Poetica d'Aristotile tradotta di Greco in lingua vulgar Fiorentina Aristotle Translated from Greek into Florentine Italian and accompanied by an exposition by Bernardo Segni Printed by Lorenzo Torrentino OCR source User-supplied OCR transcription TEI encoding Codex Unpublished electronic transcription New York, NY 2026 tlg0086.tlg034.segni-ita1-aligned.xml urn:cts:greekLit:tlg0086.tlg034.segni-ita1-aligned

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Aristotle Rettorica, et Poetica d'Aristotile Translated from Greek into Florentine Italian by Bernardo Segni, 1504–1558 Firenze Appresso Lorenzo Torrentino, impressor' ducale 1549 [12], 355, [23] pages; 22 cm (4to) Poetics occupies printed pages 276–350. The volume includes an index, errata on three unnumbered pages at the end, and historiated initials. HathiTrust catalog record 102265692

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ELLA Poetica, & di lei, & delle fue fpetie, qual fia dı ciaſcuna d'eſſe la forza; & qualmente debbino effe re conteffute le fauole da chi vuole, che la poeſia vi ſtia rettamente. Oltradiqueſto di quanti, & di qua li parti ella ſia compoſta; & ſimilmete di tutte l'altre coſe, che à queſta inſtitutione s'appartengono, dirò io conſeguentemente: incominciatomi ſecondo l'ordine naturale primieramente da quelle cose che ſono imprima dell'altre. Della Poetica, & di lei. Cap. Primo. Ell'efpofitione di questa arte Poetica uerrò taſto al particulare, non Nufandoci dentra (come fanm li piu degli efpofitori) quelle cose, che per dichiaratione d'una faculta foglion' mettersi innanzi; imperoche L'intento mio non'è di farci commento, ma un po di parafrasi: accioche dagli men dotti ne ſia intesa qualche parte, fenon il tutto. Che inuero gli litterati per intenderla perfettamente hanno doue ricorrere a dotti Scritti nnouamente mandati fuori di Meffer Francesco Rubertello, il quale di tal forte ha fatto aperta queſta opera, che neſſuna oscurità più ci reſti. Il modo adunche che io ci terro dentro, fara imprima di narrare il ſenſo d' Ariftotile, poi d'esporre qualcosa del testa; il qual testo per piu facilita di chileg ge ho distinta in Capitoli. Et cominciandomi dal primo, dico il Filosofo ſeguendo l'ordine della natura.cominciare il Suo ragionamento da quelle cose, che ſono imprima. Le quali ſono (la Sciate ir' le quiſtioni) qui le particulari fpetie della Poesia per uenire all uniuerfale d'effa; cominciando cioe à diffinire ciascuna d'effe Poesie, per cauarne la diffinitione uniuerfale. Diniſa adunche in piu fperie la Poe frafficome apparisce nel teſto) moſtra la differēza della imitatione in tre termini, cioè nel modo dell'imitare; nelle cose, che s'imitano : & nelle cose con che fi imita. Doppo il qual diſcorſo moſtra l'imitatione effer quella cosa, che fa il Poeta, & non effere il uerſo. La qual cosa fi caua dalla diffinitione di ciascuna Poesia, la quale ha per genere l'imitatione. Onde ſi può dire uniuerfalmente la Poefia effere imitatione; ma hor con questa et hor con quella coſa, ſecondo la diverſità delle Poefie:no potě do in uero darfi qui una diffinitione uniuoca, ficome anchora ella no può darfi alla Repub. per la ragione addotta nella Politica. Nell'ultimo di queste queſto Capitolo moſtra, onde la Comedia, et la Tragedia haueffe il prin cipio fuo. Ma dichiarando qualcosa del Testo que é dice [Perche cofi co me certi fono Proua quiui con l'eſſempio della Dipintura,et della Scul tura le cose diverſe onde le Poefie faccin limitatione; mostrandola Di pintura farla con li colori : La Scultura con le figure. Et done e dice [Con la uoce] Intendo, ch'e uoglia dir dell' arte Iſtrionica ministra della Poetica, che fa l'imitation ſua con la noce. Et dove è dice [Ma l'Epopeia fa l'imitatione] Mostra quiui con che cose il Poema Heroi co faccia l'imitatione; cive col uerſo, & con la proſa: esprimendo questo fecondo con quelle parole Greche λόγοια ψιλοῖο, preſe da lui medefimamente nel 111. della Rettorica in questo medesimo ſenſo. Che cio fia uero, cioè che li Poemi heroici fi faccino anchora in proſa, lo proua egli do ue e dice [Che infra' ragionamenti di Socrate Dicendo cive, che infra ragionamenti di Socrate, che eran Dialogi di coſe graui; et infrai Mimmi di Sofrone, et di senarco non ſarebbe stato nulla commune, a in s'e' non fi facesſſe anchora in proſa l'imitatione Heroica. Perche li Dialogi di Socrate ch'e' presuppone eßer Poesie, et le Commedie di quei Poeti detti; de quali li primi eran' in proſa, le ſeconde in uerfi: non baueuon commune altra cosa, che l'imitatione. Per i quali ſuoi detti fi può conchiudere, che le Fauole del noſtro Boccaccio fi poßin chiamar Poemi atti ſecondo le materie, ſecondo le perſone, di chi si tratta, à poter eſſere hor Poemi heroici, & hor Poemi comici; di quella forte,che (come piu diſotto uedraßi) corrisponde al Margite & Homero. Quogliam' dire, che poßin' effer Poemi tragici, & Poemi comici, s'e fußino no rappreſentati con gli Istrioni. Ne m'e nascosto queſto detto à mol ti apparire strano cive che li Poemi heroici poßin eſſer in proſaine io di cio poſſo addurne in confermatione altro, che le parole d'Ariftotile questo testo : le quali à mio giuditio fignificano quel ch'io ho detto. Et stimo, che Aristotile quando e mette, che'l Poema heroico fi faccia in profa, ch'egli intenda per Poefia quell'imitatione; anchor che ueramen te Poefia fia quella, che, oltre all'imitatione, la quale è la parte fua prin cipale, habbia congiunto il uerſo, che à tal Poefid è conueniente. Oue е dice [Ma conciofia che chiunche imiti Mostra qui il Filosofo la di uerfita delle cose, che s'imitano; hauendo mostrato diſopra la diverſità delle cose, con che s'imitaua. Conſiſte la diverſità delle cose che s'imitano in tre termini, o in imitar' dico i miglior degli altri. Et queſti ſi fatt si fi preſuppone il Poema heroico, & il tragico. O in imitare i fimili à nei. Et queſti ſi preſuppone il poema comico. O in imitare i peggiori, NN Et queſti ſi preſuppongono i Poemi cattiui, o nelle Commedie, nelle Tragedie, o nel Poema heroico:ficome n'è dato l'eſſempio da lui della F4 vola de Persi: per mostrare, che il poeta d'eſſa, di quell'altra raccon tata nel testo, u'imitaſſe huomini cattiui. Et questo luogo addotto qui della Fauola de Perſi potrebbe forſe aiutare ad intender' un luogo nel 111. della Rettorica, Oue trattando de' detti vrbanize mette un nome equinoco πέρα, dicendo βούλει αὐτὸν πέρ'ο; che forse uuole ei dire Scherzando Tu lo uuoi mettere nella Favola de Perſizuolendo quafi dccennare, Tu lo uuoi fare un cattiuo huomo : imperoche li Perfi eran ri putati per tali. Et oue é dice [Aggiugnesi anchora viene ei qui ui alla terza differenza proposta. Et questa e il modo dell'imitare; doue il ſenſo e breuemente ſeguendo in cio il Rubertello, che il poema heroico alcunauolta imiti un, che racconti; com'è uerbigratia virgilio, che imita Enea, che racconta à Didone l'eccidio di Troia: & fallo ueftire hor' una, hor' unaltra perſona mentre che tai coſe e ua raccontando. Et questo è un' modo. L'altro e quando il Poeta imita uerbigratia Enea nel 1111.ò nel v. libro, dove è lo fa operare, & non ſcambiarsi con altre perſone in raccontar coſe d'altri. L'altre cose infino all'ultimo del Capi tolo s'appartengono agli inuentori del Poema tragico, del Poema co mico. Mae fi potrebbe dubitare, que é da l'eſſempio de Dipintori, i quali afferma imitar coftumi; in che modo stia, che egli imitino i costu mi, se il costume (come egli ha diffinito in piu luoghi e quello, che dimo Stra l'elettione: se l'elettione ſi ſcuopre pe'l fine. Et questo medesimo dubbio si può anchor fare in tutte l'arti imitatrici, nelle quali non fi ue de l'elettione, nè il fine di chi opera. Maper rifpondere imprima nella Dipintura la quale imita con li colori, che ſono og getto del uiſo;dico tal Arte mediante i lineamenti, che nell'imagini ſono eſpreßi, rappreſenta re dital maniera il ueſtito, li gefti, & gli atti, che ſi poſſa ageuslmen te stimare il costume di quei tali, che ſono imitati: conietturandofi da noi, che li rappreſentati in quella dipintura eleggeßino di far' quelle cofe,& finalmente che l'opperaßino. La qual cosa non è altro, che costu me. Et queſto ſimile si può dire in tutte l'altre faculta che imitando fen za parlare ci porgon l'imitatione mediate la uiſta. Manell'imitatione fatra col parlare dalla Poesia, & anchora nell' imitatione fatta dalla Musica il costume maggiormente ſi ſcorgesimperoche tali, faccedoci l'i mitatione con quella cosa, che ferue al ſenſo dell' udito il qual ſenſo è pin degli altri utile all' intelletto: però interuiene, che l'imitatione dell'una, dell altra piutoſto, & meglio delle prime ci uadi arappreſentando i coftumi. La qual cosa medesimamente è affermata dalui nello V 111. libro della Politica; oue, ragionando della Musica e conferma lei eſſer attißima ad imitare i costumi : et però douer effer riceuuta, et imparata da Giovani. Et tanti bafti.

Il poema Heroico adunche detto Epopeia, & il Tragico; & inoltre quello della Commedia, & quello de' Ditirambi: & an chora la piu parte di quell'arti, che ſono intorno al fuono de' Flauti, & delle Citare. Tutte, dico, conuengono in queſto generale, ch'elle ſono imitationi.

Ma fon bene differenti infra di loro per tre conti, ò perche elle imitano con coſe diuerſe di ſpetie;ò perch'elle imitano coſe diuerſe : ò perch'elle imitano in modo diuerfo, & non in vn'medeſimo.

Perchè coſi come certi fono, che vanno imitando con li colori, et con le figure molte co ſe per renderle famiglianti; certi, dico, ſono che fanno queſto per via dell'arte : & certi per via della conſuetu dine. Et altri ſono, che imitano con la uoce. Parimente interuiene nell'arti raccontate diſopra, che tutte, cioè, fanno l'imitatione & col numero, & col parlare, & con l'armonia. Et con queſte coſe la fanno,ò diſpersè,ò infieme;

come auuiene nell' arte de' ſuoni de' Flauti, & delle Citare, ò s'alcune altre ſe ne ritrouano, che habbinola medefima forza: ſicome è nell' arte del fonare le Zampogne. Queſte, dico, tutte nel fare la loro imitatione vſano l'armonia, & il numero.

Et il numero diſpersè ſenza l'armonia vſa nell'imitatione tutta l'arte, che è intorno a' balli, ò a' falti. Concioſia che quiui per via di quei numeri meſsi in atto co' geſti vi ſi vada imi tando & i coſtumi, & le attioni, & gli affetti.

Ma l'Epo peia fa l'imitatione ſolamente con la proſa,ò col verſo; & col verſo, ò meſcolato di piu forti: ò con quello, che ſia d'una fola ſpetie. Et ciò è offeruato infino al prefente tempo.

Imperoche ſtando altrimenti neſſuna altra coſa ſarebbe, che noi poteſsimo dire effer comune infra i Mimi di Sofrone, & di Xenarco; & infra i ragionaméti di Socrate.

Nè anchora s'alcuno faceſſe l'imitatione co' verſi lambi,o con gli Elegi:ò con altri ſimili.

Eccetto che gli huomini, congiugnendo inſieme il poetare, & il verſo, hanno chiamato queſti Poeti di Elegie; & quegli Poeti di Eflametri; non hauendo in ciò riſpetto all'imitatione: ma dando generalmente il nome di Poeta ſecondo il riſpetto del verſo.

Conciofia che ſe talı Poeti hanno detto in verſi alcuna coſa appar tenente ò alla medicina, ò alla muſica; eſsi hanno vſato nondimanco con la ragion'detta di chiamargli Poeti. Mae'non è comune alcun'altra coſa infra Homero, & Empedocle eccetto il verſo. Onde l'uno ſi debbe ragio neuolmente chiamar Poeta; & l'altro piutoſto Filofofo naturale, che Poeta.

Et queſto ſimileauuiene doue anchora vno, meſcolate tutte le ſorti de' verſi, nondimanco non vi faceſſe l'imitatione: ficome fe Chieremone nel ſuo Caual centauro, che di tutte le forti de verſi vi fe vn' meſcuglio. Et non per ciò debbe effer chiamato Poeta. Di queſte coſe adunche baſti la deter mination'detta.

Sono anchora certe fpetie di poefie, che vſano nella loro imitatione tutte le coſe dette, cioè, il numero,l'harmonia, & il verſo; come è la poeſia de' Ditirambi,& quella delle leggi : & come è la Tragedia,& la Commedia.

Ma fono differenti in queſto, che certe di loro vſano inſieme tutte le coſe dette;et certe l'uſano diſpersè.

Ma cóciofia che chiûche imita, imiti coloro, che operano. Et queſti è di neceſsità, che ſieno ò buoni, ò maluagi; perchè i coſtumi quaſi ſempre confeguitano à queſti ſoli : per eſſer ciaſcheduno differente ne' coſtumi mediante la virtù, òl vitio. Conſeguita pe rò neceffariamente, che e'ſi vada imitando ò gli migliori degli altri ; ò gli ſimili, ò gli peggiori: ſicome an chora interuenne fra' dipintori, che Polignoto andò ri trahendo i migliori.

Pauſone i peggiori. Et Dionifio li ſimili. Onde è manifeſto, che ciascuna delle imitationi ſopradette haurà queſte differenze;

& fia diuerfa l'u na dall'altra, s'ella imitera coſe diuerſe nel modo detto. Perchè queſte medeſime differenze anchora ſi poſſono ſcorgere nell'arte faltatoria, & in quella de ſuoni detti diſopra.

Nè queſto medefimo ancora ci è nafcoſto nelle profe, & nei verfi, oue ſi faccia l'imitatione he roica; ficome ſi può vedere in Homero, che imita li mi gliori.

In Cleofone, che imita i fimili. In Egemone da Tafio, che fu il primo, che compoſe le Parodie. Et in Nicocle, che compoſe la Deliade. Che amendue imita rono i piu vili.

Queſto ſimigliante ſi vede anchora nel la poeſia de'Ditirambi, & delle leggi. Doue fi potrebbe far l'imitatione di ſimil fatta; ſicome la fe Timoteo, & Filoſſeno nella fauola, chiamata I Perfi.

Et in quella, che fu chiamata I Ciclopi. Queſta medefima differenza ha la Tragedia con la Commedia, perchè infino al di d'hoggi l'una vuole imitare i piu rei; & l'altra vuole imitare i piu buoni.

Aggiungeciſi anchora vna terza differenza, & queſta conſiſte nel modo dello imitare; perchè dalli medefimi, ſi poſſono imitare le medeſime coſe.

Alcunauolta imitando vno che racconti, ò che ſi veſta la perſona d'altri; come vſa Homero. O' uero imi tando vn medefimo, & che non ſi ſcambi con altri. Ο' veramente faccendo l'imitatione tutta con gli agenti, & co' negotianti. Sta adunche l'imitatione, ficome nel principio dicémo, in tre differenze, cioè, Con che, Che cofe, & In che modo.

Onde conſeguita per vna ragione, che Sofocle ſia il medefimo imitatore, ch'è Homero;perchè amendue imitano huomini ſaggi. Et per vna altra fia il medesimo, che Ariſtofane; perchè amendue imitano agenti, & negotiati.

Onde alcuni fono, che ta li ſpetie di poeſie chiamano Atti, che in Greco fon det τι πράματα. Perchè e'vi s'imita gli agéti, che in greco fon detti Αρῶν ασ. Di qui naſce ancora, che i Dorienfi s'attribuiſcono il poema della Tragedia, et della Comedia, Quello della Comedia s'attribuiſcono quegli di Mega ra; fi li nati, dico, quiui nel tempo, ch'egli haueuono il popolare ſtato: Et ſi quegli, che vennero di Sicilia.

Onde fu Epicarmo Poeta, che viſſe molto innanzi à Con nide, & à Magnete. Et quello della Tragedia s'attribui ſcono certi, che habitano nelle Moree. Et che ciò ſia vero, ne traggono queſto inditio dal nome; Conciofia che e' dichino, che appreſſo di loro i borghi ſi chiamaſ fero κώμαι. Et appreſſo degli Athenieſi ſi chiamaſſero δήμοι: come ſe i Comedi non fuſsin'detti da κωμάζει, che vuol dire laſciuire;ma fuſsin'detti dall'andar vagabon di pe borghi.

I quai borghi eran' detti κώμαι, per eſſere hauuti in difpregio nelle Città. Dipiù eſsi chiamauano queſto nome di Fare col vocabolo greco dậy. Et gli Athenieſi col vocabolo πράττειν. Delle differenze adun che, che appartengono alla imitatione, & quante;

& di che natura elle ſieno, baſtine quello, che è detto infin' qui.

A due ſon' le cagioni; & quelle naturalıſsime e l'imitatione, che con ciascuno huom' inſieme naſce infin' da fanciullo; Ma due son le cagioni. Cap. II. questo Cap. il Filosofo doppo la diviſion fatta della Poesia nelle fue Ifpetie & della diffinition d'effe, dice qui della sua generatione; la qual mostra egli effer naturalißima:& coſi l' Armonia, & il Nume ro. Doppo la qual cosa uien ſucceßiuamente à mostrar l'origine del poe ma Comico et del Tragico. Le quai materie aſſai appariſcon' nel Testo, del quale andro io qualcosa dichiarando. Oue e dice [Vndèl'imita tione Due cagioni allega il Filosofo eſſer generatrici della Poefia. Vnde l'imitatione. Et l'altra non dice egli affermatiuamente; mac fi cana, ch'ella fia quiui one è poſto [Et perche ciascun ſi prende piace re] il ſenſo è che l'imitatione, et il pigliarsi piacere dell'imitatione han no generato la Poesia. Che l'imitatione l'habbia generata è certißimo, perche la Poesia nõ fa altro che imitare. Et l'imitatione efſſfendo natur a le agli huomini,diqui naſce però, ch'ella ba generato quell'arte, che fa lor fare una cosa naturalißima. Ch'ella fia naturale, fi prowa in ciascu no dalla prima fua infanza; che ſubito et con gesti, et co ogni cosa,ch'e può, s'ingegna d'andare imitando. Mae' fi uede, ch'ella e naturalissima; et che all'huomo ell'e stata conceſſa particularmente dalla natura, per hauergli ella dato due coſe infra l'altre attissime ad imitare: ficome egli l'accenna anchora nel 111. della Rettorica, oue é dice, Cominciarono una tal coſa i poeti. Et tali due coſe ſono il poter profferire i nomi, et il potere usar'la uoce in quel modo, che noi uogliam per esprimere i noftri affetti. Ne li nomi eſſendo altro che imitationi de concetti, et la uoce feruendo medesimamente ad imitare piu d'ogn'altra cosas fa pe rò tal ragione che l'imitatione ci ſia naturale:faccendosi ella massima mente con due coſe naturalissime. L'altra cagione è il piacere, che della imitation' fi piglia. La qual cosa afferma ei medesimamente nel primo della Rettorica, doue ei tratta del Piacere; mostrando quiui, che tutta limitatione ci da allegrezza. Et una cagione di cio et la principaliſsima'è l'imparare. Il quale effetto ci conſeguita affai per tal uerfo ficome " e ci conſeguita anchora per il riſpetto medesimo nel confiderar' l'imagini degli animai feroci ; et di quegli, che uiui noi haremmo in horrore à wedergli. Ouee dice [chel Armonia, et il Numero ci'e naturale] Mostra ei questo come coſe, che fon' congiunte alla Poesia,et alla Imitatione; anzi come due coſe, onde l'imitatione ſi fa massimamente. Et che l'Armonia fia naturale s'eſperimenta non pur' negli buomini, ma anchora negli animai bruti. Onde dice il Filosofo nello V111. della Politica, che percio molti Filosofi hanno tenuto, che l'Anima nostra fia una Armonia. Et il numero non è altro che armonia, non effendo egli altro che un andar con tempo breue, o lungo, et ordinatamente; donde Jon nati li chiamati piedi ne uerfi : i quali uerſi ſon parte del Ritmo, Numero ch'io uoglia dirlo. Et nella proſa u'e egli piu ſparſo, et percio piu incognito. Oue e' dice [Il Margite d'Homero] Tal Poema non firitroua, et dice il Filosofo, ch'eglie corrispondente alla Commedia; cive, che ei tratta à uso di Poema heroico materie da uenire nel Poema comico: faccendo (mi stimo) l'imitatione per uia di narratione. Et fe bene il Filosofo tali imitationi chiama anchora rappreſentatiue ; non'è pero, ch'elle fieno rappreſentatiue: ficome ſon quelle della Tragedia, et della Commedia. Perche in questi ultimi Poemi gli Istrioni fanno, et mettono in atto le cose. Et ne Poemi heroici l'attione ui s'efprime per uia della narratione, ſenza che anchora eßi Poemi heroici (tolte loruia quello, che dice il Poeta) ſi potrebbono recitare in Scena; ficome anticamente fuuſato alcunauolta : & come ſi potrebbe uſare. Verbigratia in virgilio (doue tolto uia quello, che dice il Poeta) fi potrebbe indurre in Scena Enea che parlaſſe;& Didone, che gli riſpondeſſe quelle mede fime parole, che quiui ſon dette. Oue e' dice [Eschilo primo di tutti] Par certo cofa strana, che le Fauole non haueßin piu d'un' Istrione, infino in tre. Douc'è da notare, che gli antichi Poeti (ficome ei dice anchora nel 111. della Rettorica) da loro steßi fi recitauano i lor Poemi. Et se egli eran pochi gli istrioni, nasceuacio forſe,o perchè nella Fauola fußin pochi Epiſody; de quali si dirà più difotto: che ſon quegli, per cagion de quali nelle Fauole s'ha bisogno d'affai istrioni. Che inuero l'attione steßa della Fauola ſenza Epiſody harebbe di pochi istrioni di biſognozo uero tali pochi istrioni ui feruiuono per molti o ueſtendosi più perſone, o faccendo diverſe uoci. Done e dice [il uerſoiambo è fimile alla proſa ſando quel uocabulo λεκτικόν. E da auuertire che Arift. questo nome medesimo λεκτικόν nel iy. della Rett.doue e tratta Del numero dell' oratione, lo piglia in altro fignificato. Et questo bafti. いつ ​ M

& per la quale eſsi huomini ſon' dagli altri animali differenti, per effer, dico, attiſsimi ad imi tare:& per farſi in loro le prime cognitioni per via della imitatione; & perchè ciaſcun' fi prende piacere dell imitatione. Di che è ſegno quello, che accade negli ſteſ fi fatti.

Perchè tutte quelle coſe, che cı danno moleſtia nel riguardarle, delle medeſime quando noi ſcorgiamo l'imagini diligentemente ſegnate;elle ci danno fommo piacere : come ſono l'imagini delle beſtie ſaluatiche, & de' morti. Et queſto naſce, perchè non pure a' Filofofi, quanto anchora à tutti gli altri huomini l'imparare è coſa dolcissima.

Ma perchè gli altri di tal'coſa poco par ticipano, però fi rallegramo eglino nel confiderar tali imagini per quello accidente, che interuien loro d'imparar' in quel mentre che eſsi le confiderano; & di fare la conclufione, che che ſia ciaſcheduna d'effe: cioè che queſta è quella coſa.

Perchè dou'egli interueniffe, che vno, che risguarda l'imagine, imprima nó haueffe quel la coſa veduta, e non ne piglierebbe piacer per via della imitatione;

ma fi bene per via dell'artificio, ò del colore: ò d'altra cagione fimigliate. Eſſendoci adunche l'i mitatione coſa naturalifsima, & l'armonia,e'l numero.

Et che i verſi ſien' parte di numero è manifeſtò. Però da principio interuene, che quegli, che per natura erano à tai coſe inclinati aſſai à poco a poco con andarle allargando generaſsino la Poefia con inuentioni fatte dapprima all'improuifo.

Et ſegui dappoi, che la Poefia fi diuiſe in piu membri ſecondo i coſtumi di ciaſchedu no, che vi atteſe. Imperochè gli huomini di piu grauità imitarono l'attion' virtuoſe, & quelle degli huomini ta li. Et li piu leggieri imitarono quelle degli huomini rei, vſando di far opere mordaci in cambio degli altri, che faceuono Himni, & opere, che lodauano altrui.

Ma innanzi à Homero non fi ritroua neſſun' Poema gia ta le: & pure è ragioneuol'coſa che e' ne fuſſero ſtati mol ti compoſti.

Et cominciandomi da Homero ſi ritroua il ſuo Margite, & altri Poemi di fimil fatta; ne' quali s'u sò il verſo lambo come à tal Poema accomodato. Onde è nato, che tal maniera di Poema ſi chiama Iambico; perchè có ſimil verſo s'uſaua di dir male l'un dell'altro.

Et infra i Poeti antichi alcuni d'eſsi furon' detti Poeti Heroici, & alcuni Poeti Iambici.

Ma cofi come Home ro infra tutti gli altri imitò maſsimamente l'attioni vir tuoſe, perchè egli folo dimoſtrò non tanto quello, che era buono, ma perchè egli anchora nel ſuo Poema, fece l'imitationi da rapreſentarſi in Scena. Medefimamente egli imprima di tutti gli altri moſtrò qual'doueffe effer la forma della Commedia, cioè che in eſſa fi doueuon' rappreſentare i ridiculi, & non i vituperii degli huomi ni. Che (à dire il vero) il ſuo Margite ha la medefima corriſpondenza con la Commedia, che ha l'Iliade, & l'Odiffea col Poema tragico.

Ma gli altri ſi ſpinſono all' una delle due forti di Poemi, ſecondo che la natura gli fe più all'uno, che all' altro inchinati:diuentando queſti Poeti Comici incambio di Poetı Iambici: Et quegli Poeti Tragici in cambio d'Heroici; per eſſere tali ſpetie di Poemi migliori, & più honorate di quegli. Ma il confiderare ſe il Poema Tragico habbia anchora, ò nó habbia la perfettion'ſua, ſi con il riſpetto afſoluto di ſe ſteſſo, & fi con il riſpetto del Teatro : di tutto queſto fia tempo da vederlo altra volta.

Et dicafi hora che hauendo la Tragedia, & la Commedia hauuto principio da coſe fatte all'improuiſo; & l'una hauendola hauuto da quegli, che principiarono i Ditirambı: & l'altra da quegli, che ſcriſſono li Poemi fallici, i quali anchor'hog gi fi conferuan per leggi in molte Città: à poco a poco, dico, ch'ella venne ampliando infino à quel tanto, che di lei è manifeſto à ogni huomo.

Et doppo aſſai mutationi, che ſopportò la Tragedia, ripoſofsi al fine, conſe guito ch'ell' hebbe la ſua natura.

Et allhora Eſchilo pri ma di tutti l'accrebbe il numero degli Iftrioni, cioè, d'u no, infino in due; & diminui quelle coſe, che apparten gono al Choro. Ordinò dipoi il parlare delle prime par ti. Et Sofocle dappoi aggiunſe il numero degli Ittrioni infino in tre, & aggiunfe dipiù l'ornamento alla Scena.

Oltradiqueſto eſſa Tragedia di piccola Fauola, ch'ell' era imprima, et di locution' ridicula venne in grandezza; & fcacciato da ſe il modo Satirico doppo vn' gran tempo finalmente riceuette in ſe grauità: & in cambio del verſo di otto piedi riceuette il Senario, ò Iambo che io mi voglia chiamarlo.

Che innanzi à lui s'uſaua il ver ſo di otto piedi, per effer tal Poeſia Satirica & conueniente alle feſte de ſalti, ò de balli. Et la natura ſteſſa, trouata che fu la locutione, inſegnò il verſo, che le era conueniente; concioſia che il ſenario infra tutti gli altri numeri ſia facile grandemente da poteruiſiragionar' dentro.

Di ciò è ſegno queſto, che io dirò; cioè, che nel parlar' ordinario, che fa l'un'con l'altro, molti ſenarii vi ſi profferiſcono:& degli Efametri radeuolte. De quali ſe pur ſe ne profferiſce alcuno,e' fi profferiſce tra paſſando il fuono del parlare ordinario.

Diceſi anchora, ch'ella fu accrefciuta di numero d'Epiſodii, & di tut te quelle coſe; ciaſcuna delle quali le reca ornamento. Et di queſte tai coſe ſieſene detto à baſtanza;

che forſe ſarebbe impreſa non piccola il voler'diſcorrere intorno à ciò particularmente ogni coſa. N

A la Commedia (come noi habbiam' detto) e vna imitation' di coſe cattiue; ma non già, che habbino il ſommo grado della cattiuità: ma è vna imi tatione di quella parte ridicula, che contien'la bruttez za. Ma la Commedia. Cap. III. Moffrail Filosofo in queſto tefto, qualmente fia fatta l'imitation Comica, la Tragica; & anchora mostra, perchè di lei non fi fien ſaputi gli accrescimenti: ſicome fi ſon ſaputi quei della Tragica. Que e dice nel Testo [Il Principe Atheniese E da ſapere, che tale era un Magistrato composto d'un ſolo, del quale fa egli mentione anche ranelv. libro della Politica; done trattando delle cagioni, che fanno mutare gli Stati, e fa mentione del conſiglio detto Eliea. Oue e dice [Fu Crate, che lasciata la forma Lambica] Et quel che ſegue. Credo • che ch'e uoglia dire, ch'e' comincio a fingere le Fauole uniuerfalmente, cioè à dir quelle cose, che stauan bene a farsi: non fare come li Poets Zambici, che diceuon particularmente d'uno, s'e uoleun dirne male; quello cive, che egli haueua fatto, o faceſſe non quello, che egli hareb be douuto fare. Nel qual modo uenne egli à ridurre la Foefia Comica à più uera imitatione. Et questo basti..

Conciofia che il ridiculo ſia vn' difetto, & vna vergogna ſenza dolore ; & che non corrompa la natura di chi l'ha:ſicome è un'uolto brutto,& cótraffatto, il quale ſenza dolore di chi l'ha è ridiculo.

Non fono adunche incognite le mutationi, che ha la Tragedia ſopportatos nè anchora gli autori d'eſſe; ma ben' quelle della Com media da principio furon' occulte per non hauer' ella hauuto troppi affettionati di lei. Perchè il Principe Athenieſe doppo vn' gran tempo le conceſſe il choro, il quale fu d'huomini volontarii compoſto;

nè di lei fi raccontan'Poeti, ſenő dappoi ch'ella venne ſotto qual che formaine ſi ſa già chi v'ordinaſſe le perſone,ò i prologhi, ò la moltitudine de gli Iftrioni, & altre coſe ſimi li.

Ma alla compofitione della Fauola Epicarmo, & Forme detter' principio.

Onde tal coſa imprima di Sicilia venne. Et il primo, che da Athene defle à tal'co fa principio, fu Crate; il quale, laſciata la forma della Poefia Iambica, cominciò generalmente à finger' le fauole, & i ragionamenti.

Ł Poema Heroico adunche cóuiene co'k Tragico I in queſto ſolo, che ciascuno d'efsi col parlare in ver ſi imita l'attioni virtuoſe; ma è differente l'un' dall' altro & perchè il Poema Heroico ha il verſo d'una ſola fatta: & perchè e' fa la narratione: & anchora è diffesente per la lunghezza. Il Poema Heroico adunche. Cap. IIII. Ratta qui della conuenienza, della diſconuenienza, che hanno I infieme il poema Heroico, et il Tragico. Et la conuenienza è nell imitatione, doue amendue la fanno d'huomini, & d'attioni eccellenti. Za diſconuenienza apparisce nella differenza della diffinitione, perchè Tun Poema falimitatione col uerſo d'una forte; l'altro d'unaltra. Anchora l'uno fa l'imitatione narrando; l'altro rappreſentando la coſa con gli agenti. Dipiu ci è la differenza nel tempo, dove l'uno fa l'imitatione in tempo di molti anni ; & l'altro in tempo d'un sol giorno. è poco piu. Et intendo io del giorno naturale d'hora XX1111. perchè le materie, che ſi conducono nelle Tragedie, & anchora nelle Comme die, molteuolte ſono di tal forte, che piutoſto di notte, che di giorno sta be ne il farle; come ſono gli adulterij le morti et fimili. Ne qui ci perturbi il dire, che la notte ſia tempo di riposo; conciofia che gli imtemperati, et gli ingiusti ufin le cose nel modo contrario à quello, che la natura tha ordinate: & anchora perche e non è diſconueneuole una fola notte, per condurr'una impreſa, & una ſua uoglia, lo ſtar ſenzariposarsi. En

Conciofia che il Tragico finiſca l'impreſa ſua ſotto vn' circuito di ſole, ò poco più.. Et l'Heroico la faccia ſenza tempo determinato.

Et cer tamente da prima fu vſata la medefima libertà del tempo nell'uno, & nell'altro Poema.

Le parti d'amendue queſti Poemi ſono & comuni; & parte ſono propie della Tragedia.

Onde chi ſa difcerner'bene intrala Tra gedia buona, & la Tragedia maluagia; coſtui il medefimo faprà difcernere infra' Poemi Heroici:imperochè tutto quello, ch'è nel Poema Heroico, è nella Tragedia: ma non già per l'oppoſito.

Ma della imitatione He roica, & della Commedia diremo più di ſotto. Et della Tragedia diremo hora dando la diffinitione della ſua natura, che per le coſe dette fi dimoſtra...

Adunche la Tragedia vna imitatione d'attione virtuoſa perfetta, & che habbia grandezza con parlar ſuaue ſeparatamente in ciaſcheduna ſua ſpetie nelle parti di coloro, che van negociando; conducendo l'eſpurgatione degli affetti, non per via di narratione, ma per via di mifericordia, & di timore. E' adunche la Tragedia. Cap. V. In queſto cap, da il Filosofo la diffinitione della Tragedia, la qual diffinitione ua ei ei dipoi dichiarando à parte à parte; & anchor ci rac conta le parti fpecifiche d'efſa: le quali a una a una va ei diffinendo. Et parti specifiche ſon quelle, che inſieme con la forma conſtituiſcon lafpetie; perche non tutte le parti d'un tutto la conftituiscono, ficome egli af ferma anchora nel libro 1111. della Politica: ma quelle fole, che attin gono alla sua forma. Nel qual grado fon le racconte qui, Imperoche ſen za eße parti nam fi potrebbe chiamar Tragedia, aunega che in eſſa fur Se l'inuention fola; la quale ei mette per la sua anima: perche come nella Metafisica e affermato dalui, la forma ſola non hal'eſſer' perfetto nella fpetie ſenza la materia. Et qui l'Inuentione, et la Fanola e messa per la forma, et per l'anima della Tragedia; com'è ponendo in eſſempio, E' no ſi può chiamar huomo l'anima rationale difperse dalla materias nè quello anchora fi può dire huomo, che manchi delle parti principali, che attingono alla ſpetie humana: com'è Verbigratia il cuore, il cer nello, il fegato. Et quai fien queſte parti ſpecifiche defla Fragedia, le ua ei mostrando, & raccontando nel testo; del quale andro io dichia rando qualcoſa. Que e' dice [Conducendo l'efpurgation' degli affetti] E il feno, che la Tragedia purgagli affetti noftri non per usa della nar ratione (Sicome fa il Poema Heroico) ma per uia della mifericordia, et del timore;cive, rappreſentatoci da negocianti. Imperoche il Poema He roico anchora egli mediante le due coſe dette ci purg a l'animo ma narrando, non negociando. Ma che vuol dir' il Filosofo per purgar gli affetti? vuol dire che nel confiderare fimili imitationi, que fuccedono cafi terribili, o compaßioneuoli, noi purghiam' l'animo: main che mo do? O uero con confiderar' tal' imitatione, che ci arreca piacere; faccen doci imparar quei caſi ſeguiti? ouer quello, che è meglio? perche, veggendo noi fimili caſi auuenuti in perſone eccellenti, piu agevolmente comportiamo le calamita noftre; o uero impariamo a ſopportarle. Et in tal modo se noi siamo iracundi, o intemperati uenghiamo à purgar P'animo di tali affetti; confiderando quei pericoli, & quei mali che incontrano a chi è ne uity rinuolto, a chi e fitto nelle perturbationi: dalla qual confideratione è forza, che ne riſulti piacer grandißimo. Et di questa materia medesima tratta egli anchora nell' ultimo libro della Politica. Onde à chi paresſſe coſa diſconueneuole quello, che piu diſotto afferma il Filosofo cioe che'l piacer della Tragediarifultaſſe dalla mifericordia, dal timore; perche tai cafi non par ch'apportin piacere: Si può rispondere ch'e' l'apportano nel modo detto diſopra. Oue é dice [Delle quai parti due ne ſono] Hauendo infin' quiui raccontato le fes parti fpecifiche della Tragedia, mostra qualſia di ciascuna d'eſſe l'uffitio; cioe, che due feruono per parti inftrumentali. V na per ſuggetto. Et tre per parti finali da eſſere imitate. L'inſtrumentali ſono l'pparato, la Musica. Et per Apparato intendo nonfolamente quel della scena, quanto gli Istrioni ueſtito à uso di Re,o di tutte quelle perſone, che fi fin gono, in ſomma tutte le cose, che alla uista appartengono Fono. Per Ми fica intendo nonfolamente quella, che fi canta dal Choro tutto infieme, quanto tutto quel modo, che fuor del parlare ordinario è usato dagli Istrioni nel recitarfi le Fauole. Perchè io giudico per questo luogo, che l'oppinion d'Aristotile fia, che tuttala Tragedia fi cantaſſe. Et qui mi ſouviene quando tre anni fa alcuni giovani nobili di queſta Città Volson' far recitar una Tragedia, che Giouanbatista Strozzi amico mio fingularißimo, et di quel buono ingegno,et giuditio, che ſa ogn'huo mo, era in fimil' oppinione, anchor che io allhora da lui diſſentißi; et in fra molte ragioni dalui ingegnoſamente allegate n'allegawa una, che in tal'modo, cioè, la Tragedia verrebbe à muover piu gli animi, et maggiormente ad effer inteſa da gran multitudine: usandofi, dicewa egli, di dar un modo rilevato di uoce con qualche numero al parlare. che fan gli zftrioni. Adducena in eßempio di ciò quelle feste, che anticamente facewonfi al tempo di LORENZO de' Medici ; le quali per udita, et per confeßione de Vecchi moderni fi dicevono hauer gran fauore: & hauer gran forza à muouere gli animi. Matratornando dico, che le due parti dette ſono inſtrumentali all' imitatione gica; cioè, fon quelle, con le quali ella fi fa: perche inuero ſenza l'ap parato, et ſenza il canto ella non potrebbe mettersi in atto. Parte ſugget tao materiale per dar l'inuentione è la Fauola, la quale è l'anima della Tragedia; et ſenza la quale ella non harebhe wita, nè l'eſſere. L'altre tre (et tali fono il diſcorſo, il costume et la locutione) ſon le parti finali: cive fon quelle che s'imitano. Imperoche il poeta nel ſuo parlare non fa altro che dimostrar costumi,ò diſcorſo,ò buon modo di locutione. La dif finition di ciascuna delle quali parti è meſſa nel testo. Et qui è da notare, che nella mia traduttione, dove è il nome Greco, che dice διάνοια, το bo ſempre tradotto Diſcorſo,et no sentenza: perche il nome di Mάνοια ε nome piu generale, et che comprende la fentenza, et l'entimema: et tut to quello, che nel parlar' s'usa per dimostrare. Ilche fi può prouare per Aristotile steſſo nell' ultimo del 11. libro della Rettorica, che il nome di Λιάνοια, τive, fignifica quello, che io dico, oue é dice Degli eſſempi adunche, degli Entimemi, delle Sentenze; et di tutto quello, che è nella Λιάνοια ſen' e detto. Che inuero la Λιάνοια è la parte ragionevole dell'anima nostra, che, congiugnendofi con l'appetito, confidera i particulari; e e da loro poi conchiude l'univerſale: ficome è tutto il diſcorſo humano, che in tal modo fifa. Que é dice [Anchora se uno nella ſua Tragedia] Etale una ragione a prouare, che infra tutte le ſei parti conte la Favola è la principalißima; & di maggior importanza che tutte l'al tre. zlche fi dimostra per la difficulta dell affectar' ben la Fasola, molto maggiore, che non è l'aßettar tutte l'altri parti. Oue e e dice [Oltra diqueſto E quiui unaltra ragion poſta per dimostrar' il medesimo con l'eſſempio della Peripetia, & della Recognitione, che ſon parti della. Fauola. Et la Peripetia diffinendola, non è altro, che un ſucceſſo di co fe in contrario à quello, che un fi stima; com'è uerbigratia nell' Edippo Tiranno, quando egli afpettando di liberarfi da ogni incommodo con fa per donde egli era uscito:allincontro ſappiendolo ui divenne miferrimo, et ſopra dogn'altro infelice. Et della Recognitione che ella ſi fia, fi dira nel ſuo luogo ; & nello eſſempio dato piu diſorto della Dipintura fi manifesta il medesimo: cive, che la Fauola e l'importanza, la quale in tal effempio corrispõde all' immagine ſegnata distintamere à punto col bianco. Et l'altra parte dell'eſſempio corrispõde all'altre parte della Tra gedia. Et questo basti. E

Io chia mo parlar ſuaue quello, che ha numero, armonia, & dolcezza.

Et per ſeparatamente in ciaſcuna ſua ſpetie intendo il conduruiſi à fine certe coſe ſolamente per via del Verſo; & certe altre anchora per via della Mu fica.

Et concioſia che l'Imitation ſi faccia dagli agenti, però di neceſsità fia l'apparato vna principale parte d'eſ ſa Tragedia; dappoi la Muſica & la Locutione: perchè có queſte parti ſi fa l'imitatione.

Io chiamo locutione eſſa cópofitura deuerſi. Et muſica chiamo quella parte, che ha tutta quella forza, che è ad ogni huomo manife ſta.

Ma perchè queſto Poema imita l'attioni, le quali da gli agéti ſi mettono in atto; che per neceſsità debbon'eſ ſere di queſta, et di quella forte:ſecondo che egli hanno il coſtume, ò'l diſcorſo. Che inuero l'attioni ſon'tali ſecondo le due coſe dette.

Però conſeguita, che il diſcor fo, & il coſtume ſien' due cagioni delle attioni humane, & che mediante queſte due coſe ciaſcun' confeguiſca,ò non conſeguiſca i ſuoi defiderii. Et la Fauola quella, che il fatto ci rappreſenta. Chiamo Fauola lo intrecciamento di quel negotio. Coſtume quello, che dà qualità, & nome agli agenti. Diſcorſo tutto quello, onde chi parla dimoſtra; ò non dimoſtra qualche fentenza.

Onde è di neceſsità, che da ſei parti fia tutta la Tragedia compreſa; mediante le quali ella ſi chiami, ò buona,ò cattiua.

Et queſte ſono la Fauola, Il Coſtume, La Locutione, Il Diſcorſo, L'Apparato, Et la Muſica.

Delle quali parti due ne fono, con che ſi fa l'imitatione. Vna ferue folamente al modo dell'imitare; le tre altre feruono alle coſe, che s'imitano: & fuori di queſte altre non ſi ritrouano.

Tali parti adunche vſan' affai i Poeti Tragici (per dir'coſi) nella Tragedia; conciofia che l'Apparato contenga il tutto:cioè il coſtume, la fauola, la locutione, la muſica, & il diſcorſo. Ma l'importanza di tutte queſte parti è la conſtitutione delle coſe, che vi ſi trattano; perchè la Tragedia imita non gli huomini, ma l'attioni, & le vite : & la felicità, & la infelicità. La qual'felicità conſiſte nell'attione. Et il fine è vna certa attione, & non qualità.

Bene è vero, che da coſtumi s'acquiſta la qualità. Et dall' attioni la felicità; ò il ſuo cótrario. Non ſi fanno adunche l'attioni per ca gione d'imitare i coſtumi;ma ſi ben'li coſtumi s'appren don' mediante l'attioni.

Onde auuiene, che l'attioni, & che la fauola ſia il fine inteſo dalla Tragedia.

Et il fine (com'è detto) è infra tutte le coſe il ſupremo. Imperochè e' nő potrebbe eſſere mai Tragedia ſenza attio ne, ma ſi ben ſenza coſtumi; conciofia che la piu parte delle Tragedie moderne ne manchino,& che affai Poe ti ſi ritrouino della maniera medefima: ſicome fra' Dipintori fu Zeuſi diſsimigliante da Polignoto.

Perchè AP coſtui ritraſſe nella ſua dipintura coſtumi buoni:& l'al tro nella ſua non ve ne fece apparire alcuno. Anchora fe vno nella ſua Tragedia dirà continuatamente parole morali, vſerauui buona locutione, & buon' diſcorſo; non però farà egli il vero vifitio della Tragedia:ma via più lo farà, chi, vſando in eſſa piu parcamente tutte le coſe dette, vi farà apparir' la Fauola, & la conſtitution d'eſſa rettamente ordinata.

Oltradiqueſto quelle coſe, che in eſſa Tragedia ſon' più poſſenti à conciliarſi gli a nimi degli vditori, ſono d'eſſa Fauola parte; come fon le Peripetie:& le Recognitioni.

Segno è di ciò, che que gli, che tentan' di fare il lor Poema eſatto, prima conſeguiſcon' ciò con la locutione, & con i coſtumi; che có la conſtitutione della Fauola. Ilchè auuenne quafi à tutti i Poeti antichi.

E' adunche il principio, & quafi l'anima della Tragedia la Fauola ſteſſa; & nel ſecondo luogo ſono i coſtumi: doue in ciò.appariſce anchora, ch'ell'è ſimile alla dipintura.

Perchè ſe quiui alcuno dipignerà có bellissimi colori vna immagine in varii luo ghi, non porgerà perqueſto tanto diletto à chi la riguardi; quanto harebbe porto chi l'haueſſe tinta diſtintamente à punto col bianco.

E' ella pertanto imitatione d'una attione: & di quella mafsimamente, mediante la quale operano gli agenti.

Nel terzo luogo è il Diſcorſo, Et queſto no importa altro, che poter dir le coſe, che ſono in eſſa caufa;& che ad eſſa conuengono.

Ilche nel parlare ſciolto propiamente s'appartiene alla facultà Ciuile; & alla Rettorica.

Et certo che i Poe ti antichi finſero quei, che parlaſſer' ciuilmente; & li moderni ſi ſon' attenuti piu al parlare Oratorio.Il Coſtume è quella tal coſa, che moſtra qual ſia l'elettione in quelle coſe, doue non appariſce ſe, chi le dice, elegge,o nó elegge di farle. Et diqui naſce, che certi parlari ſi ritroua, i quali non hanno coſtume.

Il Diſcorſo appa rifce in quelle coſe, oue e'ſi dimostra, che la coſa ſia, ò nonfia; è doue ſi pronuntia qualche detto vniuerfalmente.

Il quarto luogo in queſto ordine ha la locutione. Intendo (ficome ho detto innanzi) per la locutione quella coſa, che per uia della pronuncia de' nomi ci va fignificando i concetti; la quale ha la medefima forza ne' verſi, che nella proſa.

Del resto delle altre cinque parti la Muſica le vince tutte nella dolcezza.

Et l'ultima, che è l'Apparato, piglia aſſai gli animi, et maca affai d'artifitio; & non è parte propia della Poetica : perchè la forza della Tragedia ſta & ſenza gli Iſtrioni, & ſenza la Scena, Anchora tale arte, ch'all'apparato appartienfi, è più propia dell'Architettore, ch'ella non è del Poeta. Doppo queſte determinationi diciamo qualmente deb ba effer fatta la conſtitutione del negotio, conciofia che queſta coſa ſia la prima, & la più importante, che nella Tragedia fitruoui. N

Stato preſuppoſto da noi, che la Tragedia imiti vna attione intera, et perfetta; et che habbia qualche grandezza. Io dico queſto, perchè e ſi dà vn'intero, & vn' tutto, che nó ha grandezza alcuna. E' stato presupposto da noi. Cap. VI. Ominciail Filosofo in queſto Teſto à trattar della Fauola, i.or ว cloe C della imitation Tragicasdi che natura ella debba eſſere: & quan to lunga. La natu a. La natura di tale imita le imitatione co conferma douer effer uirtuosa, eccellente; douere imitar' un' attion ſola intera, et perfetta: et the habbia grandezza. Dice una, à differenza di quelle artioni; che benche parlino d'un foto buomo, nondimanco fon' di tal forte, che di lo to non ne risulta una ſola cosa: della qual buona imitatione più difotta e ne da l'eßempio nell'imitationi d'Homero. Dice intera, et perfetta per mostrar ar ch'ell' hahauere il principia, et et il mezo, et il fine ; i quai termini ui ſeguin dentro per uia del uerfimile, et del necesario. Et dice, ch'ella ha hauer grandezza, à differenza di quei tutti, che nõ l'han no's ſebene e fon perfetti: ficome auuien nel punto. Le quai materie dichiaran da loro pel testo. que é dice [Il cui termino per quanto fen PP afpetta allo ſpettacolo antende il Filosofo che eßendo due li termini della gradezza della Tragedia;uno artificioso. Et queſto confifte in eſſo Poeta, cive, che a lui s'aspetta di farlo in modo per uia del uerifimile, del neceſſario, che egli stia ottimamente. Et l'altro è ſenza artificio del Poeta cive quello, che si conſtituiſce col tempo. verbigratia con quello fpatio d'eßo, che è misurato dall' horihuolo d'acqua, il quale horibuolo Susaud ancitamente: & noi hoggi in quel cambio usiamo l'horibuola di polueres Questo termino adunche ſenza artificio non s'afpetta al Poeta per la ragione che è addetta nel testo, b

Tutto è quello, che ha principio, mezo, & fine. Principio frdice effer quello, che per neceſsità non è doppo vnaltra coſa; ma à cui benne conſeguita doppo vnaltra, che fia, ò che ſi faccia.. Il fine allincontro è quello, che per natura è atto à effere doppo vnaltra coſa, ò neceffariamen te, ò il più delle volte; & à cui neſſun altra coſa confe guita doppo.

Mezo è quello, che ſta doppo vnaltra cofa; & à cui doppo ne conſeguita vnaltra.

Dico adunche con tai coſe preſuppoſte, che le Fauole ben' teſſute nó debbon' cominciare onde vno ſi voglias nè allincontro finire ouunche vn' fi voglia: ma debbono vſare in ciò i fopradetti termini.

Oltradiqueſto, perchè ogni coſa bel la,ò animale, o altro che egli ſi ſia di piu parti compofto, non pur' debba hauere eſſe parti bene ordinate; ma anchora debba hauere la grandezza, ma non già qual fi voglia:

perchè la bellezza confute nella grandezza,& nell'ordine.

Però non mai potrà eſſer bello animale quello, che ſia troppo piccolo; perchè la viſta vi ſi confonde, effendoui fatta quafi, che in vn' tempo inſenſibile.

Ne anchora potrà eſſer bello allincotro quello, che fia troppo grande; perchè la viſta di lui non vi fi fa tut ta inſieme: ma quel tutto, & quell'uno piutoſto sfugge la con D'ARISTOTI la confideratione, che di lui fi fa:com'è dire quando vn animale fuſſe lungo vn' miglio.

Onde fi conchiude che cofi come auuiene nei corpi, & negli animali, che e' deb bino cioè hauer grandezza, che ſia attaåben poterſi vedere,parimete che le Fauole debbino hauer lunghez za atta à ben poterſene ricordare il cui termino per quanto ſe n'aſpetta allo ſpettacolo, & al ſenſo, non è vf fitio dell'arte.

Imperchè quando e bifognafle recitar cento Tragedie, elle ſi potrebbon' recitare tutte infra quello ſpatio di tempo, che miſura l'horihuolo d'acqua; come fi dicey che gia altroue è ſtato v ſato di farfi.

Mail termino della lunghezza, che di fua natura ha la Fauo la; fempre il maggiore è piu bello che ſi produce in lun ghezza: infino à tanto che in tal lunghezza el fia manifeſto.

Et per dir queſta materia aſſolutamente, quanto cioè debba effere il termino della lunghezza conue niente alla Fauola; dico che egli è quello, doue ſeguite le coſe per via del verifimile & del neceffario, fuccefsiuamente v'accade fare il trapaflamento dimiferia in fe licità, ò di felicità in miferiadaniolum

A Rahola fi dice eſſere vna, non in quel modo che certiaffermano, cioè ſe ella tratta d'un ſolo, perche e' fi dan molte coſe, & differenti di ſpetie: di certè delle quali non maine rifulta vna fola coſa. Et parimen te fi dan molte attioni d'un ſolo huomo, delle quali nó mai ne riſulta attione, che ſi poſſa dire vnica. La Fauola si dice esser una. Cap. VII. A zlargasi in quest, resto il Filoſofo à moftrar' come la Fanola ſi deb ba dire una Sola; cive, quand ella parla d'una sola attione. Nel qual modo fi dice eſſere una ſola attione l' Iliade, l'odißea; & medefimamente l' Eneade di virgilio. Ne qui ci perturbi, ſe in eßi Poemi molte cofe fi leggono; perche tali fono Epiſody: de qualifidira piu di forto. Ma l'atrione di ciascun d'eßi Poemi è una fold. verbigratia nell Iliade e imitata l'ira d' Acchille, la ſuariconciliatione con Aga mennone infino alla morte d' Hettore. Nell' Odifſſea la tornata d'vliffe dallo eccidio di Troia, l'ammał zamento de Proci. Nell Eneade Enea condotto in Italia, che amma za Tarno. Et tutto il resto, che è in tai Poemi ſon Epiſody; o uogliam dire Digreßioni. La natura de quali Epiſody e ch'e fien trattanti di coſe fuor' di quell' attione, che fi prapone à imitar' il Poeta; ma che non gia fieno intutto da quella lonta ne: ma in qualche parte che ſe le conueng hino. Ma ritornando, il Filo- Sofo dice l'inuentione eſſer una, quand'ella tratta d'una fola attione. Et questo proua con Homero. Et dipoi mostra qualmente il poeta debba imitare, cive, ch'e debba imitar' le cofe, che douerebbon' effere; & non quelle che fono, o che ſono state: ficome fal Historiografo. Per il qual verſo uiene egli ad effer' di lui piu nobile, conietturando, dico, il Poeta Cuniuerfale; l'Historiografo il particulare: ficome in cio s'efprime egli da se steffo nel Testo. Mette dappoi una differenza intral Poema Comico, il Tragico nell'impoſition de nomi; mostrando che il Comi cogli finge: & che'l Tragicone ritien qualcuno. Ilche fa, perche le materie, che sono nel Tragico di perſone, & di fatti grandi, habbino maggior fede. 1.

Diqui' nafce, che tutti pare che habbino errato quei Poeti, che P'Hercoleide, & la Thefeide, & altri Poemi fimili han no finto; penſando, che cofi come e fu vno ſolo Her cole:medefimamente ch'una fola Fauola di lui ſtia ben farfi.

Ma Homero coſi come egli è in tutte l'altre coſe eccellente, in queſto anchora pare, ch'egli habbia conofciuto l'ottimo, ò per arte,ò per natura che ciò accaduto gli ſia; perchè egli nell'Odiſſea non finge tutte le coſe, che à Vliſſe incontrarono : come è l'eſſere ſtato fe rito nel monte Parnaſo; & l'hauer' finto la pazzia nella ragtınanza de' Capitani. Delle quali due coſe l'una che fufſe ſtatay non era verifimile, nè neceſſario che e fuffe l'altra; ma meſſeui tutte quelle, che poteſsin' conſtituire vna ſola attione : quale noi chiamiamo l'Odif ſea.

Et il ſimile fe nell' Iliade. Debbe adunche, ficome nelle altre artı imitatrici interuiene, doue vna ſola imi tatione ui fi fa per vna fola coſa, parimente dico La Fa D'ARISTO TILE. uola, douendo imitare vna attione, debbe imitarne vna fola & intera; & debbono le parti d'effe faccéde, che vi fi contengono, di tal maniera ſtare inſieme accozzate, che qual ft voglia d'eſſe tramutata dal ſuo luogo, ò tole ta via, faccia variare, & rouinare quel tutto. Perchè quella cofa, che aggiuntagli, ò toltagli nó lo fa diuerfo, non ſi può di lui chiamar parte.

Et dalle cofe dette fia manifeſto non effer' l'uffitio del Poeta il raccontar'le coſe fatte, come elle furon' fatte; ma come elle douereb bono eſſere ſtate fatte. Et parimente effer ſuo vfficio di direle coſe poſsibili ad effere, ſecondo che le com porta il verifimile, òilineceſſario.

Che non già fta la dif ferenza intral Poeta,& lo Hiſtoriografo, perchè l'uno parli in verfi, & l'altro in proſa. Conciofia che 'Hiſtoria d'Herodoto ſi poſſa mettere in verſi; nè per queſto debba meno effer chiamata Hiftoria in verfi, o nón in verſiche ella ſi ſia ſcritta. Ma fono differenti l'uno, & Paltro per queſta cagione; perchè l'uno cioè dice le co fe feguite: & l'altro le dice come elle douerebbono ef fere ſeguite.

Onde nuuiene, che la Poeſia ha più del fi lofofo,& più del virtuoſo, che non ha l'Hiſtoria; con ciofia che la Poefia dica più l'uniuerfale, & l'Hiftoria più il particulare.

Dicefi vniuerfalmente, quando e fi dicono le cofe, che conuenientemente interuengono diqueſti, & à quegli, o che fi operano nel modo che fia, è verifimile, o neceffario. Ilche la Poefia va conietturan do,& mette i nomi per queſta cagione. Particularmen te fi dice, quando e'ſi raccontano le cofe, che fece Alci biade;ò quelle, che gli incontrarono.

Nella Commedia adunche queſto, che io ho detto, manifeftamente ſi ve de; perche eſſendo in eſſa la Fauola intrecciataui per via del verifimile, vi ſono nel medesimo modo poſtii nomi, che ha dato la forte; & non vi è finto il particu Jare: ficome fingeuono gli antichi Poeti Manella.

Tra gedia s'è vſato conferuare iverinomi. Et di ciò è ſtato cagione il perfuafibile, che non è ſenon quello, che può effere. Maleicofe, che non ſono ſtate, non fi crede, che poſsino effeve. Et allincontro le cofe ſtate è manifeſto,chwefelle poſſono eſſere ſtate, perchè, altrimenti ef fendo, elle non mai farebbono ſtate.

Contuttociò fi tro uano certe Tragedie, doue non è meſſo altro ch'un'no me folosò due de'veni; & gli altri tutti vi ſono finti. Ec certé n'è, doue no e alcuno vero; come in quella di Aga tone intitolata Il Fiore: che quiui fi linuentione, fi li nomi fon' finti, & non dimanco diletta affai.

Onde non fi debbe sforzare il Poeta nelle fue inuentioni da Tragedie di mantenere à punto il caſo come egli è diuulgato. Che queſto inuero farebbe coſa ridicula, concio fia che quello, che in eſsi è cognito, à pochifia cognito; & nondimeno diletti tutti gli Spettatori.

Manifeftafi adunche per le cofe dette, che più propio vifitio del Poeta è il comporre l'inuentione, che comporre i veri; inquanto dico al riſpetto, che il Poeta è detto tale per cagione della imitatione: & che egli imita l'attioni. Infrale Fauole, & l'Attioni scempie. Cap. VIII. il Filosofo in questo testo à mostrar' co come fien fatte le Fauole Vcattine, infra le quai mette er quelle, che hanno molti Epiſodij. Et quai fieno gli Epiſody s'e detto innanzi. Ettal cattiuita dice accader nelle Fauole ſcempie, le quali sono state determinate effer quelle, do ue s'imita una fola artioneset doue non è la ricognitione:nè la peripetia quando in modo contrario stanno quelle, ch'ei chiama intrecciate: uogliam dire anneſtate di molti negacy. Que è da notare che ſe ben quelle, ch'ei chiama intrecciate, hanno aßai negocý, che nondimanco in eße anchora debbe eßere una ſola imitatione per principa le. In eſſempio di Favola ſcompia è & Iliade, che ſi conduce a fine ſenza Periperia, et ſenza Recognitione. Et l'Odiffea e in contrario. Maritornando, il Filosofo affermala cattiuita delle Fauole nascer per due ca gionizuna è per il uitia de' poetiset laltra pe'l uitio degli Iftrioni. Nafce dal uitio degli Istrioni quando non da. Pocti, ma dagli Istrioni e' ui ſono indotti; ficome fa hoggidi alcunauolta il noſtro Barlacchia Iftrione eccellente, il quale febene non fa un intero Epiſodio, aggiugne nondiman co nel recitar recitare di molte cofe di ſuo. Mali Poeti antichi et gli Iftrioni fi milmente uſauan' di gareggiare inſieme nel recitar le Fauole et però gli Iftrioni alcunauolta ueniuon à metterui degli Epiſody per farle ap parir piu belle. Mette dappoi il Filosofo la diffinitione della Peripetia, et quella della Recognitione. Delle quali due parti ragiona egli come di dise parti principali nella Fanola, alle quali due s'aggiugne per terza la chiamata da Greci πάθος, che uuol dir qui il Male, o la Crudelta, che nasce nelle Tragedie; come ſon le ferite le morti: et altri fimili dan ni. Hapertanto il Filosofo infino à qui propofto le ſei parti ſpeſifiche della Tragedia, doue la Fauola le sta in uere di forma, et d'anima; es L'altre cinque in uece di quelle parti, che inſieme con la forma conftitui ſcono la ſpetie Tragica di Poesia. Et quanto alla Favola, et all'altre parti n' andra ei conseguentemente parlando.

Et febene e mette nel Poema talhora caſi, che ſieno ſegui ti; non è per queſto, che e' fi debba chiamare manco Poeta. Imperochè niente prohibiſce, che certe cofe fe guite non pofsino eſſere in quel modo ſeguite, che il.

verifimile, & il poſsibile comporti; ſecondo i quai termini il Poeta è di tai coſe Poeta A INfra le Fauole, & le Attioni ſcempie, quelle che han no affai Epiſodii, ſon' cattiuiſsime. Io chiamo Fauo la Epiſodiaca quella, doue gli Epiſodii vi ſono ſcambie uolmete meſsi ſenza offeruatione di verifimile, ò di ne ceffario.

Et tali fi fatte naſcono da' Poeti cattiui per vi tio d'eſsi Poetiset da Poeti buoni per vitio d'eſsi Iſtrio ni; perchè in quei lor' gareggiamenti, mentre che eſsi più del giusto l'allungano: ſon' conſtretti perciò molteuolte à ſtorcere l'ordine d'eſſe.

Ma perchè la Fauola è vna imitatione no pur' d'attione perfetta, ma anchora di caſi ſpauentofi, & compassioneuoli;& tali maſsimaméte, & più allhora interuengono, quando egli accag giono l'uno doppo l'altro fuori della oppinione:perchè il caſo in tal modo ſucceſſo dà maggior marauiglia, che fe e' fuccedeſſe in quel modo medeſimo per via del ca- 10,ò della fortuna.

Che certamente ſi vede in eſsi cafi fortuiti quegli porger grandifsima marauiglia, che ap pariſchino d'effer venuti à poſta; ſicome interuenne nella ſtatua di Mite nella Città d'Argo, che caduta addoflo à vno, che la riguardaua, ammazzò chı era ſtato cagione della morte d'eſſo Mite: perchè e' pare iuuero, che tal fatto non veniffe à cafſo.

Onde di neceſsità fi con chiude, che le Fauole in queſta maniera cópoſte ſieno maggiormente belle.

Ma delle Fauole, certe ne fono fcempie, & certe ne ſono intrecciate; ſicome anchora interuiene nelle Attioni, che da eſſe Fauole ſono imitate: le quali fi trouano dell'una, & dell'altra forte.

Io chiamo Attione ſcempia quella, che eſſendo vna fola, & fucceduta continuatamente (ſicome è ſtato determi nato) vi ſi fa dentro il tranſito ſenza la Peripetia, & fen za la recognitione.

Et chiamo intrecciata quella, doue ſi fa il tranſito ò con la Recognitione,ò có la Peripetia;

ò con l'unajò con l'altra:doue tai coſe debbono ſeguirui mediante la conſtitutione d'effa Fauola, di tal manie ra, che per le coſe ſeguite innanzi elle vi fuccedin' dappoi ò verifimilmente,ò neceflariamente. Perchè egli è vna gran differenza, che e'ſucceda vn' caſo, ò per via d'una tal coſa; ò doppo vnatal cofa.

La Peripetia è vno mutamento di coſe ſtate nel loro contrario, ficome s'è detto. Et tal fucceſſo debbe accadere (ficome anchora 10 ho detto innanzi) per via delverifimile, d'del neceffa rio;

ficome nello Edippo ſi vede, che colui, che gli vie ne innanzi per dargli conforto, & per liberarlo dal timore, che egli haueua per cagione della madre fatto, ch'egli hebbe manifesto, chiera Edippo; gli ingenerò vn' contrario effetto.

Et nel Linceo, done è condot to colui per douere morire; & Danao che lo ſeguita +393 per ammazzarlo: doue per le coſe ſeguite vi auuenne il contrario, che Danao cioè vi moriffe, & l'altro vi re ſtaſſe faluo.

La Recognitione (ſicome lo dimostra il no me) è vn' mutamento, che dalla ignoranza venuto alla cognitione ci fa amare, ò odiare quei tali, che ſono ſegnati ò di felicità,ò di miſeria.

Bellissima è quella, doue à vn medefimo tempo fi fa la Peripetia, ficome interuie ne nello Edippo.

Ma e' fi fa anchora delle recognitioni altrimenti, conciofia che elle fi faccino inuerſo di coſe ſenza anima; ò di quale altra fi voglia cofa: & anchora fi poffa riconoſcere ſe vno ha fatto, ò non fatto vna co fa.

Ma la propia della Fauola, & quella, che mafsimamente alla attione s'appartiene, è la ſopra racconta;perchè tale Recognitione, & tale Peripetia conterrà in ſe ò la mifericordia,ò il timore. Delle quali attioni è ſtato preſuppoſto da me la Tragedia effere imitatrice: Et an chora perchè in queſte v'accade l'eſſere felice, ò l'eſſere mifero. Ma la recognitione d'alcuni è recognitione.

Et ancora delle recognitioni, certe ne fono d'un' folo inuerſo d'unaltro, quando e vi ſi manifeſta chi è l'uno di loro. Et certe n'è, che ſi fanno per via d'amendue,ficome ad Ifigenia interuenne, che da Oreſte fu riconoſciuta per via d'una lettera ſcrittagli; & ad Oreſte per effer' riconoſciuto da lei fu di meſtier' d'unaltra recognitione.

Due ſono adunche le parti della Fauola intorno à queſta materia, la Peripetia cioè, & la Recognitione; & la terza parte è il male, che vi ſegue. Et della Peripetia, & della Recognitione s'è fauellato.

La crudeltà, ò il male è una attione, che cor rompe, & che dà dolore alla noſtra na ctura.come ſono le morti, che ſon' fatte in publico, le ferite,& altre fimili coſe. -9 RRRRRRRR

E T quanto alle parti della Tragedia, che fi debbono vſare come ſue parti ſpecifiche, ſe n'è detto innan zi; & quanto alle fue parti quantitatiue, nelle quali ella fi diuide ſeparatamente, tali ſono Prologo, Epiſodio, Efito, Coricojet queſto ſi diuide in quello, che entra in fcena & in quello, che ſtà fermo. Che debba hauere la Tragedia. Cap. IX. Attasi dal Filosofo la diuifion' della Tragedia nelle fue parti fpeci- Ffiche, fa egli hora la division d'eſſa in quelle parti, che chiama quantitatiue;che uuol dire in quelle che le danno gradezza. Doue qui auniene il medesimo, che in tutti gli altri cöpoſti, ne quali dapprima bi Jogna adattar'la materia per introdurui la forma (le quai due cofe constituiscon la fpetie d'eßi) & dipoi biſogna dar loro la grandezza conueniente. Tali parti quantitative adunche ſon ſei, ſebene il Filo Sofo nel diffinirle non ne diffiniſce piu che cinque. Ilche nasce, perchè nella diffinitione della parte chiamata κόμμoιu'entra dentro tuttala ſcena, che è da lui meſſa per unaltra parte. Ma il uoler dire particular-. mente di loro, & maßimamente le coſe appartenenti a Chori ſarebbe impresa troppo lunga & chi ne uuole una esatta notitiala può cauare dal dotto Commento del Rubertello. Bene e e è qui da auuertire che'l Fi bsofo chiama ciascuna di queste parti intera, Ilche non fignifica ab • tro, ſenon che ciascuna di loro haprincipio, meze, & fine, & pud star da se stessa.

Et queſti ſono parti communi à tutti fimili Poemi.

Et propie fon' quelle, che ap partengono alla Scena, & i Commi. Prologo è vna parte intera della Tragedia innanzi all'entrata del Choro.

Epiſodio è vna parte medefimamente intera, che è po ſta infra i canti interi de' Chori.

Eſito è vna parte fimile,alla quale non conſeguita dietro neffun canto fatto dal Choro.

L'Entrata del Corico è la prima locutione di tutto il Choro. Et la Melodia poſata del Choro è quella, che canta ſenza anapeſto, & fenza trocheo.

Commo è vn' pianto vniuerfale di tutto il Choro, & di tutti quegli, che ſono nella Scena.

Detto adúche s'è innāzi delle parti, che fi debbono vſare nella Tragedia;

& hora s'è detto di quelle, che la diuidono ſeparatamé te per via della quantità.

Confequentemente è da aggiugnere alle coſe dette quello, che debba eſſere ris Iguardato:& quello, che debba effer' sfuggito da cópo fitori d'eſſe Fauole: & onde fi debba cauare il propio uffitio della Tragedia. D

Onciofia adunche che la compoſition' della bella Tragedia non debba eſſere ſcempia, ma intrec ciata;& che tale debba eſſere imitatrice di coſe terribi li, & compafsioneuoli:imperochè queſti due affetti ſo no propii da douere eſſere imitati da lei. Conciofia adunche. Cap. X. Ostrasi nel principio di questo testo doppo la diuision' fatto della Tragedia nelle fue parti quantitatiue, qual fia la Tragedia da effer tenuta piu bella, la quale è determinata da lui eſſer l'intrecciata, non la ſcempia. Io intendo per intrecciata quella, dove fi fa il tran- Sito con la peripetia, & conla recognitione. Et per ſcempia intendo quella doue non è la peripetia, ne la recognitione. Mostra doppo questo il Filosofo di che forte huomini debbin' effer quegli, che s'hanno a far trapaſſare di miseria in felicità, o di felicita in miferia. Che l'uno, l'altro modo di transito può effer usato da lei, ma migliore è quello, che -paßa di felicita in miseria: Per questa ragione cive, perche gli affetti del terribile, et del compaßionevole piu u appariscono. Determina adun che in quato alle perſone, che fi debbon far trapaſſare, ch'elle fieno ecceb lenti, & grandi pe beni di fortuna. Onde appariſce, che tali debbon eßer Principi, & non priuati. Nel ſecondo luogo determina, ch'e non debbin' effere cattiui principi;ne allincontro Principi ottimi, & Sants. Onde male han fatto, et faranno tutti quegli, che nelle lor Tragedie mettono cattini Principi;o buoni aßolutamete. Mali principi da farfi trapaßare debbon effer nel mezo della virtu, et del uitio per le ragioni, che fi manifestan' nel Testo. Nel quale que e dice di tali [Et che piuto- Sto inchinino Puo intendere a mio giuditio nontanto che inchinino piu a migliori, che a peggior costumi, quanto che inchinino più a mag giore che a minor fortuna. Doppo la qual determinatione uien egli a determinare che la F Fanola ſcepia fia miglior della doppia. Oue è da a uertire, che questo nome Scepia e'lo mette per opposto all'intrecciata, et al la doppia co diverſa ſignificatiões perchè nell'oppofitiõe, ch'e la mette opposta all'intrecciata, fi piglia ſcempia per quella imitatione, che ſia uni e au icas et doue no fia recognitione, nè altri negoty, come ſono nella intreccia a:et nell'oppofitione, ch'e la mette opposta alla doppia. Intede ſcepia per limitatione d'una sola cosa. Et la doppia intende per quella, doue s'imitano due attioni diuerſe. Onde auuiene, ch'e ui fifa il tranſito da una parte di felicita in miſeria. Et dall'altra di miſeria in felicita.Et que- Sta imitation' doppia e dal Filosofo manco lodata. In eßempio della pri ma ſcempia ci fial Iliade. Et della ſeconda ci fia l'odißea, nella quale Sifa il trafito ne proci da felicita in miſeria;et in v liße da miferia in felicita. Et questo medesimo eſſempio ſi può dare nella Tragedia dell Edippo et in quella dell Elettra.

Però manifeſtamente ſi vede, che in efla non debbe apparire mutamento tale, che gli huomini giuſti,& buoni vi trapaf fino di felicità in miſeria; concioſia che tal coſa non apporti mifericordia, nè timore: anzi che ella ci dimoſtri vn fatto ſcelerato, & empio. Ne allincontro vi ſi debbe fare apparire vn tale mutamento, che li maluagi huo mini di miferia vi paſsino in felicità;

perchè vn ſimil caſo infra tutti gli altri è lontaniſsimo dalla Tragedia: per non eſſere in lui parte alcuna di quelle, che fe gli ricercan' d'hauere; nè l'humanità dico, nè la mifericor dia,nè lo ſpauento.

Medefimamente non vi fi debbe fare apparire, che vno huomo grandemente maluagio di felicità vi trapaſsi in miferia. Perchè vna tal conſtitutione di Fauola può hauere affai del piaceuole, & non può muouere nè à mifericordia, ne à timore; eſſendo l'uno affetto intorno à colui, che indegnamente viene in miferia:& l'altro intorno à colui, che gli è ſimile. La mifericordia, dico, è intorno à chi non è degno; & la paura è intorno à chi è tuo fimile.

Onde vn ſimil caſo non può apparire nè cõpaſsioneuole, ne ſpauétofo.Re ſtaci adunche, ch'e' fi faccia trapaſſare quei, che ſono nel mezo de ſopra racconti. Et tali ſono quegligi qua li nè per virtù, nè per giuftitia eſſendo eccellenti fan trapaſſaméto nella miferia; nó per vitio, nè per iniqui- • tà, ma per qualche errore commeſſo da loro, che ſono in gloria, & in proſperità di fortuna conſtituiti:ficome interuenne à Edippo, à Tieſte, & à tutti gli altri di ſimil fatta, che furono huomini illuſtri.

E' di necefsita adúche, che la Fauola, che ha ad eſſer' bella, ſia piutoſto ſcempia, che doppia, ſicome molti ſi ſtimano; cioè fia tale, doue ſi faccia il tranfito non da miferia in felici tà, ma à rouefcio, da felicità in miſeria;non per maluagità, ma per errore, che non ſia certamente leggieri commeſſo dagli huomini della forte, quale io ho raccotasò vero che piutoſto inchinino à miglior qualità, che à peggiore.

Segno di ciò mi ſia l'uſo d'hoggidı, per chè anticamente i Poeti metteuono ne' loro Poemi qualunche Fauola haueffe dato la ſorte; ma hoggi le Tragedie bellissime fon'compoſte intorno à poche famiglie:come è intorno à quella d'Algmeone, d'Edip po, d'Oreste, di Meleagro, di Tieſte, di Telefo, & di tutti quegli altri, a'quali interuenne ò di ſopportare,ò d'operar coſe acerbe.

E' adunche la Tragedia, che fi dice eſſere per arte belliſsima, in tal modo teſſuta.

Et però errano tutti quegli, che riprendon queſto in Euripi de, cioè che e faccia tal coſa nelle fue Tragedie; doue le piu d'eſſe vi finiſchino in miferia:

anzi vna tal coſa (ſi come io ho detto) è fabbricata rettamente. Di ciò è ſegno gradiſsimo, che nelle Scene, & in quei gareggia menti le coſifatte pare che habbino forte del Tragico; in caſo, dico, che elle ſien ben condotte. Et Euripide ſteſſo, febene e' difpone male l'altre parti;in queſta appariſce egli ſopra de gli altri Poeti il più Tragico.

Nel ſecondo luogo, che da molti è chiamato il primo, è meſ ſa la compoſitione di quella Fauola, che è doppia; nel quale ordine e l'Odiffea, come quella che da cotrario ſucceſſo a gli huomini buoni, & alla cattiui.

Et à queſta pare, che habbia dato le prime parti la theatrale debolezza; concioſia che i Poeti, tirando dietro al fauore, componghino efle Fauole ſecodo la voglia degli ſpet tatori.

Ma il piacere coſi fatto non è propio della Tragedia, ma è piutoſto della Commedia ; perche in queita coſi fatta Tragedia ſe in eſſa vi ſono introdotti due inimici(come fu Oreſte, & Egisto) nel fine ricóciliati, ſi dipartono amici, nê vi ſegue morte fatta da neſſuno.

VO adúche il Terribile, & il Cópaſsioneuole Puerfi mediante la viſta, & puofsi muomuouere mediante la compoſitione d'effe faccende; & queſto modo va innanzi, & è da miglior Poeta. Può adunche il terribile. Cap. XI. HAvendo Auendo diſopra mostrato li due affetti da douerſi muouere nella Tragedia effer' il terribile, il compaßioneuole, mostra nel principio di queſto testo tali affetti in due modi potersi muouerezio dico ò per ma della uista com'è allhora, che i cafi crudeli aptariſcono in scena. Comb **ΕΛ ΡΟΕΤICA Et queſti ſon dal Filosofo riprouati, et da Horatio Poeta anchora nella Sua Poetica, oue è dice Nec pueros coram populo Medea trucidet e Et l'altro modo e per uia della difpofitione, & contesto d'eſſa Fauola. Et questo è il modo buono. Mette doppo questo il Filosofo quei casi, che Son' atti à muouere gli affetti. Nel qual diſcorſo,done è dice i Tao φιλίαις] Che uuol dire Di quegli, che ſono infra gli amici..Pare Pare inconueniente, che e' dica infra gli amici; poi metta gli effempi di ta li infrali parenti. Macio e ben detto, perche come da lui è affermato nell' Ethica nel trattato dell Amicitia,il parentado è una fperie d'eſſa. Da poi un precetto intorno all'inuentioni da Tragedie, anuertendo i Poeti, che manteng hino i caſi gia riceuuti nel modo, ch'e sono stati riceuuti; & ch'e' non gli tramutino. Verbigratia Didone manteng asi impudica, ſebene ella fu altrimenti. enti. Ma Ma per per me meʼ chiarire queſta a materid appartenente all' inuentioni da mettersi in effe Tragedie, tre modi fono moſtrati dal Filofofo da far' ſeguire un caso, che muoua fpauento, compaßione;de quali si vede nel Testo qual fia il migliore, & qual fia il peggiore. Il primo caſo è quando un commette la fceleratezza,et Sa quello, ch'e fi faiſicome interuene à Medea nell' ammazzare i figliuo li. Que e da notare, che l'esempio di Medea è meſſo dal Filosofo nel 1 1. della Rettorica in torica in unaltro modo; effendo quiui ſtata allegata da lui la Fauola di Carcino: che non l'induce, ch'ella ammazzaſſe i figliuoli. L'altro è quando un commette la ſceleratezza, & allhord non n sa de commetterla;ma poi la riconoſce, ſi come ei ne da l'eſſempio nell Edippo: ilquale, hauendo ammazzato Laio fuo padre, & la madre tenuta per moglie, ſen accorge poi doppo molti anni. Onde dice il Filosofo tal caso eßer' fuori della Fasola;et l'altro eßempio, che ſeguita nel testo, e in eſſa Fauola. Il terzo è quando uno uuol' commettere il male, ne ſa contra di chi e lo commetta; ma innanzi che lo commetta lo riconoſce. Vedefi in ultimo la cagione, onde i Poeti ſono ſtati costretti à metter nelle Tragedie i fug getti medefimi. N e

Perchè egli è di necefsità, che la Fauola ſia in tal modo cópoſta, che chi ode i caſi ſucceſsí ſenza altrimenti vedergli, ſi ſpauenti, & n'habbia mifericordia;i quali due affetti accaggiono à chi ode il cafo d'Edippo.

Che inuero il mouergli per -uia della viſta manca d'artificio, & ha biſogno di ſpeſa.

Et quegli, che nó muouono ſpauéto per uia dello aſpet to, ma che ſolamente vanno preparando coſe prodigio ſe, non hanno con la Tragedia à far nulla; cóciofia che da lei non ſi debba ricercare di qual ſi voglia maniera piacere:ma quello, che è ſuo propio.

Et perchè il Poeta debbe ire preparando quello, che per via della imita tione naſce dal timor & dalla mifericordia;però è mani feſto, che questo coſi fatto ſi debbe fingere in effe Fauo de.

Ma prédiamo à dire quali fieno i caſi, ch'appariſcono ſpauentofi, & qualı fien' quegli, che appariſcono compafsioneuoli. E' cominciado, di neceſsità che l'attions, che s'appartengono alla Tragedia, vi interuenghino ò infra amici l'ano con l'altrojò infra i nimici, ò infra que iii gli, che non habbino nè l'una nè l'altra qualità.

Se adun che il nimico vi amazza l'altro nimico, vn ſimil caſo ne muoue à mifericordia, ne la può muouere;

infuori che con la confideratione d'eſſa crudeltà.

Queſto ſimil auuerrà, doue tali caſi interuenghino infra quegli, che non ſieno nè nell'uno, nè nell'altro modo diſpoſti. Ma quando i fatti crudeli interuerranno infra gli amici, co me è doue l'un fratello dall'altro, il padre dal figliuolo, & il figliuolo dalla madre ſia, ò debba eſſere ammazzato;ò patiſca,ò debba patire alcun' danno. Queſti, dico, ſono li caſi, che nella Tragedia ſi debbon' mettere.

Ma e' non è già lecito di tramutare le Fauole, che ſono ſtate gia riceuute, come è Clitemneſtra ammazzata da Orefte, & Erifile da Algmeone; anzi al Poeta ſta bene trouar' da ſe delle inuentioni: & le già riceuute vſar rettamente.

Quello che io intenda per Réttamente, dirò io con piu chiarezza. E' ſi può, dico, fare che e'ſegua vna coſa (& ciò fu dagli antichi Poeti offeruato) come ſeguita da chi ſappia, & da chi conoſca quello, che egli ha fatto.

Nel qual modo è da Euripide introdotta Medea, che ammazza i figliuoli. Puoſsi anchora fare, che e' fr commetta vna crudeltà da chi non ſappia quello, che e' fi fa,& che tale l'operi ; & doppo il fatto riconoſca l'amicitia: ſicome è l'Edippo di Sofocle.

Ma queſto caſo è fuori della Tragedia. Et nella Tragedia ſteſſa è come l'Algmeone d'Aſtidamante, & come è Telegono nella Tragedia chiamata Vliſſe ferito. Ecci anchora vn terzo modo da poter' mettere queſte coſe in atto, cioè che vno voglia ben cometterle, nonſappiendole; & innanzi che e' l'habbia commeſſe, ricanoſca contro à chi e' voleua farle:

nè altro modo ci è, fuori de' conti. Conciofia che egli è di neceſsità, che e' ſegua,ò non ſegua un ſimil caſo.

Et queſto medefimo dinuouo è di neceſsità che ſia fatto, ò da chi lo ſappia, ò da chi non lo fappia.

De' quali caſi quello è cattiuiffimo, che ſi tenta da chi fa quello, che e' fa, & non fi manda ad effetto; perchè e' u'è dentro la ſceleterezza, & non v'è dentro il tragico: concioſia che e' non muo ua gli affetti.

Onde neſſun' Poeta l'introduce in ſimil modo, ſenon rade uolte;

ſicome nello Antigone fece Emone di Creonte. Et nel ſecódo luogo di cattiuità fi mette quel caſo, che commette la ſceleratezza, & fa di commetterla.

Ma egli è molto meglio, che ella ſia commeſſa da chi non ſa quello, che e' fi faccia; & che doppo il fatto e' la riconoſca: perchè tal caſo manca di ſceleraggine; & la ricognitione, che vi è détro, muoue grandemente gli affetti. L'ultimo caſo ha l'intero artifitio, come è, dico, nella Tragedia detta Clesfonte; doue Merope douédo ammazzare il figliuolo, non l'ammazza, ma lo riconoſce: & nella Ifigenia la forella il fratello: & in Helle il figliuolo douendo mandar via la madre, la riconoſce.

Diqui naſce (fi come io ho detto diſopra) che le buone Tragedie ſi fanno intorno à poche famiglie, perchè i Poeti ricercando l'inuentione non dall'arte, ma accattandola dalla fortuna, hanno per queſta via intrecciato le Fauole; onde fono eglino Aati conſtretti à dar di cozzo nelle famiglie medeſime; in tutte quelle, dico, doue fimili coſe interuennono.

Sia detto adunche infin' qui à baſtanza quanto alla conftitutione della Fauola; & di che forte, & in che modo ella dabba ſtare.

Vanto a' coſtumi ſon quattro coſe, che biſogna hauere in confideratione Vna, & la principale è, in che modo i coſtumi ui fieno buoni. Quanto a' costumi. Cap. XII. Dfaela constitution della F. oppol l'esaminatione della principal' parte della Tragedia ( que Fauola) uiene a be a trattare della ſeconda parrešla quale è il costume d'effa, & dell'Oratione. Nel qual ragionamento contiene egli affai con feco fteßo, dove nel 111. 111. della Rettoricae trati a del costume dell Oratione. Et dichiarando il testo; one e dice [Conciofia che la Donna, itſeruo] Mostra quiui il Poéta douer fa ve dimosts ar costume a chiunche egli introduce à parlare o Donna Seruo chie fia, que dicendo [La Donna haver costume men buono, et il Jeruo intutto cattino s'imtede cio offer uero in coparatione nell'una co T'huomo:& nell'altro col Padrone. Imperoche, ficome è da lui affermato nel primo, et nel terzo della Politica, la Donna non bale uirtu mora li interamente perche ella non ba a fare ufficiomaggiore, chet curar le toſe dicasa. onde non le bisognale uirtu perfette, anchor che un tale effetso proceda in bei daba, mala compleßion naturale,laquale è cagione Яя ch'ella non pofſapigliare perfetti castumi. Et il feruo, ritornando, ha ficome et dice quiui, intutto estinto il configlio; confiderato il feruo non come huomo, ma come instrumento animato, & come parte d'altrui,et non di fe steffo : & pero gli basta una uirtu ubbidiente, mediante la quale e poffa eßeguire i comandamenti fattigli dal padrone. Et pero it Filosofo ha qui ben detto, che'l feruo fia cattinosctoe ch'e manchi di wirtu morale o ch'er l'habbra debolmente. L'altre cofe, che debbe haue re it costume che fomola Conuenienza, la simditudine, et lv gualità, appariſcon' nel resto con gli effempi meßi in ciascuna cosa. Doppo que Sto mette il Filosofo un precetto per inſegnare ſcior le Favole, ilquale è ch'elle debbino ſcior fi per loro steffe effe per il contesto d'eſſa inuentione mediante il verifimile, ibneceffario, che ſegua l'un dall' altro:et non Tun doppo l'altro, ficome di cio n'e meſſa diſopra la differenza: & che elle non non fi scioggbino per uia di macchina, nella quale habbia in scena per finire un casola difcendere uno Dio. La qual cosa è medesimamente ripresa nella fua poetica du Horatio, one e dice --Ned Deus interfit, nifi dignus uindice nodus a A ว Incideriti Et dital cosa ne ne da da gi ei l'effempio pio nella Mededet et nell' Iliade. Il quale effempio nell'Iliade fi caua caua del 11. libro quando i Greci uolendo ritornarſene à casa, Pallade Pallade in in una una nugola mi ſcende à à parlare av liffe, perche egli ritega. Etdiqui fi pus canare, che i Poemi Heroicifi recitaßino in Scena a ufo di Poemi Tragiciscon farui cive parlar le perſone, chel Poeta u induce. Que e dice [Et debbe il Poete auuertire quei ſentimen ti] Intende del ſenſo del uiſo, et dell'uditosi quai due ſenſi ſeruono masfimamente alla Poefia:onde l'Apparato ui debbe ſtare rettamente et il Parlare, et la Musica.al ony odo onions D

Ha rà costume il parlare, & laattione, ſe ella (ſi come s'è detto) e detto) vi farà qualche elettione manifeſta. Fia il coſtu me cattiuo, ſe l'elettione fia cattiua. Et buono, ſe l'elet. tione fia buona.

Et queſto ſi può vedere in ciaſchedun genere, conciofia che la Donna, & il ſeruo poſſa eſſer buono, anchor che forse l'un de due ſia men buo no, & l'altro fia in tutto cattiuo Nel ſecondo luogo è quando i coſtumi ſono contienienti, concioſſa che e ſi poffa efprimere vn coſtume forte;

ma e non è già conueniente à vna Donna l'apparire o forte, ò terribile. Nel terzo luogo è, che e' fia fimile.

Et ciò non è il medefimo col fare il costume, è buono, ò conueniente; ficome 10'ho detto Nel quarto & vltimo è, che e fia uguale;

et auuenga che l'Iftrione, che fa l'imitatione, & che tal coftume ci mette dauanti appariſca inequale: nondimeno detta inequalità debbe eſſere retta ugual mente.

In effempio di coſtume cattiuo, & non neceffa rio fiaci Menelao nello Oreſte.

Et di coſtume indecoto,& non conueniente il pianto dVliffe nella Scilla:& il parlare che fa Menalippe.

Et di coſtume inuguale, fiaci Ifigenia nella Aulide; doue ella, fupplicheuole da prima, non appariſce la medefima in vltimo.

Debbefi nel formare coſtumi, coſi come nel formare il fuggetto, ricercaruiſi ſempre il neceffario,ò il verifimile; & fa re, che l'un caſo ſucceda doppo l'altro nell'uno de' due modı. Et diqui è manifeſto, che gli ſcioglimenti d'eſſe Fauole da eſſe Fauole debbono dependere;

& non fi come è nella Medea, per via di Macchine, ò come è quella nella Iliade, quando i Greci voleuon con l'arma ta ritornarfene à cafa.

Ma la Macchina ſi debbe vſare nelle coſe, che fon fuori della Tragedia, ò in tutte quel le, che ſeguite imprima, era impoſsibile, che vno le fapeſſe; o intutte quelle, che, douendo ſeguire dappoi, hanna biſogno d'eſſere indouinate, o racconte:concio RR ΙΑΤΡΟΙΕΤICA ſia che agli Dei s'attribuiſca la preſcienza di tutte le co ſe.

Che egli è nel vero coſa diſconueneuole à crederfi, che nelle attioni ſteſſe non ſia coſa alcuna da ſcior la Fauola;& ſe pure ella non v'è, ella ſarà fuori della Tragedia:ficome ella è tolta nello Edippo di Sofocle.

Ma conciofia che ella ſia imitatione d'huomini, & di coſe eccellenti; perciò imitiſi in queſto il modo tenuto da buon dipintori, 1 quali nel formar le propie figure per renderle ſimili le dipıngono ſempre più belle. Che il Poeta medefimamente nello imitare vno adirato, vno da poco,ò vnaltro di ſimili coſtumi, debbe ſempre fingerlo per eſſempio dell'una, ò dell'altra qualità di coſtu meiſicome fa Homero d'Acchille, che lo finge vno ef ſempio di Fortezza, Et queſte ſono le cofe, che auuere tir' fi debbono;

& oltradiqueſto quei ſentimenti, che conſeguitano alla Poetica neceſſariamente: conciofia: che mediante queſti noi cinganniamo molteuoltex Della qual materia n'ho 10 ragionato à bastanza negli ſcritti ſopra di ciò dati fuori gilansiodo

Ella Ricognitione, che che ella fia n'ho io detto innazi. Spetie d'effa,& la principale,è quella, che mancando d'artificio (& nondimanco vſata da piu) fi fa ò per via di dubitatione, ò per via di ſegni. Della Recognitione. Cap. XIII. done parlato nel difcorſo della Fauola; pare percio cosa diſconuenevole, ch'ei eine tratti unaltrauolta. 1. Et tal dubbio è tocco dottamente dal Rubertello, & sciolto da lui per ben' fatto. Conciofia che quiui e' la diffinisce come parte della Fauola;& qui ne tratti esattamente, doue eragiona de costumi della Tragedia. Fa egli adunche di lei la prima diuifione in artificiofa, et in quella, che manchi d'artificio. Dinuouod diuide egli la mancante d'artificio in piu, ſicome nel Testo appariſce. Et è la mancante d'artificio quella, che non depende dalla Fauola; come ſono li ſegni ingenerati, come ei ne da l'eſſempio de Giganti, che ſi dipingewon con l'Aste: come le margini, o come le collane, che uengon' di fuori. Et Ricognitione artificiosa è quella, che il poeta fuor del contesto d'eſſa Favola può da ſe ſteſſo fingere. Et tale è la più debole in questa forte. Perche, come ei dice nel testo, tali caſcono ageuolmente nel numero di quelle recognitioni, che mancano d'artifitio. Male Recognitioni buone, et artificioſe ſon quelle, che fi fanno per uia di ricordarfis per uia di diſcorſo:o per uid del uerifimile. Delle quali tutte ſon meſſe gli effempi nel testo. Que dice [Com'e nell' Apologo d' Alcinoo] Con ferma ei quiuila Recognitione, che si fa per uia del ricordarsi, perchè in tal luogo v liffe udendo il udendo il fonator della Cetera catar' l'attioni fue pia fezet pero fu riconosciuto. Et l'Apologo d'Alcinoo uuol dire tutto quel lung o ragionamento, che in piu libri nell'Odiſſea è fatto dav liſſe alla Tauola d' Alcinooset è tale wenuto in prouerbio,ficome egli è allegato nel 1 1 1. della Rettorica

Et queſta vltima parte fi diuide in ſegni ingenerati inſieme(come è la Lancia, che ſogliono portare i figliuoli della Terra ò le ſtelle, ficome l'uſanel ſuo Thieſte Carcino) ò in ſegni acquiſtati di fuori;

parte de'quali ne ſieno ò nel corpo ſteſſo impreſsi, come ſono le margini, ò che di fuori ſe gli accoſtino, come fono le Collane: & come è nella Fauola detta Tiro la Scafa.

Poſſonſitali vſare in migliore, & in peggior modo, ſicome interuenne à Vliffe, che per via della margine fu riconoſciuto della Balia in vn modo,& da' guardiani de'porci in vnaltro. Che inuero tutte queſte ſimili ricognitioni, che in tal modo s'acquiſtano fede, mancano d'artifitio.

Et migliori fono quelle ricognitioni, che fi fan per via della Peripetia, come ſono quelle della Tragedia detta Nittre, Nel ſecondo luogo di bontà ſono quelle Ricogni tioni, le quali eſſendo finte da eſsi Poeti, però non man cano d'artificio;ficome è l'Oreſte nella Ifigenia, che co nobbe la forella, & fu da lei cognofciuto egli la conobbe per via d' una lettera, & da lei fu riconoſciuto per via della haſta di Pelope.

Queſte Recognitioni intal modo fatte il Poeta le finge come gli piace e; ; & non le finge effa Fauola: laonde elle caſcano ageuolmente nello errore ſopra detto.

Che egli è ben lecito di produrne alcune, ficome è nel Thereo di Sofocle prodotta la voce dalla ſcuola da teſsere. La terza ſpetie di Recognitione fi fa per via della memoria, cioè nel conofcere vna coſa mentre che vno la riguarda; ficome è nella Fauola di Diceogene chiamata Ciprii, doue colui riſguardando quella immagine dipinta, pianſe.

Et acome è nella Odiſſea quella, che è nell'Apologo d'Al cinoo; doue Vliffe vdendo il fonatore della Cetera, ritornando in memoria,pianfe; & perciò fu riconoſciuro. La quarta ſpetie d'eſſa ſi fa per via del Silogifmo, co meenella Cleofove; Che egliera cioè venuto vn certo fimile, & che nelluno l'era fimile, in fuori che Oreftes adunche egli era venuto Orefte.

Et come è detto da яя ( Polide Sofiſta di Ifigenia, Egli è, diſſe, verifimile che Oreſte haueſſe diſcorſo, che eſſendo ſtata facrificata la forella, à lui parimente doueffe incontrare il medefimo. Et come è nella Fauola di Teodette detta il Tideo;doue colui, che viene per trouare il ſuo figliuolo, è ammazzato. Et come è nella Fauola detta Fenide, do ue coloro, hauendo rifguardato il luogo,conchiuſono, quiui ſopraſtare loro il fato, che haueua predetto loro, che elle doueuon' quiui morire; conciofia che in detto luogo elle fuſsino ſtate eſpoſte:

A' queſta anchora s'aggiugne quella, che ſi fa nel Teatro per via del falfo Silo gifmo, come fi vede nello Vliſſe chiamato Non vero nuntio, che quiui è vno, che dice eſſere per conoſcer quello arco, il quale e' non haueua veduto, & quell'al tro, come ſe tale arco doueſſe da lui eſſere riconoſciuto: però vi fece la conclufion' falſa.

Ottima Ricognitione infra tutte è quella, che, dalle cofe ſteſſe nafcendo, commuoue gli animi à marauiglia per via de' verifimili; come è quella dello Edippo di Sofocle, & della Ifigenia per effer' verifimil cofa, che ella defideraffe di fcriuergli.Conciofia che tali recognitionı fole ſi facci no & ſenza ſegni finti, & ſenza gli eſtrinfechi; come fo no le collane :

& nel ſecondo luogo ſono quelle, che fi fanno per via del Silogifmo

M A e'biſogna in tal modo affettare la compoſitio ne della Fauola, & con la Locutione figurarla di tal maniera, ch'ella ti metta la coſa dauanti agli occhi;perchè in tal modo il Poeta veggedo le cofe manife ſtamente, come ſe e' fuffe lor preſente mentre che elle ſi fanno, trouerrà in eſſe il decoro: & quello, che gli è contrario non gli potrà effer naſcoſto. Ma e' bisogna di tal modo. Cap. XIIII. Seguita in questo testo di raccontare in the modo debba stare la com ſtitution' della Fanola, & quanto alla locutione Della qual mate ria tratta ei qui, perche ell'e appartenente a costumi d'eſſa Tragedias ammoniſce er pero li Poeti, che nel comporre eſſa Tragedia fi mettin la coſa dauati agli occhi, accioche meglio e poßin fingere li costumi di ciascheduna persona et accioche le perſone finte poßin più muouere gli ammoniſce a fingerle con gli habiti naturali, con tutte le fimilitu dini di coloro che ſon finti dalui. La qual materia è tocca da Horatio, done e dice nella Poetica e - Si uis me flere, dolendum est το στο το, г Primum ipfi tibi, tunc tua me infortunia ledentonite Que é dice La Poesia effereò da da ingegnoſi ingegnoſi, è da furiofi Elara gione, perche gli ingegnoſi ſon atti a ben ricercare i costumi, tutte le cose che fi conuengono alla Poesia; & li furioſi ſono atti a fingerla bone: perche tali fpinti dal furor' diuerno dicono, ſenza penfarui, cose degne della Poesia. Inſegna doppo questo qualmente il poeta debba trattar la sua inuentione, dicendo, che prima e debba eſporla uniuer- Salmente poi debbe ire allung andola con gli Epiſody. Et stimo io, che'l modo di dirla uniuerfalmente fia, che'l fuggetto della Fanola cive Si tratti da prima con breuita o nel Prologo; o nell' Argumento:ò nella prima Scena. Et questi modi fi confanno alla Tragedia, et alla Commedia. Et al Poema Heroico fi confa, che fi dica nel principio, ficome usa Virgilio nell Eneide, Arma, uirumque cano Et Homero nell' aliadeniabao congύτοιου ε I T Et nell'Enci T T Et nell'Odiffea · ἄνθρα μοι έννεπε μοῦσα 1o Gli eſſempi di tai ſuggetti detti uniuerfalmente ſon meßi nel testo, uno d'una Tragedia d Euripide; & l'altro dell'Odiffea. Doppo i quai Suggetti uniuersalmente detti fi debbon cominciare gli Epiſody,i qua li nella Tragedia debbon' eſſer breui; & nel Poema Heroico lunghi. Oue é dice nel testo [Che molto lunga inuero è nell Odiſſea] Dà ei quiui l'eſſempio del ſuggetto dell'odiſſea nel qual testo stimo to, che ſia una ſcorrettione, benche piccolasma importante à fare, che di quelle pa role fi tragga ſenſo accommodato, o no. Io l'ho tradotto come egli e nel testo, ma io giudico, che quel nome μακρόo habbia à dire μικρό σ. Onde dica il testo, che inuero molto piccola è nell'Odiſſea: il ſenſo ſtia coſi. Hauendo il Filosofo diſopra affermato la Tragedia douer eßer corta per gli Epiſodij, & allincontro il Poema Heroico per quegli douer ef Ser lungo, pero in confermation' del ſuo detto adduca in eßempio il fug getto dell' Odißed; ilquale è è dalui a efplicato in quei pochi uerfi, & conchiuso, che il contenuto in eßi è il propio ſuggetto dell'odißea: & che tutti gli altri ragionamenti (onde quel Poema è lunghißimo) Sono Episodj e DI bcr

Di ciò fia inditio quello, di che è biafimato Carcino, doue Anfiarao è introdotto, che vſciua del Tempio; & ciò era incognito agli Spettatori, che non lo vedeuono:& il Poe ta perciò fu dal Popolo deriſo, per hauere ei unatal coſa ſopportata maluolentieri.

Debbefi'adunche fingere il più che ſi può le coſe con gli habıti naturali; concioſia che quegli huomini mafsimamente commuouino di lor natura, che in effe perturbationi ſi ritrouano. Onde interuiene, che chi è afflitto, commoue altri ad afflittione; & l'adirato commuque veraméte à ſdegno.

Et però la Poeſia è coſa da huomini, che ſieno ô ingegnoſi, ô che ſieno ripieni di furore;

perchè li ſecondi ſono atti per natura alla Poefia, & li primi per eſſere in ueftigatori. Debbe anchora il Poeta le fintioni d'effe Fauole eſporle vniuerfalmente, & dipoi vſarui gli Epi fodii, & anneſtaruegli dentro.

Io dico l'uniuerfale in tal modo douere eſſere confiderato, come è questo, Ifigenia vna certa fanciulla coſtituita dauanti all'Altare per eſſer ſacrificata, & fparita dinaſcoſto dagli occhi de' Sacerdoti, & in vnaltra regione traportata; doue à quella Dea era per legge ordinato, che gli foreftieri le fuſsino ſacrificati: ella,dico, fu à quello vffitio prepoſta. Dipoi auuenne ne tempi, che corfono, che il fratello di tal Sacerdoteſſa là perueniffe;ma perchè ciò gli incontraffe, che Dio cioe l'haueſſe là ſpinto per qualche ſua colpa, è coſa fuori dell'uniuerfale: & à che fine e'vi fuſſe venuto è coſa medefimamente fuori della Fauola. Ma venuto, che egli vi fu, & poi ch'e' fu preſo per douere eſſer ſacrificato, riconobbe la forella,ò vero ficome finge Euripide; o vero come finge Polide, hauendo detto per via di verifimile, che non pure la fo rella, ma che egli anchora doueua eſſere ſacrificato: dal qual diſcorſo coſi fatto ne nacque la fua falute.

Et doppo queſto ſubito, poſto i nomi, fi debbono comin ciare gli Epiſodii;

doue fi debbe auuertire, che e' fieno tolti propiamente, ſi come è la pazzia in Orefte, dalla quale e fu prefo: & la fua liberatione per hauerla efpur gata.

Nelle Fauole adunche gli Epiſodii debbono efferui fatti con breuità. Ma il Poema Heroico per tali debbe eſſere più allungato.

Che molto lunga inuero è nella Odiſſea la fintione di colui, ch'eſſendo ito molti annı in peregrinaggio, & da Nettuno eſſendo ſtato perſeguitato, & da tutti gli altri laſciato in abbandobaulba no,con hauere imprima in tal modo diſpoſte le fue fac cende, che tutta la roba ſua gli fuſsi confumata da Proci, & che al figliuolo ſopraſteſsino le infidie; egli alla fine dopo molte fortune in mare ſopportate à ca ſa ſe ne tornaffe, & quiui riconoſciuti inimici, & poſto loro l'infidie, di loro fi vendicaſſe, & egli rimaneffe faluo.

Questo è adunche il propio fuggetto di quel Poema, & tutto il resto vi ſono Epiſodii.

Vttala Tragedia conſiſte in due parti. Vna è, che fichiama Nodo. Et l'altra fi chiama. Scioglimen to. Tutta la Tragedia. Cap. XV. ILAOROETICA Seguita d'inſegnare à Poeti doppo l'auuertimento dato degli Epiin e in che modo debbino assettar due parti, onde è ta la Tragedia:le quali ſono il Nodo, & lo scioglimento. Et di loro fi da la diffinitione come apparisce nel Testo.... SAO

Le coſe, che ſono fuori d'eſſa Tragedia, & parte di quelle, che le fono dentroj, moltevolte ſono cotenute ſotto la parte del nodo ; & tutto il reſto viene ſotto la parte dello ſcioglimento.

Io chiamo Nodo effer' quel la parte, che da principio dura infino à quel punto, doue fi fa il trapaſſamento nella felicità, o nella miferia.

Scioglimento dico eſſer quell'altra, che dura dal principio di queſto trapaſſamento infino alla fine;come ap parifce nel Linceo di Teodette, doue le coſe ſeguiteui, & la preſa del figliuolo vanno ſotto il Nodo:& l'ac cufa della morte infino all'ultimo della Fauola vanno ſotto lo Scioglimento.

SS Vattro fono le le forti della Tragedia, che tante anchora ſono ſtate chiamate le fue parti; Quattro son le sorti della Tragedia. Cap. XVI. A qui continuando il Filosofo di raccontar' tar' le le forti della Trage dia, accioche li Poeti, confiderado meglio le nature d'esse, ueng hin percio à farle più esattamente. Di loro ne mette ei quattro forti, dappoi inſegna conofcere quando la Fawola fi debba dir' una, à noimo- Strando, che l'unita, o diverſità d'essa non ſi debba pigliare dal nome della Tragedia: ma dal ſuo nodo, & dal ſuo ſcioglimento. Jo no dire, che uerbigratia Didone messa in Tragedi a non fia una fola Fanola, ſe ben' Sempre ella trattera di Didone; ma ſara allhora una sola, ch'ella manterrà il caso in un medesimo modo:& farà diuersa, quand'ella lo fingera diuerfamente. que é dice nel resto [che fi debbaguardare a non mettere il fuggetto Heroico] Intende non gia che non ſi debba mettere il ſuggetto Heroico nella Tragedia, perche e' difcorderebbe da Se stesso in questa medefima opera; dicendo, che delli Poemi Heroici fi posson cauare molte Tragedie:hauendo li fuggetti dell'uno et dell'altro Poema fimilitudine: ma intende, che il fuggetto Heroico non fi debba metter nel Tragico con tutti quegli Epiſody, che egli è nell Heroico, perche e verrebbe in tal modo ad eſſer troppo lungo, & non harebbe nella Tragedia proportione; ficomme e ne mette alcuni eſſempi usati da cattini Poeti.Que é dice nel testo [Apparisca Tragico, et molto hu mano significa per molto humano il compassioneuole, conciofia che il commettere agevolmete degli errori atti à uenire in compassione fia da buomo. Et done e' dice d'Agatone. Conuiene il luogo con quello, che di lui è detto medesimamente nell'ultimo del 11. libro dalla Rettorica. One'e dice [Debbesi stimare, che'l choro] Mostra, che'l Choro fi debbe diuidere in due maniere. In una, com'è quando è fauella à uso d'un ſo o Istrione in scena. Et nell' altra com'è quando tutti cantano in musida. Nel qual caso ammonisce quello, che stia bene da dirsi dal Choros cipe, che debba dir cofe ammeſſe alla Tragedia, ò poco dissimili:o ueros che debba far qualche digressione. Ne quali tre modi mostra egli ef Ser differenza et il primo e piu dalui approuato. V naſimil cofa con- Ferma Horatio nella Poetica, parlando medesimamente del choro, روز one e dice e Rathores partes chorus, officiumque virile σε στους Defendat, neu quid medios intercmat interomat accusρασίες actus, αυλεί Quod non propofito conducat,et hæreat apte. E

delle quali quella ſi chiama intrecciata, doue Pimportanza d'eſſa e la Peripetia, & la Ricognitione.

L'altra è ſtata chiamata Affettuofa, come è la Tragedia detta gli Aiaci, & la detta gli Ifsioni.

Laterza ela morale, com'è la Tiotide, & come è Peleo.La quarta, come le Forcide, & come Prometheo; & tutte le altre, che fono appreſſo agli inferi.

Di tutte queſte forti fi debbono sforzare i Poeti d'eſſete abbodanti, & fenon di tutte, almeno delle principali, & delle piu che ſi puo;&& maſsimamente ne' tempi noftri, che gli huomini ſon pronti à taſſare i Poeti come queglische hauen do conoſciuto gli antichi Poeti buoni in tutte queſte parti, paia loro ragioneuole, che in ciascuna d'effe diſperse i Poeti debbino effere hoggi eccellenti.

Ma pafſando ad unaltra coſa, forſe non è ragioneuole, che dal la Fauola ſia chiamata la Tragedia una medefima, ô di uerfa;

ma queſta differenza debbe pigliarſi dal nodo, & dallo ſcioglimento d'efla:che nel vero alcuni Poeti, fono, che fanno il nodo bene, & fciolgonlo male.

Ma e fi debbe dall'una, & dall'altra parte eſcitarſi fauo re;& guardarſi maſsimamente, che il ſuggetto del Poe ma Heroico noi non lo mettiamo in ſuggetto Tragicolo chiamo fuggetto da Poema Heroicoquello, che cofitiene affar Fatole, com come ſe vn metteſſe tutto quel 1o della Iliade in una Tragedia;

perché quiui per la lun ghezza d'eſſo Poema v'hanno le parti grandezza conueniente:& nelle Fauole elle vi riuſcirebbono più lun ghe, che non richiede quella impreſa.

Segno e dició, che tutti quegli, che hanno finto in vna Fauola tutto l'eccidio di Troia, & non qualche parte e'ello (& ciò fu offeruato da Euripide nella Niobe, & nella Medea;

& non da Eſchilo) queſti tali, dico, ô e' fono deriſi nel Ior Poema;ò eſsi gareggiano infelicemente. Che inue ro Agatone per queſta ſola coſa caſcò, auuenga che fimili Poeti fi nella Peripetie, ſi nelle Fauole ſcempie conſeguiſchino il fine, che e' ſi ſono propoſti, marauiglioſamente:

concioſia, che egli appariſca il ſuggetto loro & Tragico,& molto humano.

Et queſto interuie ne, quando vn'huomo ſaggio, ma cattiuo (come fù Sififo) reſta ingannato; & quando vn' huomo forte, ma ingiusto, reſta abbattuto:

perchè tal caſo ha del verifimile, nel modo che dice Agatone, cioè, che egli è ve rifimile molte cofe accadere, che non fieno verifimili.

Debbeſi ſtimare, che il Choro fia vno degli Iſtrioni, & che e' ſia vna particella del tutto, & debbe fare le fue at tioni non come vſa Euripide, ma come vſa Sofocle:& agli altri ſieno piutoſto concedute le coſe, che s'appartengono à quella Fauola, che à vnaltra Tragedia.Onde è vſato, che è cantino coſe anneſſe alla materia.

Il principio della qual coſa dette Agatone. Che egli è inuero qualche differenza à cantare coſe congiunte alla Fauola, ò paſſare d'una in altra materia conuenentemente;ò dire l'intero Epiſodio. Quanto alle altre parti adunche ſe n'è detto à baſtanza. Reſtaci à dire hora del la Locutione, & del Diſcorſo. LA BOETICA

Tquanto alle coſe, che fon'nel Diſcorſo, nella Rettotica ſen'è parlato. Et quanto alle cose, che son nel discorso. Cap. XVII. Oppo le due parti della Tragedia esaminate infin qui diligente Dmente, la Fasola dico,et li Costumi deſſainiene à dire della terz parte propostas et questa è il Diſcorſo. Doue manifestamente fi uede nei Testo quello, che intenda il Filosofo per διάνοια cioè che egli intende non pur' la ſentenza: ma tutto quello anchora, che è usato nel parlare per provare una cosa, et per dimostrarla. oue é dice [Et'è má nifesto che delle ſopradette parti] vuol dire, che gli due argumenti detti della Amplificatione, et della Diminutione fi debbon' usare nelle materie, che si trattano per uia delle cose che ſon nel medesimo genere; com'è dire, uolendo amplificare la mifericordia, o'l timore, fi debbe farlo per uia delle cose, che ſono negli due effetti detti. Et quando e dice [Que nondimanco] Intende ſe bene tali argumenti fi debbin' usare, ch'e non fi debbino pero uſare continuamente: anzi moltecofefi debbin' dire ſenza altra preparatione di fimili argumenti; accennando. ch'elle debbin' effere di tal natura, che da per loro steffe elle poßin muo were gli affetti. Q

Che inuero tal ragionamento è più propio di quella inſtitutione. Nel Difcorſo fi dicono eſſere tutte quelle coſe, che col parlare ſi debbono andare preparando;

delle quali parte ne conſiſte in dimostrare, & in foluere, & in eccitare gli affetti;

come è la Mifericordia, ò il Timore, ò l'Ira, ò altre fimili perturbationi:& parte d'eſſe ne conſiſte circa alla Amplificatione, & alla Diminutione.

Et è manifeſto, che nelle ſopradette parti e' biſogni vſare; l'Ampli fication' dico, & la Diminutione dalle medeſime fpetre cioè quando e' s'habbia à preparar coſe compaſsio neuoli,ò terribili, ò grandi,ò verifimili.

Doue nondimanco è da vſare queſta diſtintione, che certe coſe è di neceſsità, che appariſchino ſenza aiuto alcuno di dottrina; & certe altre le debbe, chi dice, preparare co parlare:anzi debbe fare, che elle interuenghino per for za d'effo.

Imperoche qual farebbe l'uffitio di chi dice, ſe le coſe appariſsino piaceuoli; ma non per via del parlare? Vanto alla Locutione, vna parte di lei ſta in cofiderare le figure d'effa, lequali s'appartengono à ſapere all'arte Iſtriouica; ò à chi ſia prepo fto à tale arte:che cofa, dico, fia il Commandamento, che il Prego, che la Narratione, che il Minacciò, che l'Interrogatione, che la Riſpoſta, ò qualunche altra cofa, che à queſte ſia ſimigliante.

Concioſia che' per ſapere,ò non ſaper queſte coſe, la Poetica non ne ſia incari cata per tal cagione di carico, che meriti il pregio. Imperoche chi farebbe mai, che ſtimaſſe eſſere errore in quelle coſe, che Protagora mette per errore?cioè quan do vno penſando di pregare inquel cambio comandi in queſto modo. L'ira contami, o Dea. Perchè il dire, che vn faccia, ò non faccia-vna coſa, dice egli, e' vn comandamento. Quanto alla Locutione. Cap. XVIII. Oppo le Dia, che è la Locutione; della quale tratta egli infin doue é comiar tre parti esaminate uiene egli all'eſamination' della quar ta cia à dire del Peema Heroico:laſciando il dire dell' Apparato, et della. Musica, che compiscono il numero delle ſei parti proposte constitutiue della Tragedia. Lascia l'Apparato, perche, come egli ha detto diſopra è manca d'artificio; & afpettasi piu tosto all' Architettore:che al Poe a.Et laſciala musica per effer tal parte in quei tempi manifeftißima. Maritornandola Locutione è da lui in otto parti diuifa: di ciascuna delle quali parla egli ſeparatamente; doue io non m'allarg hero in esaminarle per efferne molte da per loro manifeste. Nel principio, doue e dice [Zafigura della Locutione s'appartiene all'arte Istrionica] signi fica, che li modi del parlare stanno bene di confiderarsi da coloro, che fono instrumenti della Poesia. Et tali ſono gli Istrioni, ſenza li quali la Poesia manca d'una suagran forza. Ma di qual figura di Locutione egli intenda, o di quella, che e nella forza del parlare; ò di quella, che e nella forza degli atti, & de gesti, & della pronuntia:non m'e molto chiaro. Imperoche riſguardando agli Istrioni, i quali non fon della Fauola compofitori, giudico piutosto intenderſi della figura degli atti, et della pronuntia. Et riſguardado al cõtesto delle parole giudico che e' poſſa intendere anchora della figura del parlare. Doue dimostra egli medesimamente, che ſia leggieri errore quello, onde Homero'è biafimato da Protagorasper hauer dico Homero usato il modo imperatiuo. done egli harebbe hauuto à usare il modo, che priega. Oue è diffinital'Oratione, tali materie ſon da lui esattamente trattate nel principio del fuo libro della Interpretatione; doue fi dala diffinitione di queste cose : & dove è mostrato benißimo anchora qual fia. Oratione; una che ſenza uerbo, ò coniuntione alcuna fi dica effer' tale. Nel qual grado è la diffinitione, com'è quella dell'huomo, che e animal' ragionevole morrale di due piedi. Doue tutte queste parole fignifican l'huomo, che è una fola cofa. Que nel testo ſono diuifi i i nomi in piu forti, infra le quali è meſſo anchora il nome ornatoše da auuertire, ch'e diffini- Sce tutti gli altri: & dilui la lascia. Laqual cosa dal Rubbertello d Sciolta che la laſci, perche il nome ornato non confifta da per sesma che riſulti da tutti i nomi usati rettamente. La qual ragione non mi ſcarica però in tutto il dubbio, onde fia cioè, che'l Filosofo l'habbia meſſo infrale forti de nomi; non doue e tratta dell'Oratione:stando la co- Sa nel modo detto. Percio non è forse diſconueneuole a crederſi, chẻ fi dia anchora il nome ornato difperſe. Ne da tale oppinione è anchora lon tano Carlo Lenzoni mio amicißimo huomo di buone lettere,et di molto ingegno. Ma perche Aristotile non lo diffiniſca n'e forſe cagione la difficulta del chiarirlo, per cofiftere la natura d'eſſo nell'oppinion' di chi l'ode:ò uero è me dire, ch'e' non l'habbia qui diffinito per hauerlo chia rito nel libro 1 1 1. della Rettorica, que é dice La bellezza del nome (Sicome dice Licinnio) consiste nel suono, & nel ſignificato. Et poco piu diforto determina anchora per bel nome quello, che nõ fia equiuoco. Onde ſe la bellezza del nome, & l'ornato ſono una cosa medefima, fi può di quiui trarre la diffinition d'eßo. Certo è, che'l Filosofo intende, ch'e fi dia il nome ornato diſperſe, mettendo più diſotto, que e tratta del la bontà della Locutione, il nome ornato per un' di quei nomi, che la fan bella.Oue, trattado delle Metafore, e' dice [Che la Metafora non si può cauar' da altri conuiene tal luogo con quello, che è da lui meſſo nel 111. della Rettorica: significa, che la Metafora fi debbatronare daſe, anzi che non si può cauarla da altri. Et però è ella da huomini ingegnosi. Conuengono anchora molte coſe qui dette intorno alla Locutione con quelle, che quiui fi dicono. Oue nel teſto ſono allegati i uerfi Iambi d'Eschilo Poetaje detto tal' coſa per mostrare, ch'e casca nel medesimo errore, di che egli biafimaua Homero; & tanto piu, quanto che i nomi allung atı meno fi cõuengono nel uerſo lambo, che nell' Heroicoset puoßi ueder tal coſa in quel nome μαραθόνα ε:doue quel Je n'e allungoto. L

Laſsiſi pertanto queſta confideratione, come ſe ella fuſſe d'altra faculta, & non propia diqueſta.

Ma le parti di tutta la Locutione ſono queſte, Lettera,ò Elemeto, Sillaba, Coniuntione,Nome, Verbo, Articolo, Cafo, & Oratione.

A Lettera e'vna voce indiuifibile, ma nó già ogni voce indiuifibile, è lettera:ma quella fola, onde fi può di ſua natura cõſtituire voce intelligibile cociofia che le fiere ſteſſe mandino fuori molte voci indiuifibili, che non mai debbono effer chiamate lettere.

Diurdonſi le lettere in vocali, in mezze vocali, & in mute. Lettera vocale è quella, che ſenza percufsione alcuna fa ſuono, che ſi può vdire. Meza vocale à quella, che fa vn' cotal fuono con la percuſsione, come è il o. & il g. Muta è quella, che con la percuſsione da ſe ſteſſa non fa vn' cotal ſuono; ma aggiunta à quelle, che l'hanno, diuenta in modo ch'ella s'ode:& tale è il y. & il d.

Sono dipiù tutte le lettere differenti per la figura d'eſſe, per i luoghi, per lo afpirato, & per il tenue, pel lungo, & per il breue, & anchora per lo acuto,& per il graue;& dipiù per quello, che è inquel mezo. Delle quali tutte coſe ſta bene confiderarne all'arte verificatoria. Della Della Sillaba.

A Sillaba è voce no fignificatiua cõpoſta & di let tere mute, & di lettere, che habbino ſuonoscócio fia che il y.& il e.non faccia Sillaba ſenza l'ama ſi in ſua compagnia:come dire. yea. Ma la confideratione di tali differenze s'appartiene all'Arte detta diſopra. Della Coniuntione.

A Coniűtione è voce no fignificate, laquale non atta ad effer copoſta di piu voci;& è quella, che ſta ben' collocata nell'ultimo, & nel mezo dell'Oratione, ſe gia ella non s'accomodaſſe per ſe ſteſſa nel principio del parlare;com'è dire. ἤτοι δή. O vero è voce non ſignificante, ma atta di piu voci ſignificanti a fare vna fola vo ce fignificatiua. L Dello Articolo 'Articolo è voce fignificatiua, la quale dimoſtra ò il principio,ò il fine, ò la ſeparatione del parlare come è τὸ φήμι. & τὸ πέρι. & altri fimili.

O vero è voce non fignificatiua, che non impediſce, & non fa fignificare alcuna voce, che ſia atta ad eſſere compoſta di piu voci;& che ſi adatta ſi nell'ultimo, quanto nel mezo, t N Del Nome.

Ome è voce compoſta ſignificatiua, e ST ma fenza tempo, delquale non è parte alcuna, che per fe e ſteffa fignifichi; conciofia che ne Nomi doppi s'offerui anchora, chele parti da perloro non ui figni fichino nulla: come è in queſto nome. κολώρω. doue Αύρω non vi fignifica cofa alcuna.

monologus ni Del Verbo e TL verbo è vna voce compoſta ſignificatiua col tempo, del quale non è parte alcuna, che per le ſtellaf TT $30 gnifichi; ſicome ne Nomis'e detto; ma l'huomo, o il bianco non ſignificano inſieme tempo.

Ma queſta voce, che dice, Và, Andò inſieme ſignificano tempo ; l'uno, dico, il preſente & l'altro il paſſato. I Del Cafo. Caſi s'appartengono ſi al Nome ch'al verbo & certi ne ſono che ſignificano d'alcuno con la fleſsione, com'e dire Di coſtui, A coſtui; o in altro ſimil' modo. Et certi n'è, che ſignificano col moſtrare il numero ſin gulare, o'l plurale;come e dire l'huomo, ò gli huomini.

Et certi s'appartegono agli Iſtrioni, nel modo cioe da interrogare, ò da comadare, Perche andò?Quà.

Et que Ai coſi fatti nomi ſon' caſi del verbom คงรวมกลอง Della Oratione Digiboas Oratione è vna voce Lioratio compoſta ſignificatiua,del certe parti fono, che per loro ſteſſe ſignificano qualche coſa. Nè già è vero, che ogni oratione fſia compoſta di Nome, & di verbo, come e la diffinitio ne dell'huomo, ma daſsi dell'Orationi, che ſono ſenza verbo; nondimanco elle haranno qualche parte fignifi cante, come è in queſta, che dice, Cleone và:doue quel nome Cleone vi è ſignificante, In due modi fi dice l'Oratione eſſere vna.

In vno, quando ella ſignifica vna ſola coſa. Nell'altro,quádo ella, eſſendo compoſta di piu coſe, per uia delle cõiuntioni ella diuenta vna;come è 'Iliade, che per via di coniuntione ſarà una fola Oratione:ma la diffinitione dell'huomo è vna, perche ella fignifica vna fola coſa.

Diuifione del Nome. L Nome fi diuide in ſcempio, & in copoſto.Scem Ipict pio è quello, che di fillabe non fignificanti è copoto. L'altro è doppio, è compoſto. Et tale ſi diuide in TT 33E 10, quello che è composto di nomi, parte ſignificanti, & parte non ſignificanti, & in quello che è composto di nomi ſignificanti.

Et coſi fatto nome pioeflere fino in tre,& in quattro doppiscome è ne ſon molti appref fo de Megaglioti quale è ἑρμοκαϊκόξανθοσ Ma ogni nome è, ò propio,ò foreſtiero, ò metafora, ò ornato,ò finto, ò allungato, ò abbreuiato, ò ſcambiatos pleboid.

Del Nome propio. Nome propio, & fignoreggiante chiamo io quello, F che vſato da ciaſcuno. Del Nome forestiero.

Oreſtiero quello, che è vſato da glialtri, onde ſi ve de manifeftamente, che egli è poſsibile, che vn' No me medeſimo ſia propio, & fia foreſtiero;

ma non già alli medesimi:perche queſto nome Formaggio a' Lom bardi è propio;& a' TOSCHANI è foreſtiero.

LA e Della Metafora. d'altri, ò dal A Metafora è impoſitione del nome genere inuerſo la ſpetie, o ò dalla ſpetie verſo il genere; o dalla ſpetie inuerſo la ſpetie:ò per via di propor tione.

Faſsi dal genere inuerſo la ſpetie, come è dire, Questa Naue ftà qui per conto mió; C Cóciofia, che l'effer nel porto ſia vn certo ſtare alla Naue. Faſsi dalla ſpetie verſo il genere, come è dire. Mille bei fatti Vliffe oprať ha'l mondo.

Conciofia che queſto numero ſpecificato di mille(che dieci mila dice nel Greco) s'intenda per piu, che non habbia numero. Faſsidalla ſpetie alla ſpetie, come è dire.

Col crudo ferro à lui tolſe la uita. Et queſt'altro. L'alma troncogli il difpietato ferro. Odiß.. Iliad.2. ! Hom. Hom. Perchè in queſto luogo il torre è preſo per troncare; & il troncare è preſo per torre: che l'uno, & l'altro verbo vuol dire leuar' via.

Per via di proportione ſi pone il nome, quando ſimilmente ſtà il ſecondo inuerſo il primo, che ſtà il quarto inuerſo il terzo; perchè in tal caſo in cambio del ſecondo ſi può pigliare il quarto:& in cambio del quarto ſi può pigliare il ſecondo.

Et alcuna volta s'aggiugne in cambio della coſa, che fi dice, quella,à che ella è detta. Siaci queſto, che io dirò, per eſſempio, Similmente ſtåla Tazza con Bacco, che fi ſtia lo Scudo con Marte.

Puoſsi adunche dire, che lo Scudo ſia la Tazza di Marte, & che la Tazza ſia lo Scudo di Bacco. In vn'altro eſempio ſtando ſimilmente la Sera inuerſo il Giorno, che la Vecchiezza inuerſo la Vita.Si potrà chiamar'la Sera Vecchiezza del Giorno, & la Vecchiezza Sera della Vita. Overo, come diffe Empedocle, chiamarla Occaſo di vita.

Bene auuiene, che in certe coſe non v'è poſto il nome di proportione; & nondimeno con queſta regola e' vi ſi può víare la Metafora:come èin queſto eſſempio, Il gittare il ſeme è vn ſeminare. Et l'attione, che fa il ſole nel gittare i ſuoi razzi manca di nome; nondimeno ſtando proportio- 1.

natamente tale attione inuerſo i razzi ſoları, ficome ſta il ſeminare inuerfo li Semi gittati tati in terra: però ſi dice rettamente del Sole. do nominato che noi ha O di luce diuin Jeminatore. Cotali Metafore ſi poſſono uſare in no uſare in queſto modo. Et anchora in vn'altro, cioè, quãdo inv remo vn nome, d'altri, dal medefimo gli rimuõueremo qualche ſua proprietà; come è, quando vno volen Wo do dir la Tazza, la chiami Scudo non di Marte, ma di vino. TT Del Nome finto.

Nome finto è quello, che da certi non effendo det to in quel modo, nondimanco è poſto dal Poeta: che certi ſe ne ritroua di fimile maniera:come è dire le Corna Rami ; & il Sacerdote Cuſtode.

I quali nomi in Hom. Greco ſon' detti l'uno ἔρντασ & l'altro ἀρητῆρα. Del Nome accortato,ò allungato.

T Nome Tome me accortato, ò allungato, l'uno è doue s'uſa la vocale più lunga, che non è la ſua propia; ò doue saggiugne vna fillaba. Accortato è quello, doue manca qualche ſua parte, ò propia,ò aggiunta.Allungato è come dire in queſto nome πόλεωσ πόλειοσ & in queſto πηλείδιου πηλλάλεω.

Accortato e come dire κρὶ & das che ſono preſi per verri & per lώμα & doue anchora di due fillabe ſene fa una, come e doue in cambio de er ſt dice no. Del Nome Scambiato.

Ome Scambiato e doue ne rimane vna parte, & Nvn'altra vi fene aggiugne; come è, volendo dire la poppa deſtra, dire la poppa defteriore:cioè porre per il poſitiuo il cóparatiuo.

Anchora fra'nomi, certi ne ſono maſchi, & certi femmine, & certi in quel mezo. Maſchi ſono tutti quegli, che finiſcono in v.

& in 9.& in tutte quelle lettere che dal π. & da x.

mute lettere ſono compoſti; lequali fono due il 4, & il f.Nomi femminini fono tutti quegli, che finiſcono nelle vocali, che ſempre fono lunghe; come nell' n.

& nell' w. & in quelle, che fi niſcono in a.lunga. Onde auuiene, che in tante lettere finiſcono i nomi mafculini, che i femminini; imperoche il 4. & il f. ſono le medeſime.

Et anchora auuiene che neſſun' nome finiſca in lettera muta, ne in lettera LA PO ETICA uocale, che ſia breue. Tre foli ſe ne trouano, che fini ſcono nel.

I. come è μέλι, κόμμι πέπερι cinque ne finiſcono nello.v.

come è πών νάπυ γόνυ Λόρυ ἄςν. Et i nomi in quel mezo finiſcono in queſte ſimili dette diſopra, & anchora.nel v. & nel σ. L

Della bontà della Locutione. C A bontà della Locutione è, ch'ella ſia chiara, & non humile; La chiarezza s'acquiſta vſando i nomi propii,ma ella ſi fa baſſa,Sieci in eſſempio di ciò la Poefia di Cleofonte, & di Stenelo.

Grandezza ha ella, & eſce fuori del plebeo, vſando nomi foreſtieri.

Io chiamo nome foreftiero la Confuſione delle Lingue, la Metafora, l'Allungamento; & tutto quello che fi diparte dal propio.

Ma doue vno inſieme vſerà tutti que ſti nomi, e' farà ò vno Enigma, o vno Barbarifmo. E farà lo Enigma componendo il ſuo parlare di Metafore; & farallo Barbariſmo componendolo di varie Lingue.

Perchè quel parlare hara forma Enigmatica, che farà compoſto di coſe impoſsibili. La quale forma non ſi può fare per via de Nomi compoſti, ma fi ben per via delle Metafore, come è quella.

Io vidi vn huomo, clia vn'altro huomo appiccaua il bronzo col fuoco, ô altre fimili coſe.

Et il Barbariſmo è compoſto di con fuſione di lingue, onde auuiene, che in vn certo modo, e' fi meſcola in ſimil ſorte di parlare.

La Confufione delle lingue adunche, & la Metafora,& il Nome ornato, & altri nomi di ſimil forte fanno l'Oratione grande, & rilieuonla da'l modo plebeo; & il Nome propio le dà la chiarezza, alla quale medeſimamente giouano in non piccola parte:& anchora à rileuarla dal parlare.

ordinario gli Allungamenti, le Conciſioni, &i Cambiamenti del Nome, Conciofia, che per iſtar' tal parlare fuori dell'uſo, come effendo diuerfo dal propio, e faccia percio il parlare rileuato:et per communicare in parte col parlare cófueto, ch'egli habbia in ſe la chiarez za. Onde à ragione non è biaſimato vn'ſimil modo di parlare, ne con ragione ardiſcono in ciò quegli, che accufano il Poeta. Ilche fece Euclide Prifco, dicendo che vno ageuolmete potrebbe fingere il ſuo Poema, ſe e gli fuffe lecito allungare i Nomi quanto gli pare; & egli poi in queſti Iambi vso tal Locutione.

ὅτι χάριν εἶσιον μαραθῶνάλε βαδίζοντα οὐκ ἄν γλνάμενος τὸν ἐκείνου ἐξελλέβορον..

τουτου L'uſare adunche in tal modo hà del ridiculo; ma la me diocrità da uſarci è parimente commune à tutte le parti dette.

Perchè chi vſerale Metafore, la uarietà delle lingue, & altre ſpetie racconte inconuenientemente, & à ſtudio; queſti andrà procacciando il ſuo parlare in maniera da effer derifo.

Ma quanto il conue neuole riſplenda ne' verſi, confideriſi diqui, che ſe uno harà poſto i Nomi con miſura nella varietà delle lin gue, & nelle Metafore, & in altre fimili ſpetie, & dipoi cambiatigli, vi hara i propii Nomi ripoſto; conoſcera che io harò detto il vero; Si come appariſce per effempio di Efchilo, & d'Euripide in vn' Iambo medefimo fatto da l'uno, & da l'altro. Imperochè hauendo l'uno - in cambio del propio Nome vſatone vn'altro foreſtiero, fè, che gli appari tanto bello, quanto quell'altro brutto, & baffo; perchè nel Filoctete Eſchilo coſi parlò. Mangiasi,ohime, de pie la carne mia. - V na Lupa crudele. Doue Euripide in cambio di quella parola Mangiafi, Odiß. Hom diſſe Trionfa della mia carne. Et queſt'altro che dice. Ma hor ch'un brutto, piccolo, poc atto. Doue ſe vno uoleſſe mettere per efprimere tal concetto nomi piu propii direbbe. Ma hor ch'un brutto, debole, piccino Et queſt'altro, che dice, 11 carro indegno, le uiuande parche Dirlo altramente, cioè Il carro triſto, le uiuande triſte. Et quello che dice. E' litti intorno mettono alte ſtrida. در Dire in quel cambio Gridano.

Arifade oltra di que fto biafimaua i Poeti Tragici perche nelle Tragedie egli vſauano nomi non confueti d'uſarſi da gli altri;nel parlar'ſciolto come dire λωμάτων ἀπὸ, et non ἀπὸ Αωμάτων cioè dıre Cafe dalle, in cambio di dire Dalle cafe. Et σέθεν in cambio di σοῦ Et viv in cambio di dire ἀντὸν, Ετ᾿ ἀχιλλέωσ περὶ in cambio di dire περὶ ἀχιλλέωσ.

Ετ altre fimili coſe, non ſappiendo, che eglinomentre che tali modi di dire uanno ſeguendo sfuggono allhora il modo del parlare plebeo.

Ma egli importa aſſai l'uſare il conueneuole in ciascuna delle coſe dette, & ne' nomi detti, & nella varieta delle lingue; & quello che ſopra tutte l'altre coſe uale, è il ſaper vfar'bene le Metafo re.

La qual coſa nó ſi può trar' da altri, anzi è inditio in -chi la fa bene di acuto ingegno; imperochê il traſportare ben' le coſe non è altro che vn' poter' ben' contemplare le fimilitudini d'effe.

Infra' Nomi quei, che fo no doppi, ſtanno ben' a' verſi Ditirambi ; & la varietà delle lingue a i verfi Heroici, & le metafore a Iambi.

Ma negli Heroici tutte le forti dette de Nomi vi fi accomodan' anchor bene & ne verſi Iambi, perchè efsi imitano mitano il parlare ordinario, e' ui ſtan' bene tutti quei Nomi, che nella proſa ſi parlano : & tali ſono i Nomi propii, le Metafore, & i Nomi ornati. Et in quanto alla Tragedia, & à quella imitatione, che conſiſte nella atti one fieſene detto infin qui à baſtanza.

Auuertiſcha qui il lettore che'l commento meſſo innanzi ha ad ire qui ilche è e nato per difetto degli stampatori. E

Tquanto alla imitatione narratiua, & che fi fa col verſo, che quiui ſi debba, aſſettare le Fauole da poterſi rappreſentare fi come nelle Tragedie; & che elle debbino effere intorno à vna attione intera, & perfetta, che habbia & principio, & mezo, & fine : Et quanto alla imitatione. Cap. XIX. F Inito il diligentißimo trattato della Tragedia fi uiene nell'ultimo di questo libro al trattato del Poema Heroico, quafi nella pin parte fimil' al Tragicosmostra che tale debba eſſer' constituito d'una fola attione. Et una fola attione è da lui chiamata quella, onde ne riesce un' fine medefimosſicome ſono le due attioni finte ne' Poemi d'Homero.Onde non s'imiti in tal Poema nel modo medesimo, che fal'ıstoria, perchè l'Istoria non imita una fola attione. Ma dichiarando il testo que e dice che si fa col uerſo] Mette egli tal' differenza per quella narratione che fi fa dall' Istoria, laquale e in proſa Oue é dice, che dell' Iliade, et dell'Odiffea non si può cauar' altro, che una Tragedia, ò diue; intende, che delle uere imitationi d'eſsi Poemi,lequali sono d'una fola attione in ciascun d'essi:eſſendo nell'uno imitata l'ira d'Acchille:et nell'altrov liſſe doppo molti errori ritornato in Patria, et uendicatofi de Suoi nimici. Delle quali attioni dette afferma il Filosofo non potersi cauare più d'una Tragedia, ò infino in due. Nè qui ci dia noia, ch'egli habbia detto altroue molte Tragedie potersi cauare d'un Poema Heroi co, perche elle fi pofſſon cauare no dell'attione imitata, ma degli Epiſodj che ui ſon dentro; i quali (ficome egli ha detto) Sono una parte intera d'eſſo Poema:cioè hanno principio, mezo, et fine.Onde auuiene che d'al cun di loro fi poſſa cauare una Tragedia, com'è uerbigratia in vergi lio quel di Didone.

acciochè ella non altrimenti che vno animale intero, par toriſca il piacere, che ſia propio di lei, è manifeſtiſsimo; & che elle non debbino eſſer' fimili alle Hiſtorie conſuete, le quali è di neceſsità, che dieno notitia non pure d'una fola attione, ma di tutte quelle, che in vn tempo medefimo accaddono;

non tanto circa ad vn' folo, quanto circa à piu:inquel modo cioè, che ciascuna d'ef fe cofe (come dette la ſorte) interuene, Perchè coſi come circa à vn' medefimo tempo fu fatta la guerra di mare appreſſo di Salamina, & quella de' Cartagineſi in - Sicilia, le quali non tendono adun' medefimo fine;medefimamente ne tempi ſuſſequenti accade alcuna volta, ch'un fatto vi fuccede doppo l'altro, delquale non ne rieſce vn' medefimo fine.

Et queſto vſan'di fare la piu parte de' Poeti.

Onde & per queſte cagioni ancora (ſi come io hò detto innanzi) Homero appariſce diuino ſopra di tutti gli altri Poeti, perchè e non tenta di fingere tutta la guerra (benchè ella haueſſe & principio,& fine) come ſe ella fuſſe ſtata per riuſcir' troppo grande;& perciò difficile à potere eſſer' confiderata: VV vero perchè gli ſtimò che ſe e' l'haueſſe riſtretta à vna moderata grandezza, che'l Poema non haueſſe à parer ripieno di troppe varietà. Ma hauendone egli preſa à raccontar vna parte, v'interpone dentro molti Epiſodii, come è il Catalago delle naui, & altri, Onde egli fa il ſuo Poema ricchiſsimo; doue gli altri Poeti ſtanno intorno ad vn' ſolo huomo, & intorno ad vn' fol tem po, & conſtituiſcono vna attione, che habbia molte parti, come fe quegli, che finſe nel ſuo Poemale coſe fatte da' Cipriani; & come quegli, che fece il Poema detto La piccola Iliade.

Ma l'Iliade, & l'Odiſſea ciaſcuna d'eſſe da vna fola Tragedia, ò da due al più poſſono effere racchiuſe; & il Poema de Cipriani non può efle re racchiuſo, ſenon da molte, & quello della piccola Iliade e racchiuſo da piu, che da otto, come è il giudicio dell'arme, il Filottete, Neoptolemo, Euripilo, LaPo uera, la Lacena, l'Eccidio di Troia, La Ritornata del le naui, Sinone, Et le Troiade.

E'anchora di neceſsità, che il Poema Heroico ſi diuida in tante ſpetie, in quan te fi diuide eſſo Poema Tragico; Conciofia che e' debba eſſere,ò ſcempio, ò intrecciato,ò morale, ò affettuo fo. Le parti anchora,ò dell'uno,ò dell'altro Poema(eccetto l'Apparato & la Muſica) ſono le medeſime; douendo eſſere in luile Peripetie, le Recognitioni, gli Affetti,i Difcorfi, & la buona Locutione. Lequali tut te parti Homero prima di tutti hà vſato tanto che baſta, perchè l'uno de' ſuoi due Poemi, l'Iliade cioè e' com poſto ſcempio, & è affettuoſo; & l'Odiſſea è intrecciato, eſſendoui per tutto la recognitione, & il costume. Oltradiqueſto ha egli tutti gli altri auanzato con la Locutione, & col Diſcorſo.

ben' differente il conteſto del Poema Heroico per la lunghezza, & per il uerfo.Il termino della ſua lunghezza ſia ſtato da noi determinato à baſtanza, cioè che e' fia quello, doue ſi poſſa à vn'tratto contemplare il principio, & la fine. E' ben differente. Cap. XX. bil Ette qui dinuouo la differenza intral Poema Heroico, Tragico, la qual s'efprime nel contesto del Parlare. Et quanto alla grandezza del Poema Heroico da egli due determinationi, l'una e:che debba eſſer minore de Poemi antichi;cauatine dico quei d' Ho mero, che da lui ſono approuati. L'altra è che fia di tal forte che di lui fi possa trarne tante Tragedie, che per una uditione poſsin' eſser udite کے nello fpatio dell'Oriuolo d'acqua : perche dagli antichi era hauuto in costume di recitarsi piu Tragedie l'una doppo l'altra infra un certo spa tio di tempo:ficome è lo conferma medesimamente nel principio di que- Eta opera. Ou'e messo nel resto [Et è cagione, che la Tragedia non fia apprezzata significa, che usando la Tragedia tanti Episodiy, quantinusail Poema Heroicošo uero uſandone più che non ſe l' afpetta, uiene ella perciò allhora à non effer' hauuta in pregio: & non quando ell habbiagli Episodiy,che ſe le conueng hino. Perche in tal caso stando e la mette innanzi al Poema Heroico, come si potrà uedere nell'ultimo di questo libro. Ammoniſce doppo queſto i Poeti, qualmente e debbin usare l'imitatione, anuertendogli a dir poche cofe in perſona loro; anzi à introdur ſempre un' che parli:perchè nel primo modo e non imitano, ma fi in queſto ſecondo.Oue e dice [Perche e non ui fi riguarda all'agente Mostra quiui per l'eſempio meſſo d'Hettore tratto del XXII. dell' Iliade, che la Marauiglia fi confa al poema Heroico molto piu che al Poema tragicosper la ragione che nel Poema Heroico gli agenti non ui fi ueg gono:ma ſi nel Tragico. La qual uista molteuolte gli renderebbe uili, come farebbe stato quiui Hettore che fi uedeſſe fuggire. Doppo questo appicca come Homero inſegnaſſe à dir' la bugia, eßendo la bugia parte di marauiglia; cive che Homero inſegno dir' la bugia per ura del falſo diſcorſo. Ilqual falſo diſcorſo ſi fa in piu modi, ſicome da lui n'e dato la dottrina di questo nel libro degli Elenci:et qui è meffoil il modo del conſeguente. Ammonisce nell'ultimo i Poeti à à usare il uerifimile, il poßibile. Et se pure non pofſſono far queſto ſempre, ufino piutoſto il uerifimile, & l'impoßibile, ch'el poßibile, & il non uerifimi le. Et quando e ſon forzati a usare il non uerifimile uegghino di fingerlo fuor della Fauola;ficome è nell' Edippo doue egli e finto ignorante della morte di Laio ſuo padre : ilquale da lui piu tempo fa era stato ammaz ato. La qual cosa non uerifimile è comportata in quel Poeta, perche ell'è messa fuor della Fauola.

Et tal coſa harà egli, ſe il conteſto d'effo Poema ſarà minore di quello de gli antichi;& fe egli abbraccerà piu Tragedie ordinate l'una doppo l'altra per vna fola vditione. Ma il Poema Heroico ha vn certochè di propio per poter crefcere af fai in grandezza.

Ilchè non può conſeguire la Tragedia, conciofia che ella non poſſa imitare ad vn tratto piu attioni ſeguite; ma quelle ſole, che vengono allho ra in Scena: & quelle, che gli Iftrioni rappreſentano. Ma nel Poema Heroico, doue s'uſa appunto la narratione, u'è lecito d'accozzare inſieme piu parti, che ſieno ſeguite;

onde il corpo d'eſſo Poema, vſando quelle, come fue propie, diuenta maggiore, & di qui nafce, ch'à tal Poema conſeguita vn cómodo grade, che e' fa cioè il Poema magnifico, & ch'e rilieua l'animo dell'uditore; potendouiſi vſare gli Epiſodii difsimili; che inuero quello, che è ſimile, ſatia preſto, & è cagione, che la Tragedia non ſia apprezzata.

Et la eſperienza ſteſſa fece apparire, che il verſo Heroico fuſſe à tal forte di Poema conueniente; conciofia che chi faceſſe l'imitatione narratiua in altra forte di verſo, ò in verſi, che fuſsino di piu fatte, farebbe apparire il Poema indecoro.

Et la ragione è, che il verſo Heroico infra tutti gli altri hà lo ſtabile, & il gonfiato; onde nafce, che e' riceue attamente la varietà delle lingue, & le Metafore.

Che inuero l'imitatione narratiua è ſopra di tutte l'altre eccellente, & l'andare de verſi Iambi, & de verſi di otto piedi hà del leggieri.

Ma l'uno è atto alle faltationi, & l'altro è attiuo.

Anchora è coſa maggiormente diſconueneuole, ſe vn' Poeta meſcolaſſe inſieme tutte queſte ſorti diuerſi, come fece Chieremone. Onde nef ſuno è, che habbia mai fatto conteſto lungo in altro verfo, che nell'Heroico, & certamente la natura ſteſſa (ſicome io hò detto innanzi) ci inſegna tal verſo effere a tal Poema conueniente;

& Homero ſteſſo in que fſto anchora (ſicome in tutte l'altre coſe) è degno di molta lode, ilquale ſolo infra tutti Poeti non è ignorante di quello, che ſe li conuenga di fare.

Et certo che al Poeta non è cóueniente dire molte coſe in perſona propiasperchè in tal modo e' viene à no eſſere imitatore. Gli altri Poeti adúche per tutto il Poema in lor' per fona parlando, vengono perciò ad imitare poche coſe, & in pochi luoghi. Homero all'incontro fubito che egli ha proemiato, hora introduce vn' huomo,& hora vna donna à parlare, & hora introduce qualche coſtu me; ne mai mette innanzi nulla, che di coſtume fia manco: ma che ſempre ne fia ripieno.

Nella Tragedia certamente ſta bene farui apparire il marauiglioſo, ma vie più ſta bene fare apparire nel Poema Heroico quello, che gli corriſponda; & però à tale fi confà propiamente la marauiglia:

perchè in tal Poema e non fi riguarda allo agente.Concioſia che chi metteſſe in Sce na i caſi ſeguiti circa la perfecutione d'Hettore, gli farebbe apparire ridiculi; perchè e' vi ſi vedrebbe quegli ftar' fermi, & quell'altro non voler fare: ilchè in eſsi verfie naſcoſto.

Ma che il marauiglioſo porga diletto fiamene inditio, che gli huomini nel raccontare vna coſa nuoua, ſempre la vano amplificado; come quegli, che penſano di fare coſa grata agli uditori.

Et Homero inſegnò agli altri beniſsimo in che modo ſteſſe bene à proferire la bugia, & queſto è per via del Silogiſmo falſo; perchè gli huomini ſi ſtimano, che quado e' ſegue vna coſa, lamedeſima ſia in eſſere, o ſia ſtata fatta, et che fe'e' ſegue quello, che viene doppo, anchorche e'debba eſſere quello, che vien prima: ò che e'debba eſſere fatto. Et ciò nó è vero, ma per tal coſa certamete il primo è bugia; perche eſſendo in eſſere vnaltra coſa; la medeſima è di neceſsità che ſia, ò che ſia ſtata fatta. Et fappiendoſi certamente, che queſto è vero l'anima noſtra con falſo diſcorſo conchiude, che il primo debba anchora eſſer' vero. L'eſempio della qual coſa ſi può trarre della Tragedia chiamata Nittre.

Debbefianchora nel Poema eleggere piu toſto di fingeruile coſe LA PO ETICA impoſsibili, & verifimili, che le pofsibili, & che non fie no uerifimili.

Et i parlari non ſi debbono conſtituire tali, che manchino di ragione, anzi in eſsi non debbe effer' parte alcuna, che no ne ſia piena; & fe pure altrimenti: ſieno almanco fuori della Fauola, come è in eſempio Edippo, del non hauer' ſaputo in che modo Laio fuſſe ſtato morto. Ma non fi debbono mettere ne gli atti, ſicome è nello Elettra; quegli, che l'auuiſarono degli Oracoli Pitii, & come è nella Tragedia detta Miſe il Mutolo da Tegea, che andò in Miſiajonde il vo lerſi ſcufare Che facendo altrimenti la Fauola rouinerebbe è ſcuſa ridicola.

Perche e' Non fi debbono da principio tai Fauole conſtituire in tal modo, ma ſe elle ſono ſtate già poſte, & accettate; egli è più ragioneuol coſa à riceuere queſto inconueniente, che à torlo via: conciofia, che anchora nell'Odiſſea ciò che u'è detto intorno all'eſpoſitione d'Vliffe manchi di ragione.

La qual coſa in modo alcuno non farebbe da comportare ſe ella non fuſſe ſtata detta da vn Poeta buono, ma egli con begli artificii illuſtrando queſto diſconueneuole lo fa per tal conto apparir' piaceuole.

Quando e'ſi tratta parti otiofe debbe allhora il Poeta affaticarſi molto nella Locutione. L'oppofito debbe vſare doue in eſſe parti appariſcono coſtumi, o ſentenze; perchè la Locu tione troppo luminoſa ſuole adombrare le ſentenze, & i coſtumi.

Vanto alle dubitationi, & folutioni di quante, & di quali ſpetie elle ſieno compoſte, fia manife ſto tal coſa à chi l'andrà confiderando. Quanto alle dubitationi, & solutioni. Cap. XXI. Iche N questo testo infino al dubbio de Poemi ſi tratta dell'obbiettioni, che fi fanno a Poeti da chi gli uuol calunniare;alle quali tutte il Filosofo inſegna rispondere : dividendo imprima i modi imitati da loro in tre, ficome apparisce nel Testo. L'obbiettioni fatte a' Poeti ſi riducono à cinque, & le folutioni a dodici. Le quali materie ſebene ſon' dette alquanto confusamente, elle nondimanco ſi poſſon cauare da chi diligentemente le ua confiderando. I quali dodici modi nondimanco per effere Stati dettamente auuertiti da Meffer Pierfrancesco Giambullari, huomo diligentißimo nelle lettere, & di buon giuditio gli uo io andare qui notando, come per ritrouati da lui. Cinque coſe afferma il Filofofo potersi opporre a Poeti. La prima è che egli habbin finto cofe impoffibili. L'altra, che egli habbin' finto coſe fuor di ragione. Laterza, che in eſſa Poesia fia finto, o un fatto, o una parola non bene. La quarta, che la locutione offenda, stia male. L'ultima, che egli habbin' finto cofe contrarie l'una all'altra. Li modi dodici da foluere le dette cinque cose Jon' questi, et imprima l'impoßibile ſi può foluere in due modi. In uno, ch'e' fia stato utile il dirlo. Nell'altro, che cofi di lui fuſſe la fama. Alle cose dette fuor di ragione ſi da la ſolutione in un modo, con dire cioè, ch'elle non ſieno dette ſenza ragione; eſſendo uerifimil cosa che nasca anchora quello, che non è uerifimile. Alle cose dette, o fatte non bene nella Poesia fi da la ſolutione in un modo, cioè con confiderare la persona di chi fa, di chi dice, di chi ode; il tempo, & il fine. Alla quarta obbiettione che è posta nella locutione, che non ftia bene, fi da la ſolutio in ſette modi; cioe ò per uia di lingua, ò per uia di metafora, o per uia d'accento, o per uia di diuifione,ò per uia di parola ambigua, o per uia di confuetudine di parlareso per uia di parola, che habbia aßai fignificationi. L'ultima obbiettione, che è la contrarieta ne' detti, fi folue in un modo, il quale compiſce il numero de dodici. Et tale è per la confideratione della contrarieta, onde il nome s'intende;cioè ſe ella è la medefima: fe ella è detta per il medesimo: s'ella è detta nel medesimo mone in do:con auuertir', dico, chi la dice inuerſo di chi e' la dice, è quello, che direbbe un huom ſaggio. Manell'ultimo di queſto capitolo per ta figura poſta, ſi può uedere quel ch'ia ho detto agenolißimamente. Et ritornando all'efpofitione del capitolo, dico, che anchora fi uede median te le parole del resto, doue il Poeta erri piu, et doue egli erri menoscioè ch'egli erra più nel trapaſſare il retto dell' Arte poetica, che nel trapas fare il ret retto dell altre faculta. Trapaßafi il retto dell' Arte poetica qua do e fi finge coſe impoßibili. Trapaſſaſi il retto dell'altre faculta quando le cose, che s'aspettano à quelle, son finte male. Oue é dice. [ма quando e non ſi pecca ne nell'un'modo, nè nell' altro] Intende, che quan do il poeta non può ſcuſar' l'errore con dire d'hauer finto le cose, com elle ſono; nè con dire d'hauerle finte com'elle debbon eſsere : ch'e disa d'hauerle finte come di loro è la fama. verbigratia ſcuſiſi il Poeta nel fingere i vitupery di Gioue i quali non ſono in esseres i quali anchora non debbon' essere.con dire d'hauergli finti, perche e' fi dice, ch'e' fu rono. Oue é dice L'hafte eran fitte in terra. Tal mezouerſo è d' Homero,ilquale Homero può ſcuſarſi d'hauer cio detto, perche tale uſanza fuſse appreſso degli schiavoni; di tener cioè Thaste fitte in un buco ferrato aposta fatto in terra per teneruele. 11 qual detto è espresso col nome di αυροτήρι. L'obbiettioni, che fi fanno nella Locutione s'intendono agevolmente da chi ſa la lingua Greca. Que ſono allegati i due uerfi d'Empedocle; ſon tali per mostrare quel- P'articolo τὰ posto in luogo, ch'e non ſi poſsa difcernere, doue egli habbia à collocarsi. Et d'una ſimil coſa n'e uno Essempio d'Heraclito nel 111.della Rettorica, che dice Essendo la ragione ſempre gli huomini fono imprudenti. Ou'è apposto à Homero l'errore di Telemaco, il quale è finto, che uadia in Sparta; & poi non uadia ad alloggiare col Zio Icario, o Icadio.Tale errore ſi può foluere con dire, che'l Zio non era di spar ta. Et dose e dice [L'eſsempio debbe eſser' più bello] Intende, che'l ritratto d'una dipintura, o d'una ſcultura ſempre debbe esser più bello, che non è la cosa, onde egli è ritratto. Figura: obbiettioni e solutioni FIGVRA. Obbiettioni cinque. Solutioni XII. 1. Impoßibile: Che fu utile; Che coſiſi diceua. 2. Fuor di ragione: Effer uerifimile che e' fia quello che non è uerifimile. 3. Parola o fatto no bene: Confiderar la perfona di chi dice, di chi opera, di chi ode, il tempo, il fine. 4. Locutione che ſtia male: Per uia di lingua; Per uia di Metafora; Per uia d'accento; Per uia di Diuifione; Per uia di parola ambigua; Per uia di confuetudine di parlare; Per uia di diuerfi fignificati. 5. Contrarietà ne detti: Confiderare in quanti modi fi dice la contrarieta.

Effendo il Poeta adunche imitatore non altrimenti che vn' dipintore, ò vno ſtatuario, però e'di necefsita, che e' vada ſempre di tre coſe imitabili imitandone vna, cioè di qual forte furono, ò ſono le coſe;ò di qual forte e' fi dice, ch'elle fieno o che e' par' che elle fieno: ò di qual forte elle douerrebbono eſſere.

Et tutte le coſe dette nella Locutione ſi raccontano,ò per via di parole foreſtiere,ò per via di Metafore. Et molti ſono inuero gli accidenti della Locutione, che a' Poeti ſono attribuiti.

Oltradiqueſto e' non è il medefimo il retto, che hà la ciuile faculta, & quello, che hà la Poetica; & ancora non è il medefimo quello della Poetica con quello diqual fi uoglia altra facultà.

Peccaſi in queſta Arte Poetica in due modi, in vno, che procede da lei ſteſſa, & in vnaltro, che procede da lei accidentalmente.

Procede da lei ſteſſa l'errore, quando ella fi propone ad imitare coſe impoſsibili à effere imitate. Procede da lei accidentalmente, quando ella ſi propone ad imitare vna coſa & non l'imita bene; come è à dire, che il cauallo muoua l'uno, & l'altro pie deſtro,ò uero quan do e' fi pecca in qual ſi uoglia arte particulare, come è nella medicina, dò inaltra, ò quando e fi fingono cofe impoſsibili ad eſſere. I peccati adunche di queſta tal for te non fono peccati propiamente della Poetica: onde interuiene, che chi andra per queſto uerſo confideran do potra foluere l'obiettionı, ch'alla Poetica ſaran' fat te,dicédo primieramente ch'e ſi pecca, s'e fi finge coſe impoſsibili, ſecondo queſta artesma nondimaco che vn tale errore fia ben fatto, ſe mediate lui ella hara conſeguito il fuo fine & quale egli fia è ſtato già detto, cioè, ſe in tal modo il caſo ò qualche parte d'effo hara piu dello ſpauétoſo, ſiaci in eſempio di ciò la perfecutione contro ad Hettore.

Se il fine adunche ſi puo meglio, & peggio conſeguitare in altro modo offeruando l'arte certamente, ch'es' erra ſenza ragione concioſia, che in neſſuno neſſun' modo (ſa poſsibile è) non ſi debba cõmettere errore.

Anchora più diſconueneuole è l'errore, che ſi commette per via dell'arte, di quello che ſi commette per via di qualche accidéte. Che inuero egli errerà mã co chi non ſa, che la Ceruia manchi di corna, di chi l'imita malamente.

Anchora ſe vno fia accufato per non hauer' detto coſe vere, folua queſto tale l'accuſa con dire d'hauerle dette nel modo, che elle doueuono effere; fi come vſo Sofocle di dire, che fingeua gli huomini in quel modo, che e'doueuono effer e: & che Euripide gli fingeua nel modo, che egli erano.

Onde per queſta via ſi può ſcuſare il difetto. Ma quando e' non s'erra ne nellun'modo nè nell'altro ſcuſiſiilPoeta có allegare che cofi fi dice di loro, come auuiene nelle coſe, che degli Dei fi fingono.

Et puoſsi anchor foluere có di re che forſe no era il meglio ch'elle ſteſsin coſi, nè era la verità, ma che' fu detto à cafo;ficome diſſe Xenofane la coſa nó ſta nel verſo. Et puoſsi anchor'foluere che ſebe ne non era il meglio ch'elle ſteſsi coſi, che non dimanco elle ſtauan' coſi anticamente, ficome è quello, che fi dice dell'armi.

-L'hafte eran fitte in terra. Che cofi era allhora in costume, come è hoggi ancora appreſſo degli Schiauoni.

Anchora per vedere ſe una coſa è detta,ò è fatta bene,ò non bene, fi debbe confiderare non pure al detto, & al fatto, ſe egli è, dico, honeſto, ò vituperoſo;

ma ſi debbe confiderare anchora à chỉ lo dice, & à chi lo fà, & verſo di chi egli è detto,ò quando, o perchi,ò per cagione di che coſa; come dire, ſe ella è per conto di maggior bene, acciochè eſeguiſle; ò ſe ella fu per cagion'dı maggiorʼmale, accioche e'non fi faceffe.

Pofſonſiſoluere anchora l'obbiettioni con rifguardare à eſſa Locutione; come è per via della lin- XX gua, come è quel verſo d'Homero ὀυρήασ μεν πρῶτον. T Perchè forſe vna tal voce no ſignifica i muli, ma ſignifi cale guardie. Et come altroue dice parlado di Dolone. Gli era brutto d' afpetto. Non perchè egli haueſſe la perſona mal fatta, ma perchè egli haueua brutto il volto: perchè queſto vocabo 1ο ενφλέσ. i Cretenfſi l'intendono per bello di volto. Et quello altro, che dice. ξωρότερον λὲ κέραιρε. Che vuol dire E' beeua il vin'pretto; doue queſto nome ζωρότερον in tal luogo nó è poſto per ber'il vin' pretto, di.che gli Ebbriprendon' piacere;ma è preſo per be re frequentemente.

Solueſi anchora per via della Me tafora, come è in Homero Già gli Dei tutti e i cavalieri armati Teneua un alto ſonno. Et quell'altro. Quand a campi Troiani e uolfe 1 lumi. Et queſt'altro che dice. Di Flauti la noce, di Zampogne. Et certo, che il vocabolo di Tutti metaforicamente ſi piglia per Molti; conciofia che il Tutto ſia vn certo affai. Et queſto altro che dice. Vnica ſenza mai ting erfiinlonde. Perchè quello, che è notiſsimo, ſi dice eſſere vnico, & folo.

Fafsi anchorala Solutione per via dello accento come fece Ippia da Thaſio, che diffe Λίλομεν δὲ οἱ, che vuol dire Ma noi diamo; perchè quello oi è articolo: doue s'e's'aggiugne l'accento circunfleſſo ſignifica il pronome. Et come è anchor' queſto altro, che dice οὐ καταπύθεται ὄμβρω, che vuol dire Ella già non marciſce mai per l'acqua. - Perchè quella particella ou che è negatiua ſe e'vi fi mer ete l'accento circunfleſſo con l'aſpiratione ſuona vnal tra coſa.

Solueſi anchora per via della diſtintione, co me è appreſſo d'Empedocle า αἴμα λὲ θνητά ἐφύοντο τὰ πρὶν μάθον ἀθάνατα εἶναι · ζωρὰ τὰ τὰ πρὶν ἄκριτα Solueſi anchora per l'Anfibologia, come è Piu notte era paſſata.

Perchè la parola πλέον è dubbia. Anchora ſi ſolue per la confuetudine della Locutione, come è queſto nome κεχραμένον, che vuol dire Meſcolato; il quale ſi pone pel vino.

Onde è quel verſo Et fabbricogli di ferro i gambali. Doue il nome greco κασσιτέροιο fignifica Di ſtagno.

Et queſt'altra parola che dice χαλκέασ La qual voce altroue ſignificando i tabbri, che fondono il bronzo; qui è preſa per quegli, che affettano il ferro:có la quale ragione medefimaméte fi dice Ganimede mefcere il vino agli Dei, nè però è che gli Dei beino vino. Ne tal coſa può dirſi per Metafora.

Ma quando nel nome ſteſſo appariſce contrarieta di fignificatione, è da vedere inquate forti di ſignificati è varii circa à quel ſubbietto, Et li uietò che'l pugnal non traeſſe, come dire. Che è detto con queſte parole. · τῆς᾽ ἔσχετο χάλκεον ἔγχοσ.

Perchè in queſto luogo il verbo ἴσχετο, che altro ue ſignifica.

E's'accoſtaua, qui è preſo per Prohibiua, & in tal modo ſi può confiderar l'aſſai ſignificationi; cioè, ſe vno andra pigliando i contrarii, che ſono • oppoſti per fronte: ò come dice Glaucone: Che li calumniatori à torto dicono certe coſe eſſer ſenza ragio ne, & per tal verſo le van diſcorrendo, & biafimano quelche pare, come ſe fufſe, ſe egli è contrario alla loro oppinione, Nel quale genere ſono le coſe che d'Icaro XX.

ii ſono biaſimate:imperochè ſtimado eſsi ch'e' fufſe Spar tano, par' loro incóueniente per ciò che Telemaco andando in Sparta non fufſe ito ad alloggiar' con ſeco Che forſe la coſa ſtà nel modo, che i Cefaléſi affermano cioè che Vliſſe appreſſo di loro toglieſſe moglie, & che'l fuocero di detto Icadio, & no Icario Ma il pecca to, che coſtoro appogono à Homero vn' obiettiõe ve rifimile.

In fomma quello, che è detto impoſsibilmente ſi debbe ſcuſare, ò per via d'eſſa Poefia, ò per via di ri ſpetto migliore, ò per via della fama, che innazifene hab bia:

perchè nella poeſia ſi debbe piutoſto eleggere vno impoſsibile, che ſia creduto, che vn poſsibile che non ſi poſſa far credere.

Et di tal maniera debbono eſſere gli huomini, che nella Poeſia ſono indotti, quali furono gli dipinti da Zeuſi; anzi ſi debbe ſempre fargli incli nare nel meglio;

perchè l'eſempio debbe ſempre auanzare:& debbono riſpondere i Poeti alle obiettioni fatte loro, d'hauere cioè detto coſe contro à ragione; che certe volte tali non mancano di ragione, concioſia che egli è uerifimile, che molte coſe interuenghino fuori del verifimile.

Ma i detti contrarii in tal modo debbo no eſſer' confiderati, ſicome ſono conſiderati gli Elen ci nel parlare ſciolto, cioè, ſe il detto è il medesimo, & ſe egli è detto per il medesimo, & fe egli è detto in vn medefimo modo, ſi come ſe:

chi parla e il medesimo, o coloro à chi egli parla, ò ſe le coſe ſono le medeſi me, che vn'huom ſaggio porrebbe.Che inuero retta è quella accuſa, che ſi fa contro alle coſe, che mancano, ò di ragione, ò di bontà, cioè quádo e' s'uſa di dir' coſe ſenza ragione,nó eſſendo da neſſuna neceſsità ſtretto, ficome vsò Euripide la maluagità in Egeo, & quella di Menelao nell'Oreste.

Tutte adunche le obbiettioni che ſi fanno nella poeſia procedono da cinque cagioni cioè ò dall'impoſsibile, ò dal mancamento di ragione, ô dal nociuo, ò dal contrario,ò da quello, che trapafsi il rétto dell'arte poetica, & le folutioni ſecondo inumeri detti debbono effer confiderate, le quali in tutto fono dodeci.

A e' fi potrebbe qui dubitare quale imitatione fuſſe più eccellente, ò quella del Poema Heroico, ò quella del Tragico: Ma e' ſi potrebbe qui dubitare. Cap. XXII. N queſto ultimo fail Filosofo la comparation ratione intral Poema He I roico roico, & il Tragico, & raccontate da prima le ragioni, che ſono in fauore del Poema heroico;nel ſecondo luogo, ſon meße quelle, che ſtanno pel tragico, perle quali apparisce il Poema tragico effer daluimaggiormente approuato. Ou'e meſſo l'eſsempio de Sonatori, & nominato Scilla, Tal' muſica mi ſtimo, che fuſſe una imitatione della rabbia di fi mil mostrosper mostrare, che le musiche rappreſentano i costumi di qua lunche ſorte:ficome di tal' materia ne parla egli esattamente nell'ultimo libro della Politica. Oue è è dice di Miniſco iftrione, ch' e chiamaua Callipede una bertuccia. Conuien queſto luogo con quello, che è da lui meſſo nel 111. della Rettorica, que é dice del Sonatore del Flauto, che egli era fimile alla bertuccia, che non uuole dire altro quiui, fenon che quel fonatore uſaua troppi geſti. Oue é dice nel resto [to dico,ponendo in eſempio significa, che ſe la Tragedia dell Edippo fuſſe messa in tanti uerfi, in quanti è messa l'Iliade;che ella ſarebbe men' piacevole. zlche è detto per confermare il detto diſopra, cioè che quella cosa è nel piacer' piu ferrata, che in men luogo raccoglie le cose di piu lungo tem po. Dove nell'ultimo e biafimal Iliade, l'odißea, non è detto tal biafimo assolutamente, main comparatione del Poema tragicos per e moftrare, che l'attione del Poema heroico è manco una ſola, che non è quella del Tragico; però uien la Tragica ad effer piu perfetta. Ma recapitulando con breuita le cose dette in queſta opera, il Filosofo da prima ci diuide la Poefia in pru ſpetie per trovare la diffinitione uns verſale della Poesia. Doppo laqualcoſa ricerca ei delle cagioni, che l'han no indotta, le quali sono affermate da lui eßer due, & naturalifsimè; una, che è l'imitatione l'altra il piacere. Continua doppo il ſuo ragionamento in mostrare i principij della Comedia, & della Tragedia, i quali trouati, & diffinita la Tragedia di lei parla esattamente infino al trattato del Prema heroico. Et quello, che ei ne dice ſommariamentee ch' e la diuide nelle sue parti fpecifiche, che ſono ſeisdelle quali tut te parla: di quattro massimamente. Ne contento à queſta diuifione la ridiuide egli nelle sue parti quantitative; confumando in cio tutto il Suo difcor ſo infino al trattato detto diſopra del Poema heroico. Del qual Poema moftratasi da lui la conuenienza, et la diuerfita, che egli ha col Poema tragico fi uolge à dire delle obbiettioni et delle difese della poesia Et in ultimo fa la comparatione intra l'uno, et l'altro Paemasper laqua le è affermato dalui il Poema tragico effer il piu bello, e'l piu perfetto. Et tanto basti per la breue efpofitione ſopra la Poetica nella quale ope ra dico apparire ancora qualche mancamento, non gia nelle materie, che ſi trattano in questo libro, perchè tali ſono assolute; ma perchè promettendo il Filosofo di trattar' della Commedia, et anchora perchè nel libro 111. della Rettorica eſsendo da lui allegato ditrattar de ridiculi, de quali à penaci tosca il nome:però, dice, con Seguita, ch'e si possa conietturar facilmente, che per l'assoluta dottrina di tal' facul taci uenga unaltro libro à mancare..

& fe quella e' più eccellente che ha manco del vile(& tale è certamente quella, che fifa agli ſpettatori che ſono più nobili) manifeſto ſia però che più vile imitatione ſarà limitante tutte le cofe come quella, che ſenza gran moto fatto imprima non poſſa eccitar coloro, che appena coſi ſi riſentino.

Nel quale effempio ci ſono i cattiui fonatori di piffero, d'altra fimil forte di ſuono;i quali douendo imitare col fuono il giuoco del disco, loro ſteſsi girano intorno & mentre che ſonado e voglion rappreſentare Scilla e' fi tirano dietro il principe del Choro.

La Tragedia adun che è vna a imitatione di tal forte riſpetto al Poema Heroico, ſicome erano gli Iſſrioni eccelléti in compa ratione dei più vili, perchè Miniſco chiamaua Challipede vna Bertuccia:perchè ne' geſti egli era troppo intento.

Et una ſimile oppinione fu hauuta di Pindaro. La medefima proportione adunche, che hanno queſti Histrioni con quegli, coſi ha tutte l'arte Tragica col Poema Heroico:il quale dipiù quanto egli è affermato più conueniente à ſpettatori, che ſieno nobili, & che non habbino biſogno d'arte Hiftrionica: parimente il Poema Tragico è affermato conuenirſi à ſpettatori the fieno vili. Onde per eſſere tal Poema più vile, però venir maggiormente ad effer più reo.

Ma e' ſi riſponde à queſto, che tale accuſa nó è della poetica. Maê dell'ar te Hiſtrionica;perchè e'ſi può medefimamente nelle re citationi de' Poemi Heroici vſare l'artificio de' geſti, il chè vſaua di fare Soſiſtrato; & nel cantargli, il che vſaua di fare Mnaſsiteo da Opuntio.

Puoſsi anchora dire che ogni moto non debbe effer riprouato, come nè ancho ra ra tutti i ſalti; ma quelli che inettamente ſon fatti, di che fu biafimato Callipede in quel tempo & hora ne fono biafimati altri come quelli che imitino incio le donne che ſien' poco honeſte:

oltre adiqueſto la Tragedia ſtef ſa ſi puo códur ſenza moto, ſi bene che il poema heroico per poteruiſi manifeſtare la ſua forza, quale ella ſi ſia mediante illeggerla ſolamente.

Se addunche ella è ne glialtri conti piu eccelléte, l'attione et il modo dico che non gli è neceſſario anzi conchiudo di piu ch'ella auan za il poema Heroico:perchè la cõtiene in ſe tutte quel le coſe che in eſſo poema ſono contenute

hauendo il verſo ſi come il poema Heroico, & piu di lui hauendo la muſica & l'apparato

le quai due parti non ſono piccole, mediante le quali ſi prende manifeſtamente piace re.

Oltradiqueſto ella è efficacifsima, & per le recognitioni & per tutte quante l'altre attioni,& in minor circuito di tempo conſegue il fine della ſua imitatione impero che quello è nel piacere piu ferrato che riſtrigne in ſe le coſe di piu lungo tempo: Io dico ponendo in eſempio come farebbe ſe vno metteſſe l'Edippo di Sofocle intanti verſi in quanti è contenuta l'Iliade.

Oltre à diqueſto L'imitatione Heroica qualunque ella fi ſia è manco vna che non è l'imitatione tragica:fia dicio ſegno che diqualſi voglia imitatione heroica fene caua no affai tragedie:

Onde ſe i Poeti Heroici vorranno nel lor poema comporre vna fola fauola, fia di neceſsita, ò che ella ſia troppo corta & che l'appariſca inguiſa d'una coda d'un topo, ò ſe e la vorranno allungare infino alla miſura che ſia ragioneuole, che l'appariſca come vn vino che ſia pretto acqua & ſe e ne vorranno fa re piu io dico verbigratia ſe di piu attioni miſte inſieme e' vorranno comporre vna fauola: certamente ella non fia vna ſola ſi come interuiene nella Iliade, & nella Odiſſea doue nelluna & nell'altra ſono piu parti che hanno per loro ſteſſe grandezza,

ancora che tai poemi ſieno ſtati ordinati bene quato ſipuo & ancora che gli imitino vna attione ſola il piu che ſi puo, ſe adunche la Tragedia auanza tutti gli altri poemi non ſolamente per tutte le coſe dette ma ancora per l'artifitio, concioſia che ella non debba porgere qual fi voglia piacere ma quello che è ſtato detto da noi, E' manifeſto però che tal poema è migliore & ch'e coſeguiſce il ſuo fine molto piu perfettamente che non fa l'heroico.

Del poema Tragico adunche, & dello heroico,& delle ſpetie loro, & delle lor parti, & quante elle fieno, & in che coſa elle fieno differéti, et delle cagioni, che gli faccino buoni et cattiui; & delle obbiettioni, & delle ſolutioni, che alla Poetica s'appartēgono ſieſene detto inſin qui à baſtaza.