morde, dovrà, un
uomo, lasciarsi impunemente schiacciare?... Ma la Fortuna non mi
seguì, ma una orrìbile vita, in cui la pena seminava altra pena, mi apprese,
che folle è combàttere contro chi tiene dalla sua... il cielo! - e lì,
sbassàndosi Gualdo e riunendo una manata di carboni e di cènere - Ecco le
case mie! - sclamò in un tuon di dolore che ottenebràvasi in rabbia; e ai
venti le sparse. - Ed ecco le tue! - gemette, e additò la pianura.
- Or vedi se il cielo combatteva per noi! - subentrò il Letterato
con un profondo sospiro. - Vedi se noi risparmiò la contagiosa Sventura! -
E, in poche e desolate espressioni, si fe' a raccontare, come uno stizzo
delle case inimiche avesse appiccato l'incendio alle sue; come cioè,
partendo il bottino di Gualdo fosse, sul luogo medèsimo, sorta una nuova
divisione degli ànimi, anello primo a una nuova sequela di guài. - Molti
sono i caduti - disse - che non si mòssero più. Jeri la vittoria fu
nostra... Gabiòla intoppò nel suo laccio... Pur tu vedi
Il Beccajo afferrò ambedùe le mani del Letterato, e gliele
serrando con ansia:
- E tu vuòi dunque continuarla?
- Per forza. La sicurezza nostra stà solo nel loro totale sterminio. Troppo son vinti i nemici, per sperare una pace... quindi per domandarla.
- E tu domàndala loro - fe' Gualdo. Aronne maravigliò. Egli, i cui tòrbidi
occhi schivàvano sempre gli altrùi, fisò stavolta in pieno il
Beccajo. - Io?... che ho vinto? - ribattè a mezza voce, ma insieme
dovette abbassare lo sguardo, punto da un interno rimpròvero.
- Non te l'ho chiesta, io, a tè?... io, il più forte? - insistè Gualdo.
Oppòsegli Aronne:
- Allèati meco.
- Con tè, sì; contro di loro, no. Ti voglio èssere amico, non còmplice. -
Continuava la silente sorpresa di Aronne. Quantunque la persuasione gli
permeasse già in cuore, le labbra di lui riluttàvano di confessarla. E,
infatti, gli ànimi non generosi stìmano vile piegarsi alla ragione degli
altri, senza pensare che la verità è una sola, vèngaci essa da qualsisìa
paese, e che chi cede a questa ragione non sua, cede infine a se stesso, di
cui si è già fatta. Senonchè, gli sguardi incalzanti di Gualdo non gli
lasciàvano tregua, gli penetràvano nella pupilla, invano difesa dalla
palpèbra, lo raggiungèvano nella coscienza, difesa invano dal pregiudizio;
tanto che Aronne fu astretto a rialzare la testa e a dire: - Ebbene... sia!... Pace con tutti. - Gualdo balzò dalla gioja:
- Giuriàmolo - esclamò:
Distese l'altro la mano, incominciando: giuro...
Ma Gualdo gliela rattenne, facendo: aspetta. - Tolse di terra un fumaccio, segnò con esso un crocione su di una pietra, e: giuriàmolo quì - disse, scoprèndosi il capo.
Giuràrono. - Era la prima volta, che Gualdo si ricordasse di un Dio, per non bestemmiarlo; era la prima, che Aronne non l'invocasse per meglio ingannare.
E la pace fu, e, in gran parte, si dovette al Beccajo. Caso nuovo!
quel Gualdo, cui, nell'offesa, mal soccorreva, per la tardità della idèa e
la ingordigia dell'ira, la lingua, sì ch'ei dovèa ben spesso parlar con le
mani,
Dunque, s'ebbe la pace. Pur non bastava. Fondamenta e muraglie dimandàvano un tetto. Occorreva che la pace durasse, e che si sentisse che poteva durare. E, d'ogni intorno, si bisbigliava di un capo, si bisbigliava di leggi.
Tutti assieme, dal dì dello sbarco, i deportati non s'èrano più riveduti. Si
fissò un giorno. Arrivò, e il convegno ebbe Letterato. Molti, che già le avèan disfatte, si èran congiunti
a rifarle. Èrano quelli forse che picchiàvano, ora, i chiodi più saldi.
Ma, ahimè! in quale stato si rivedèvano essi! Pochi mesi di libertà senza legge, il che viene a dire, di servitù volontaria al vizio e alla miseria, avèano cospirato a lor danno, peggio del lungo regime di una legge senza libertà, il regime del càrcere. D'ogni parte, visi estenuati dai non sazi bisogni e dalle più abbiette malattìe dell'ànimo, e panni che parèan piuttosto filaccie a mal nascoste ferite. Benchè comune fosse stato il delitto, si evitàvano, a muta, lo sguardo. Non era ancor l'odio al peccato, ma qualche cosa lì presso, il pudore. Nè osàvano pur di contarsi.
Poi, quando Aronne, dopo di averli con tutti, passò, abbrividendo, di
fibra in fibra, d'ànima in ànima.
E Aronne;
- Sopra il passato, o compagni, è meglio porre una croce. Tanto varrebbe, il parlarne, del farci l'uno dell'altro accusatori, del provocare, nello stesso scolparci di quelle prime maledette discordie, altre... più ancor maledette. -
- Noi giuriamo la pace! - Gualdo esclamò, elevando la mano.
Si udì un mormorìo di assenso e venticinque destre si alzàrono.
- E chi la guastasse, la pace? - dimandò Aronne.
- A morte! - echeggiàrono tutti.
- Ma, e chi potrà dire: or la pace è guastata? - ridomandò Aronne con astuta ignoranza.
- La legge! - rispose il Beccajo, tosto abboccando all'esca del
Letterato. - Sia fatta una legge!
- Una legge! - iterò il papagallame.
- Ebbene - fe' Aronne - giacchè la volete una legge, propongo
anzitutto, che chi uccide o ferisce sia ucciso. Chi non accetta, si
alzi. -
Nessuno si alzò. Nessuno l'ardiva. E il Letterato scrisse su 'n
foglio l'unànime voto. Poi;
- E chi ruba?... e chi froda?... e chi strugge?...
- A morte! - interruppe il Beccajo nell'entusiasmo dell'ira.
- Troppo! - osservò Àmosi l Lima, un mammamìa color foglia-morta, e
(borbottando:) -... chi uccide, sia ucciso; chi ferisce, sia ucciso; chi
ruba, sia ucciso... -
Ma il Letterato pacatamente:
- Proprio; in faccia alla legge, non c'è. La legge vuol la stessa obedienza e in solajo e in cantina, e nell'unghia e nel capo. Tòccala in tanto così... - e segnò sulle dita - tòccala in così tanto... - e segnò sulla mano - è tutt'uno per lei. -
E tutti, allora, acclamàrono: a morte!
Donde, si venne a disputare del modo. Ognuno avea il suo a proporre,
e tal fu, che, in così bella occasione, ebbe a scoprirsi di un lusso di
fantasìa da disgradarne le illustrazioni del Santo Offizio più
scelleratamente pie. Le parolette di boja, scure, tenaglie e
d'altre sìmili galanterìe, si palleggiàvano senza riposo fra quelli onesti
legislatori, i quali, sostituita alla privata una
sola; che però, trattàndosi di elèggere un modo, a suo
poco giudizio ei propendeva, per una certa tradizionale venerazione, al
clàssico della impiccatura, aggiungendo con un diabolico riso: fareste
torto, scartàndolo, a tante belle piantone, che pàjon quì nate e cresciute
apposta. - La qual sentenza fu coperta d'applàusi.
- Per cui accettata la... - ei riprese, nell'inforcarsi coll'ìndice e il
medio la
- A morte! - compì Tecla la Nera, sfavillante negli occhi.
- Donna non sua? - saltò su a dire il Rampina. - Stà quì di casa una tal rarità? -
Abbracciò Tecla il Beccajo e impetuosa baciàndolo: io sono tutta di
Gualdo; la nostra bimba lo vuole. -
- E le altre? - chiese il Rampina.
La discussione si annuvolò, e, la passione aumentando, divenne più e più
burrascosa. Già le parole si facèvano grida, come le idèe si èrano fatte
parole. Dove c'è donna c'è lite. Eran le donne in nùmero minore assài degli
uòmini; tuttavìa il progetto di porle in comune fu da esse respinto
fierissimamente. Ben si sarèbbero, molte, acconavere tutti; non una poteva soffrire d'èsser di tutti.
E fu specialmente respinto da Tecla, che giunse perfino a toccare del malo
esempio che ne trarrèbbero i figli, e da Aronne, il qual prevedeva nella
incertezza della Famiglia, quella perpetua della Comunità.
- Ora, udite - diss'egli, cogliendo un istante di general mancafiato - udite mè. Siamo in dieci a sottane; quìndici a brache. Ma, per due paja fra esse, non c'è più fòrbice ed ago. Dico di quelli che tèngono figli. I figli vàlgono un matrimonio; anzi, secondo mè, il vero matrimonio sono essi; nè noi possiamo levare la mamma alla creatura, nè la creatura al pappà. Resterebbèro dunque di lìbera caccia, fèmine otto e trèdici maschi, benchè, di questi ùltimi, alcuni non possèggano più, a uso maschio, che il nome... -
- Chi, per esempio! - arrocò, con quella sua voce eternamente in cantina, lo squarquojo Raccagna, il beone.
- Io - ribadì il Letterato - e Gabiola il Lìbera-mè e Saverio l'Annegatore e Siro lo Zangarino e Luiso il Tremila, e tu anche, o Raccagna... Chi ne può troppe contare, ne ha ben poche da fare. -
Ma ecco due allampate figure, cui non mancava se non la granata per èssere streghe, ecco due faccie rugose sulle quali la vita appariva in piena dirotta, solo durando, indomata, la foja, avanzarsi, stringendo rabbiosamente le grinfe, e con due bocche spigionate di denti strillare: e noi? -
Ribattè Aronne: vi accomoderèbbero i vecc , a voi? -
Giuliana la Maga e Ortensia l'Arciduchessa soffiàrono offese.
- Ebbene - egli fece, con quella gioja tutt'astio che è l'irrisione - fate conto, o bambine, che i giovanotti la pènsano giusto così. Quindi - seguitò egli - messi da parte i quattro già in gabbia, e questi due funerali, e noi sei che non abbiamo più sesso, c'è da disporre di uòmini sette, e sei donne. Alle quali donne, io, per evitare le graffiature, propongo d'invocare la Sorte, giocando al lotto il marito. -
Un bàtter giulivo di mani accolse la nuova proposizione. I polizzini coi
sette nomi de' condannati furono tosto scritti. E allora, quelle zitelle un
poco scucite, ma che, in virtù di un pròssimo matrimonio, assumèvano un'aria
di provvisoria verginità, zoccolàrono insieme da un lato, dove, in bel
gruppo, illuminate dall'aureo sole, stètter guardando, tra la soja e la
sfida, i lor futuri sposini,
Ambra l'Avvelenatrice distaccossi dal gruppo. Era una bruna dalle linee severamente egizie. Parèa la Faraònide di Cherubino Cornienti. Movèa le spalle, come se sopra le fiammeggiasse una pòrpora; il capo, come reggesse corona. Il viso di lei non impallidiva, non arrossiva mai; lo sguardo imperioso scendèa nelle ime midolle e gelava.
Era di quelle donne di cui fà l'odio paura, ma l'amore spavento. Un regno...
e Ambra avrebbe calpêsti i diademi di tutti i prìncipi della terra e coi
diademi le fronti, avrebbe usurpato gli inni di tutti i poeti, eternatori la
notte de' suòi capelli e il giorno degli occ suòi e la insaziàbile brama e
la voluttuosa terribilità degli abbracci; nulla... e un piatto di sospetti
fung bastò a impigliarla nella ragnaja di un còdice, e giùdici, fatti
arcigni dal pranzo in ritardo, la condannàrono prodigalmente, e le manette
le divènner monile, non ottenendo in compenso dalla parziale Celebrità, che
il nome e un oltraggio sulle gazzette. - E Ambra, regalmente incedendo,
elesse, dalla berretta che presentàvale Aronne, un biglietto, e, come l'ebbe
il Ranza
, un barbuto. Il quale, attiràndosela al seno e baciàndola, aggricciò di terrore.
Si applaudì.
- Avanti l'Èster! - appellò Aronne.
Da tutti gli occ costretta, con un sorriso intrigato, fatto a onore dei
denti, si avanzò una tosoccia rubiconda e polputa; quaglia aspettante il
tàlamo della polenta. La sua incresciosa andatura avèale imposto il
soprannome di Oca. Non bellezza, belluria. Era tonda e di fuori e
di dentro; tonda di fianc , di sguardo, di ànimo. Quella scarsìssima
intellettiva, che, il Cielo o che altro le avèa concesso, stava tutta in
vetrina. Non passava il suo sguardo oltre la pelle; non èrano i suòi pallori
e rossori, effetto di
Era insomma di quelle ragazze che non isvègliano che desiderii fatti di carne e di mùscoli; di quelle che con l'eguale commovimento sèntono una dic arazione d'amore e l'annunzio della zuppa che aspetta.
Èster, nata in una làuta onestà, non si sarebbe, certo, incomodata ad
uscirne; avrebbe, come il più delle donne, aumentato la formidàbile turba
degli imbecilli e attaccato bottoni saldìssimi: sorta, al contrario, in un
ambiente di viziosa miseria, continuò, senza rimorso nè gusto, a far quanto
la sozza interceditrice matrigna più non poteva; alimentò
- C è? - da ogni parte si c ese, e tutti le si affollàrono intorno.
- Mia! - eruppe in trionfo un giovanotto rossigno, travedendo il suo nome. E
Rosario il Fanfirla l'abbracciò stretto stretto e baciolla; ed
essa, lasciossi baciare e abbracciare. Per quanto stolta una donna, un uomo
c'è sempre che la vince in stoltizia - il suo amante.
Ma intanto, l'urna di feltro era scossa di nuovo, e si udia: Cecilia avanti! -
Ed ecco, venire ad Aronne quella grassotta e fulva fanciulla, che già conosciamo. Stette Cecilia, dinanzi la sorte sua, arrossendo e imbiancando; poi, con leggera esitanza, scelse un biglietto, che lentamente aprì, incominciando dubbiosa a compitarci su un nome... Nè molto inoltrossi, che le si effuse la guancia di felice rossore: Mario! - diss'ella.
Senonchè Mario, il qual si tenèa in disparte accavalciato ad un trave, senza voltarsi, senza mòversi pure, rispose: io impicci non voglio. -
Tentò parlare Cecilia... Il pianto anticipò la parola.
Ora - via Mario - la divisione diventava ben piana. Nulladimeno, si volle
continuata la lotterìa. E ad Àmos il Lima toccò la pellùcida e rosea
Olivetta Cuorbello; a
- E così - ripigliò Aronne, parlando alle otto coppie di sposi, che si sc eràvano dinanzi a lui braccio a braccio - or che le sedie son prese, c scavalca l'altrùi... -
- Impicca! - sbraitàrono ferocemente i mariti. Ma solo i mariti.
- E a c il ricordare la legge? e il condannare? e il punire? - insinuò Aronne.
- Un capoccia! un capoccia! - esclamàrono tutti.
Il Letterato fe' un cenno, che invitava al silenzio, e:
- Date ascolto. È meglio non comandare del non venire obediti. Ma non si obedisce alla legge se non per amore di questo - e mostrò il pugno. - C ha questo più forte è capoccia... Lo è dunque il Beccaio.
- Viva il Beccajo! - vociò l'ossequente bordaglia.
Ma Gualdo:
- No - oppose. - Se il pugno io l'ho forte, dèbole è il capo. Io non potrèi che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante... di una ignoranza a cui non c'è menda. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! - e additò il Letterato.
Sul che, la mòbile plebe, che o dà
, il Tremila
, il Raccagna
, e il Lìbera-mè
, compensati in tal guisa, con un poco di fumo, dell'arrosto mancato, cioè della moglie.
- E adesso - sommò il Letterato
, che avèa scritto man mano su un ampio foglio di carta i comuni decreti - venga ciascuno, e quì giuri obedienza a quanto, egli stesso, si ha comandato. Dio danni il fedìfrago al cànape, ai corvi, alla perpetua oscurità! -
E Aronne firmò per il primo; indi passò la penna al Beccajo
, che v'inc ostrò uno stentato crocione, poi al Raccagna
, che vi lasciò un tremoleggiante sgorbio, e, così via,
Più non mancava che Mario. Egli stava - sempre accavalcioni del trave, sempre c uso in sè stesso - col gòmito sul ginocc o e sulla palma la guancia, come se inconscio di quanto gli succedeva all'intorno. Ma, quando ogni sguardo si fisse in lui, quando ogni bocca il c amò, donde sedèa scese, e, camminando di un fare sbadato e di una dispettosìssima cera, venne al macigno che serviva da tàvola. E colà prese la penna, che girò fra le dita, alcuni momenti, indeciso;... poi, accipigliàtosi a un tratto, sdegnoso la gittò via, dicendo: è inùtile! non obedirèi. -
E Mario il Nebbioso
si esiliò dai compagni, pigliando il cammino dei bosc e della misèrrima libertà delle fiere.
Come il malèssere avèa guidato all'unione, addusse l'unione al benèssere. E tanto
più di concordia era necessità, che, in sulle prime, nell'assoluta uguaglianza
della miseria, fu d'uopo, riafratellando la roba,
E l'anno gira, e il terrìbil domani si cangia in un gratìssimo jeri. E, all'anno,
altri cinque si aggiùngono. Da lievi principii, incalcolàbili effetti. Il
pròdigo suolo ha gareggiato coi desiderii e li ha vinti. Certo il pane, ecco una
fame di più elevati bi
Infine, il dì giunge in cui l'uomo ridiventa individuo. Ciascuno, con la sua donna, ha la pèntola sua, ha le speranze e i timori suòi proprii: ciascuno in uno stato si trova, che teme, più che non consiglia, l'offesa. All'emulazione nel male una è successa nel bene. E la Comunità, stretta già insieme da mutua paura, a mantenersi incomincia di mutuo amore.
Et Vènerem sensere lupae, sensere leanee: OVIDIUS
Una notte serena. Qual frèmito di voluttà, quale onda d'amore, bàstano,
queste sole parole, a svegliare in quelle ànime musicali, che, perfin dalla
scienza, non hanno se non nuovi conforti alla poesìa, frèmiti e onde,
E Forestina, tendendo lo sguardo all'altìssimo mare, che si fondèa nel firmamento spolverizzato di stelle:
- Babbo - dicèa in tuono accarezzante qual àlito di primavera - di là di quel mare che c'è?
- Altro mare - quèi rispondeva, insoavendo la voce, quasi temente di offèndere il delicato orecc o di lei.
- E poi? - e Forestina gli molceva la barba.
- Mare ancora.
- Sempre mare?
- No - disse Gualdo con un lieve sussulto - havvi una terra... grande...
- Al pari di questa?
- Assài più... molto più...
- E sono, anche là, tanti babbi? e tante mammine? e tanti bambini, come quì?
- Oh ben più! - egli fece - E assài migliori di noi - aggiunse con oppressura.
- E li hai tu visti, tu?
- Sì - sospirò egli di un sì, ch'era piuttosto a vedere che a udire.
- E perchè allora, se tanto buoni, tanto più buoni di noi, non sei rimasto con loro? -
Gualdo sentissi a scottare la faccia. Egli, che i cavillosi raggiri e i trabocchetti mille di un giùdice non avrèbbero pure sorraso, trovàvasi, ora, da parte a parte passato dalla sublime ingenuità della bimba. Che è, infatti, la riflessione barbuta a fronte la imberbe spontaneità? e le mirìadi di menzogne dinanzi la verità una? Al guardo solo dell'innocenza, fànnosi l'armi della malvagità, vetro e g accio. E Gualdo non potè che tacere.
Senonchè, Forestina medèsima, per quella volubilità di pensiero tutta propria ai fanciulli, venne in suo ajuto. Il visuccio di lei s'era volto all'infinito seno dei cieli, dove l'illuminazione parèa, quella notte, completa. E Forestina c edèa:
- Babbo, e lassù, di là dalle stelle, che c'è?
- Altre stelle.
- Sempre stelle? non altro? -
Gualdo, per la seconda volta, ammutì. Cessando l'idèa, cessàvagli la parola. E però a lui dovèa soccòrrere ed ei proferire quel nome, che esprime quanto non si giunge a capire, dissimulando le immensuràbili profondità dell'ignoto; quel sì còmodo nome, ch'è Dio.
- Dio? - ripetè Forestina - quel che tu invoc nell'ira?
- No, no - Gualdo interruppe con ansiosa premura. - Il Dio delle Terre e dei Soli è un altro Dio. Esso è il padre comune degli uòmini, esso è colùi che riempie la pannocc a di grano e la mammella di latte; che fà dalla selce spicciare l'aqua e scintillare il fuoco, che fà dalla gleba spuntare la rosa e dalla rosa il miele... È il Dio, o mia bimba, che ti sorride negli occ e sul labbro.
- Oh il buon Dio! - sclamò Forestina, battendo palma con palma - E come si fà a ringraziarlo?
- Pregando.
- E come si prega, babbo? -
Ei la baciò sulla risarella boccuccia, e disse: - amando. -
E, allora, la bimba gli c use il mento selvoso fra le gentili manine, e lo
affollò
Gualdo rimase sveglio co' suòi pensieri. Eclissata la luce degli occ di
Forestina, l'ànimo gli riabbujò di mestizia. Alle speranze, che fanno una
metà della vita, or succedeva l'altra metà, le memorie; e Gualdo, a mè!
temeva le proprie. Vedendo quell'angioletto dal latteo àlito e dalle succose
carnine, che, benchè ignaro del male, gustava il bene, egli fu astretto a
rammentare la pace, tolta da lui a tante famiglie - meritatìssima pace - e a
impallidir per la sua, che non meritava. Il pensiero di lui scese nei
labirinti della coscienza, luog irti d'insidie. Gualdo, il quale ora poteva
concèdersi il lusso dei rimorsi, incominciava con la debolezza di un
convalescente a sentire la gravità del morbo scampato.
In questa, una mano gli toccava la spalla; la nota mano di Tecla. Si volse. Specc àronsi le loro pupille l'una nell'altra in uno stesso pensiero.
- O Tecla! - egli gemette in accento di disperato sconforto - oh fosse dato ricominciare la vita! -
Ma colèi, d'una voce ch'era soave rampogna:
- Non ricomincia, o mio Gualdo? - E, sì c edendo, additava la bimba.
Di Forestina l'ottava messe. Come le treccie di lei biondeggiàvano i campi;
come gli occ lampeggiàvano le falci dei mietitori. E i mietitori cantàvano.
Era un inno alla Terra, alla madre comune, che, negli
"O Madre, o Madre, dalle tue profonde vìscere, alziamo lamentoso il canto.
Tu, spento sole, con feconda morte, ànima e forma a noi sùsciti e cibi. E
noi, tuòi vermi, la cui storia è tutta risveglio all'ire, e alle vendette
sprone, non fatte oneste dagli onesti nomi; noi, solo uniti ad impedir, che
il sangue socïal si effonda, come vuol Natura, imparzialmente per sue giuste
membra; dell'ossa tue, schermo agli aerei oltraggi, delle tue aque, vie
all'industre unione, facciam, (ne è guida cupidigia pazza) fallaci mete a
più fallaci campi, seme o pretesto di perpetua lite: onde, votato a morte
Ma, a mè! che vale nulla parte perita se il tutto non è più quello? che
importa la memoria in altrùi agli obliati di sè? E, a pensier tale, in
amarìssima goccia si spegneva lo sguardo, che, molti, di sè medèsimi
ingannatori, giràvano in cerca d'irrivedìbili aspetti, e, insieme allo
sguardo, il canto. Perocchè, a messe ben altra era
Ma, mentre il sole e il lavoro fervèa, mentre Gualdo, mietendo, sospirava ai
mietuti, Forestina la Bionda, si dilungava da' suòi compagni di anni e, oh
felici! di giuoco, e s'internava nella solinga boscaglia, un fior dopo
l'altro, come la speme. Lampo, il fidìssimo cane, seguìvala. Andava, nè se
ne accorgeva. La riflessiva ragione non era per anco venuta a tagliarle
l'ombelicale cordone, che allaccia il neonato alla natura universa.
Forestina ancor non avèa aquistato la propria individualità: l'ànima sua
intrecciàvasi a quella degli augellini che aliàvano a nembi, la gola zeppa
di gioja, per il denso fogliame, e dei rivoletti, che gorgogliando
lucicàvano in giù. Sana, ella sentìa la sanità circostante: tutto era gaudio
per lei, perchè godeva al
Quando svegliossi, la terra, giràndosi a oriente, già tralasciàvasi il sole.
Ogni
Ma Lampo tese le orecc e, e sordamente ululò. Si udiva un frascheggio e un pedìo.
- Lampo! - c amò una voce imperiosa.
La coda fronzuta del cane si mosse amichevolmente; pur Lampo, non abbandonò la padrona. La quale, lagrimando e fiottando: babbino mio! - facèa.
- Quà la mano! - disse la voce.
Alzò Forestina gli occ ebbri di pianto e, nel freddo c arore che piovèvan le stelle, un giòvane raffigurò, dall'àgil persona, dalla pàllida faccia, accigliata qual di sparviero, e dalla c oma ebanina prolissa; quel giòvane stesso, che, a volte, appariva tra loro a mutar selvaggina con pane, e cui niuno facèa buon viso e ne facèa a nessuno ed era detto il Nebbioso.
- Quà la mano! - il giòvane replicò, di una voce che il lungo disuso avèa, per così dire arrugginita.
Forestina la porse timidamente. Senonchè, pòrgergliela e sentirsi tornata la
sicurezza, fu un punto solo. Il piede le si riaffermò; le si asciugàrono,
senza bisogno di mànica, i luciconi; parve perfino le si stenebrasse la via.
E giù, attraverso la selva, gli ostà
Di cui, fra le molte:
- E tu sei quello, che si c ama il Nebbioso? Egli rispose di sì. - E tu sei quello, che stà sempre solo? -
Egli taque, assentendo.
- Ma, e non temi star solo? -
Il Nebbioso violentò quasi la lingua, e: - Temo di stare con gli uòmini! - disse.
Forestina il fisò con un guardo di ma
E camminàvano sempre. La notte, che aprìvasi a stenti dinanzi a loro, si accumulava sulle lor spalle. - Forestina! - echeggiò a un tratto per gli ampi silenzi. Ella die' un grido acuto di gioja. E, al grido, rispòsero altri e poi altri, mentre, lontano, già errava un bagliore rossastro e si mostràvano faci, che illuminàvano i visi di Aronne, di Erminio, di Gualdo...
La ragazzina lasciò la mano di Mario, e corse dal babbo. C avrebbe potuto mascherar di corruccio il contento? Il babbo sciolse i rimpròveri in baci; in baci, la figliuola, le scuse.
Ma, dietro a lei, veniva il Nebbioso.
Gualdo lo vide; trasalì. E sollevò la sua face sino al volto di lui, miràndolo ansioso; di lui, che arrossì del sospetto, e si pose la destra sul cuore.
- Ei m'ha trovato! - ridèa intanto e piangeva la ragazzina, indicando il Nebbioso, e aguzzando ver' questi le labbra.
Senonchè Mario, che già si c nava a libarle, si fermò d'improvviso, con un: no - ch'era vôlto piuttosto a sè stesso che a lei.
- Vieni da noi! - dicèa Gualdo.
- Vieni! - pregava la fanciullina traèndolo per il vestito.
- Vieni! - ripetèvano tutti.
E venti mani si offrìvano all'una, che Mario inconsciamente avèa steso. Il melancònico occ o di lui sfavillò. Irresoluto un istante; pur, facendo uno sforzo: - A rivederci! - disse, e...
Lo sc occare dei baci di Forestina il seguì.
Partiva - ma, a rivederci avèa detto. Era la prima volta ch'ei promettesse tanto; era la prima, ch'egli si allontanasse a malincuore dagli uòmini.
E, la pròssima aurora, il Nebbioso ripigliava il cammino che movèa al
villaggio. Fu detto già, ei vi scendeva di quando in quando, dalla fame
espugnato; pur, questa volta, non era bisogno di pane; era un altro
Ma, come il Nebbioso vide le prime case, allora soltanto si accorse di ciò
che stava per fare, e, perplesso, sostò. Le sue superbie, i giuramenti, i
puntigli, gli ritornàvano in folla. Tanto più, che gli occ di lui aveano in
quella incontrato una fonte, e nella fonte, essi, che non vi cercàvano mai
se non aqua, avèan trovato uno specc o. Mario vi si mirò, e inorridì.
Istintivamente, portò la mano alle
Ed ecco, da lungi, apparir Forestina. Reggèa due grossi pani sul capo, e cantava, giojosa, di gioja. E camminava nel sole, ma il sole parèa che più prendesse da lei, che non le desse, splendore.
Mario si sentì abbagliato. Vergognò di sè stesso, come, della nudità sua, il colpèvole Adamo, e c ese rifugio ad una siepe vicina.
Di dove, battèndogli forte il cuore, vide passare lei e allontanarsi e sparire. E gli sembrò, insieme, farsi pàllido il sole.
Ma, innanzi che tramontasse quel sole, Mario, fra lo stupore di tutti e
l'applàuso,
Così spuntava un nuovo giorno per lui, il giorno di guadagnarsi la esistenza
dal suolo, e da Forestina la vita. Mario non andava a cercare quale sorta di
affetto unisse alla ragazza lui, non l'osava. Amore, sì certo; ma in che non
scòrgesi amore?... Eppòi, troppo divisi dagli anni! troppo dalla
coscienza!... Pur tuttavìa, quand'egli sedèa presso di lei, ch'era un solo
sorriso, tacendo, chè nulla avèa ad insegnare a quella gentile, cui il Cielo
era stato il maestro, e suggendo dall'aerino suo sguardo, e dalla lìmpida
voce e dalla nivea semplicità della frase, il bene, dimenticato un
Dalle quali sue assenze, alcuna volta lunghìssime, ritornava egli sempre con qualche selvaggio dono per lei... Èrano, o frutta dagli ingenui gusti o gagliardi fiori olezzanti il perìcolo; èrano gemme strappate alla inonora oscurità e ridonate al pregio del lume; èran pugnaci aquilotti, ancor trapassati da quelle saette, cui essi medèsimi avèano dato, a raggiùngerli, l'ali; o belve zannute, ch'egli gettava a' piedi di lei, tinte del sangue loro e del suo, e, benchè morte, odio immortale spiranti.
Senonchè, un giorno, fu il dono un innocente augellino; di quelle voci vestite di penne, figlie d'arcobaleni e di ec di melodìe.
- E tu avesti cuore di uccìderlo? - dimandò Forestina, avvicinàndosi il poveretto alla mòrbida guancia, quasi per ridonargli il calore.
- Non te l'avrèi, altrimenti, potuto portare - Mario rispose. Ma a mezza voce rispose, come se già sentisse la vanità della scusa.
- E, questo, c ami portarlo? - ella disse, stendendo la palma ver' lui, e sulla palma, freddo e stecc to, l'ucciso.
Il Nebbioso fe' un gesto di raccapriccio, e additando violentemente sè: io l'infame! - sclamò - io il vile! -
Ma, poc dì poi - mare e cielo infu
Cinque anni si sono aggiunti al cùmulo delle memorie. La ragazza è diventata fanciulla. Amore die' l'ùltimo tocco al Belliniano suo viso, non bello tutto, e perciò appunto bellìssimo. E i suòi compagni d'infanzia, che già dividèvano seco l'allegra spensieratezza, per lei sospìrano ora e sògnan di lei.
Nè la malinconìa, questa nutrice del bene, questa inevitàbile amica di ogni
gentile, disdegnò la fanciulla. Soavemente la tonda gota affilò. Forestina,
che, quando ridèa, ridèa tutta, o se piangèa, tutta piangèa, ora, velata di
pianto, sorride, o canta
E la fanciulla non c ede più baci al Nebbioso, nè questi osa farne, e si pèrita, a volte a darle del tu, e, perfino, a toccarle la mano. E se imparadisa, immergendo lo sguardo nell'aurèola dei capelli di lei e nelle cilestri profondità de' suòi occ e fra le labbra succ ose, inferna, scorgèndole in seno fiori ch'ei non ha colto, o sul ciglio làgrime ch'egli non provocò.
Era giunta la c usa della mietitura. Si
Quanto al dramma, era pasticcio del Letterato. Egli ne avèa, naturalmente,
attinto il soggetto al pozzo inesaurìbile della Bibbia, ed era, il soggetto,
Giuseppe e i fratelli. Ma, non mai, aveva egli sudato fatica più dura di
quella di allora, nel dovere scartare man mano le ribalde espressioni, che
una nativa nequizia gli affollava alla penna, o nel temperarle di
artificiata bontà. Infatti, conversioni complete (conversioni, intendiàmoci,
al bene, chè, per le altre, succede appunto il contrario) non se ne danno
che nelle vite dei Santi, e, anche là, a tutto
Ma gli uòmini, per fortuna, se sono birbe al minuto, pônno anche,
all'ingrosso, passare
Giovinetti e fanciulle èran gli attori. Bellìssimo, sovra ogni altro, il Giuseppe. Sul viso di lui, che ancor serbava la mamma, Bontà e Salute con Letizia lor figlia stàvano in pieno fiore. Vedèndolo, non si poteva non ricordar Forestina, come, vedendo costèi, non ricordare quello. Imaginate i tormenti di Mario! Mario avrebbe voluto attossicar con gli sguardi quel giovinetto; la gelosìa dei dòdici Giacobiti non sommava alla sua.
Ma l'incolpèvol Giuseppe ha trapassato, intatto, ogni insidia; non gli fu la
prigione che scorciatoja alla reggia; ed ora egli gusta la soave vendetta di
sentirsi implorare la vita da quelli stessi, che avèano alla sua
Fremette Mario. Quel bacio gli era stato rubato.
Quando, l'alba seguente, il Beccajo affacciossi alla porta della sua casa, a
sgombrarsi la mente, come il ciel si sgombrava, dalla pàvida notte, trovò
Mario il Nebbioso che lo attendeva a pie' fermo, tinto del co
- Mi odii tu? -
Gualdo, stupito, il fisò, mentre gli si componèa nel capo il senso della domanda; poi:
- Odiarti... io? epperchè?... Io non odio nessuno.
- Mi ami dunque? - ridomandò Mario.
Ambo le palme gli stese con amico trasporto il Beccajo, e disse:
- Non c'è ragione perchè non ti debba...
- Mi ami... come? - interruppe il Nebbioso nel pigliargli le mani e ansioso gliele stringendo.
- Ti basta un amico?
- Solo un amico?... non più di un amico!
- Che vorresti di più? -
Mario taque un istante. Nùvole di pensieri in battaglia fra loro, gli ottenebràvano il volto.
- E come un padre? - proruppe. E spessamente serrava a Gualdo le mani, e aspettava ch'ei rispondesse ad una dimanda ancor non osata; ma, veduto, che quello, nonchè non venirgli all'incontro, non lo intendeva neppure, gli si gettò, di colpo, ai ginocc , piangendo: Gualdo! dammi in isposa tua figlia. Disperatamente ardo. -
Il Beccajo arretrò spaventato.
- A tè! - fece (e lo appuntava col dito) - A tè? - ripetè, con un guardo che era tutta una storia.
Ma, fra i singulti, il Nebbioso levò a lui una faccia sì traboccante d'innamorato dolore che il ribrezzo di Gualdo dovette cèdere tosto ad un senso di compassione, di simpatìa, perfino di assentimento. E Gualdo avrebbe anche assentito, se non avesse potuto ancor dire:
- È tardi, o Nebbioso. Mia figlia è già ad altri promessa...
Il Nebbioso si alzò, improvvisamente torvo:
- Me la dai? - c ese in un tono, che minacciava pregando.
- No - disse netto il Beccajo.
- Me la dai? - tornò a c èdere Mario; e dal velluto della sua voce già lampeggiava l'acciajo.
- No! - ripicc ò Gualdo risolutìssimo.
Il Nebbioso lanciògli un insulto, e gli si tolse dagli occ .
Per qualche tempo, nessuna nuova di lui.
Ma una notte, in cui Forestina avventuràvasi sola per la campagna deserta, pascolando col canto la sua amorosa mestizia, fu, a un tratto, da nerborute braccia afferrata, imbavagliata la bocca, rapita.
Pel gèmito delle foreste e la notturna paura, per traccie che a lui solo èran
vie, il rapitore cammina e cammina, ancor nell'abbrivo della intrapresa,
mezzo correndo per
Ma, d'improvviso, s'accorse che la fanciulla era gelo.
Giungèa egli, in quel punto, a uno spiano, cinto di audacìssimi abeti. Il raggio lunare vi si versava senza risparmio, e nel pallor di quel raggio, parve che il càndido volto di Forestina imperlasse ognor più, abbandonata, com'era, sulla spalla di Mario, le molli braccia fluenti.
Mario ne sobbalzò. Egli temette che il sonno non si dovesse più distaccare da lei. E corse, con la svenuta, alla soglia di una vicina spelonca, un de' suòi luog di posa, ve l'adagiò sopra un tàlamo d'erba, e a lato le si fe' ginocc oni, sentèndosi sciorre la rabbia in pietà e la pietà mutarsi in disperazione.
Ma già la fanciulla avèa riacceso i grand'occ , e con un filo di voce, che parèa un sospiro: che ti ho fatto? - c edèa.
Brillò la trèmula voce nelle ìntime fibre di lui, e le tenne, finchè ci svanì, oppresse. Mario il capo abbassò, abbassò le pupille, avrebbe voluto inabissarsi tutto. Ma, cessata la voce, ecco tornargli, da ogni banda, la rabbia, come il mar rifluente che anela riassoggettarsi la spiaggia.
- Che hai fatto? - ei gridò, scattando in pie' minaccioso - hai fatto di un
leone una lepre, di un uomo un pupazzo. Vedi, a che mi avvilisti in cinque
anni!... Io, fuori da quello sciame di servi che ha nome umanità, senza
desìo di amici, nè di nemici paura, senza il puerile bisogno di fabbricarmi
menzogne per crederle, vivevo in una eròica quiete, in una divina apatìa;
vivevo, legge a
Die' la fanciulla un lamento, e disse: continua e mi hai morta.
- Una morte è poca - ei ritorse.
- Risparmia almeno l'attesa! - supplicò Forestina.
Ma, con lentezza, colùi:
- Teco, l'èsser pietoso, è delitto. Tu dovrài prima penare un ben altro morire. Nostra verissima morte è quella dei nostri amati: io spegnerò, prima, il tuo...
- Ah no! - sclamò la fanciulla.
- Lo spegnerò, sì - iterò inferocito il Nebbioso. - E, quella morte, egli la patirà goccia a goccia, e tu insieme. Tu lo vedrài perirti dinanzi, senza ch'egli ti vegga; tu lo udrài invocare il tuo nome, senza che tu gli possa rispòndere. Nè un ferro solo rosseggerà di tè e di lui, nè il sepolcro medèsimo vi accoglierà in un ùnico amplesso. E tu allora... oh allora soltanto! sarài tutta mia, eternamente mia.
- Perdono! - labreggiò la smarrita, giungendo palma con palma.
- Mai! - ruggì egli in pieno delirio. - Io lo ucciderò, quel tuo amante, fosse il mio amico... fosse il fratello...
Ma, alla parola fratello, Mario ammutì, indietreggiò, fisi gli occ ,
stravolto l'aspetto, qual cui appare un fantasma. Piangèvano freddo sudore
le pareti dell'antro, come le
La giovinetta alzò un grido straziante: - T'amo! - fu il grido.
Sparò la pistola e cadde. Senonchè, la mano di lui, alla voce, avèa dato uno scatto, e si perdèa la palla nei labirinti della caverna, svegliando gli ec degli ec , da sècoli addormentati.
Tu mi ami? - egli fece con uno scoppio di gioja, balzando ver' la fanciulla, che già al suolo piegava, e rialzàndosela al petto. E le due ànime innamorate si fùsero in un lunghìssimo bacio.
- È amore, questo? - dimandò Forestina in uno sbàttito di voluttà, pinta la
guancia di porpurea vergogna. - O Mario! sò che le ore in cui ti attendevo
mi èrano le più lunghe e le più brevi quelle in cui ti avevo al mio fianco;
sò che, quando apparivi, facèasi angusto al cuor rapidìssimo il seno, e
m'imbragiava la gota, e per tè solo il pudore era pena... E sò, che a mè non
parèa di avere occ bastanti a mirarti, nè tu mai mi sembravi abbastanza
vicino... eppure! a darti la mano temevo, ma, se la mano posava già nella
tua, non più sapevo ritrarla; sò che, appoggiata al saldo tuo braccio, mi
sentivo sicura e inturgidivo d'orgoglio... Eppòi, quando ti allontanavi, e
già la distanza avèa superato la vista, l'ànimo mi si velava di una dolcezza
amarìssima, gli occ mi diventàvan lucenti,
Mario, in un rapimento di cielo, meno intendendo di quel che sentisse, bevèa la voce di lei, flessuosa, come l'àrido suolo la pioggia. Ma il dolce timore di Forestina, piovendo nel feccioso suo ànimo, accrebbe in terrore; ed egli si svincolò dall'abbraccio, aggricciando e gemendo:
- Ah sapessi c sono!
- Quello che io amo! - esclamò la fanciulla, riaviticc àndosi a lui.
- Non toccarmi! - egli oppose con ansia. - L'ira di Dio è contagio.
- Dio non è che perdono - sorrise la giovinetta - Vèdilo in croce con le braccia aperte!
- Ma inc odate - ribattè Mario sconsolatamente. - Vi ha colpe senza perdono. Dietro di mè cadde il ponte... Odiami!
- Neppur potrèi non amarti - ella fece.
Il Nebbioso esitò, commosso a tanta fiducia: poi:
- O Forestina! - seguì dicendo mestìssimo - I morti vanno obliati. C usa è
per sempre la tragicomedia della mia vita. Io non sono più mio; son del
rimorso, spà
- Il Signore ti perdonerà, chè non portasti la taverna nel tempio - proferì la fanciulla in accento di fede.
- Ma nella taverna - ei riprese - si dileguava il paterno risparmio e l'ingenuo rossore, ma il clandestino addentellato dei vizi spargèvami innanzi, a mè sfiancato e ubbriaco, un mazzo tentatore di carte. Ed io giocài... e perdetti: non ero ancor tanto furfante da vìncere ai bari. E, tuttavìa, colùi che a mè dava una fàcile gioventù, e al quale io, in compenso, apparecc avo una vecc aja di stenti, trovò scuse al mio fallo che io stesso trovar non potèa, e il babbo pagò di nascosto del padre. Ma inutilmente pagò. Diminuisce il pudore, aumentando il delitto: nè io più c esi, esigetti; non più esigetti... gli tolsi... Mi ameresti tu ancora? -
Trasalì la fanciulla; pur disse:
- Tuo babbo, in cuor suo, ti avrà ringraziato, chè non togliesti ad altrùi...
- Ma intanto - interruppe il Nebbioso con sempre crescente emozione - pur perdonando, sanguinava quel cuore, e già il bersaglio era scarso a così spesse ferite. Venne una notte, in cui, a me nel bagordo, fu susurrato di un padre e di una agonìa... Balzài... Come in un sogno, corsi alla casa natia, implorài di vederlo. Era la prima volta, dopo tanti anni, che comparissi da lui per c èder solo di lui. Ma, sulla porta, ecco il fratello, che mi contende l'entrata, e mi dice - (e quì il Nebbioso c nò turbatìssimo il capo) - fuggi! sei maledetto. -
Angelicamente subentrò Forestina:
- La maledizione di un padre non arrivò mai al Signore. A Lui non arriva che
- Ma io - fe' disperato il Nebbioso - io... Còpriti il volto, o fanciulla!... ho ucciso il fratello! -
Forestina esalò un gèmito lungo.
- E or ripeti che mi ami! -
Ella taque. Era pietra.
- Vedi! - diss'egli cupissimamente.
Albeggiava.
Si udìano voci. Il Nebbioso saltò all'aperto su 'n masso che soprastava al pendìo, e apparve staccando nel mattinale c arore. Ma, sì tosto, un rintrono: due o tre palle, fisc ando, sc acciàronsi contro le rupi.
Amore die' un acutìssimo strido; rifatta è carne la pietra; e già Forestina,
precipità
- Uccidètemi seco, io l'inseguitrice! -
Altìssimo il sole. Scintillava dovunque un aureo polverìo, e parèa il mar rutilante, non aqua, ma un mare tutto di luce. E, d'ogni parte, gente traeva alla spiaggia, fiso ogni sguardo alla rada e ad una balda fregata.
Era quella la patria, tanto narrata dai vecc e tanto dai giòvani udita, la già invisa patria, e, ora, il più intenso sospiro. E, a c , ùltimo accorso, impallidendo ristava, era detto, come Aronne si fosse recato alla nave e come lo si stesse attendendo di minuto in minuto. Tutto intorno, volti su cui la tema e la speme alternàvano i loro colori. Ai gruppi si aggiungèvano i gruppi, e, tra essi quello spiccava del Nebbioso e di Gualdo, ritti in pie', mano in mano, silenti, intanto che Forestina, in mezzo assisa su 'n cespo, sembrava seguire, co' suòi, i lor guardi, sempre incontrando però, nel raggio visivo, le clàssiche forme di Mario.
Infine, la canòa di Aronne si distaccò dal fianco della fregata, e tosto venne raggiunta da una scialuppa e da un'altra, lucicanti di oro e festose del nazionale stendardo.
I palischermi pigliàrono spiaggia. Fu un serra serra l'accòglierli, fu un tumulto di affetti, cui riverenza era dèbole freno. Discèsero marinài, discèsero officiali, e un capitano di austera fisionomìa. E, secolui, scese Aronne, il quale, a coloro che ansiosi gli si pressàvano intorno, bisbigliò un: - tutto bene - che, come lampo, di bocca in bocca trasmesso, suscitàvasi dietro un giubilante rumore.
E, allora, accompagnato da Aronne e dagli officiali e dalla folla di tutti, il
capitano passò a visitare il villaggio, casa per casa. Intanto, Aronne, a
seconda dei luog , gli narrava la storia, ora trista, ora lieta, della colonia,
dal tempo in cui, d'uomo, non possedèvano essi che il nome, quando cercàvano,
pazzi, il proprio vantaggio nel danno altrùi, finchè, svegliati dal loro stesso
russare e fiorita la tardiva saggezza, si riduce
E il capitàno, che, in sulle prime, non solo si manteneva in una guardinga impassibilità, ma già tesseva i lacci di cavillose interrogazioni, inoltrando il racconto, cominciò a intenerirsi; tanto che, spesso, gli fu veduta scòrrer la mano sul ciglio... per aggiustarsi un non scomposto cernecc o, o il fazzoletto sul fronte... per asciugarsi un non spuntato sudore. E spesso, egli interruppe il narrante con espressioni di tenerezza e stupore, o con la insistente ric esta che quello si ripetesse; poi, come tutto fu detto, non potè trattenersi di offrirgli, con espansione, la destra.
Ma il Letterato càddegli innanzi a' ginocc :
- Morte! - egli disse - ecco quanto ci spetta. Una colpa non è cancellata finchè
I deportati s'inginocc àvano tutti.
Ed ecco, il commosso officiale, in pie' nel mezzo di loro, alzare al cielo uno sguardo di gratìssima prece, e già trasparèndogli in viso il più felice segreto, trarsi un rotoletto di seno, e svòlgerlo lentamente.
Il silenzio era colmo. La voce del capitano lo ruppe, leggendo:
"Uòmini fratelli!
"Già la vostra domanda era scesa nell'ànimo Nostro.
"Egri eravate; non vi spegnemmo; guariste. Da ogni vizio, virtù. Roma, covo prisco di ladri, diventò nido di eròi!... Siate Roma!
"Noi - obliando - ridistendiamo la mano su voi."
Un'esplosione di gioia nascose la voce del leggitore. Tolti i confini, i due campi èrano fatti uno solo. Non più giùdici e rei; non più stranieri a stranieri: figli si ritrovàvano tutti di una medèsima terra e di un equànime padre. Da ogni parte, baci. Baci al reale diploma, baci alle mani di c l'avèa apportato e al volto de' marinài. Era uno strano miscuglio di scoppii di risa e di pianto; parèa perfino che l'entusiasmo, passeggera follìa, si tramutasse in follìa, duraturo entusiasmo.
E, quel dì, la colonia ebbe statuti e governo e il titolo di Felice, essendo Gualdo ed Aronne gli eletti a tutelar quelle leggi, di cui essi èran stati i principali violatori. Ne farà meraviglia, che un sì memoràbile dì, fosse c uso da un solenne banchetto - un banchetto sul lido, sotto un'ombrella di fronde, e in veduta alla nave pavesata a gran festa. Or, c mai può contare le volte della coppa fraterna? Dalla Legge al Sovrano, dalla Famiglia alla Patria, tutto si brindeggiò; non obliati, s'intende, in tanto toccheggiar di bicc eri - tra il furor degli applàusi e il cannoneggiamento della fregata, che rimbombava di convalle in convalle - i beneaugurosi sponsali di Forestina con Mario.
Donde ha principio la Colonia felice.